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Esoterismo: Giardini di Firenze che Parlano di un Soccorso Insperato

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E’ un testo esoterico per veri intenditori, frutto di uno studio approfondito e dettagliato di Gaetano Barbella che da oggi fa parte del nostro gruppo di lavoro e che vi immergerá in una dimensione a molti sconosciuta

Non potevamo liquidare in poche righe una tematica cosi ricca e densa di molti legami che spaziano su piu’ fronti, pertanto prima di iniziare sappiate che il suo contenuto é lungo ma estremamente coinvolgente rispetto ai consueti editoriali e pensiamo che valga veramente la pena portare a termine l’impresa.

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GIARDINI DI FIRENZE CHE PARLANO DI UN SOCCORSO INSPERATO

«Troppo al cielo piange l’Androgino procreato, Nello spazio celeste sangue umano versato: Per la morte troppo tardi il grande popolo ricreato tardi e così viene il soccorso atteso.» Nostradamus II-45

Un segno dei tempi, avvistamento UFO su Firenze 

A Firenze sono stati registrati avvistamenti UFO dall’Aeronautica militare. La segnalazione è arrivata lo scorso 6 maggio 2021 e parla di oggetti non identificati “numerosi, leggermente ovali e luminosi”.

“Geometrie simboliche di giardini”

“La geometria annota Keplero è Dio stesso e gli ha fornito gli archetipi per la Creazione del mondo”. Se la geometria sacra, scienza matematica per eccellenza, ovvero le figure geometriche che rimandano a un codice di segrete allegorie, costituisce il modulo occulto dell’architettura, anche nel disegno dei giardini si nascondono simboliche forme e proporzioni numeriche. (Paola Maresca)

Fin dall’antichità, infatti, un complesso apparato di simboli caratterizzerà il giardino, dove la natura, appositamente predisposta e sintonizzata con le frequenze dell’anima, entra in contatto con la nostra profonda essenza. […]

Lo stesso Marsilio Ficino, che amava studiare e sperimentare nel giardino della villa di Careggi a Firenze, le proprietà occulte delle piante, sosteneva che ogni sostanza animale, minerale e vegetale non solo soggiace all’influsso di un particolare pianeta o costellazione ma ne riassume in sé le qualità così come contiene i quattro umori fondamentali: caldo, freddo, umido e secco.

Il giardino di ficiniana memoria è in sostanza un riflettersi del macrocosmo nel microcosmo, dove la stessa costruzione geometrica doveva attenersi a ben precise regole al fine di attrarre con maggior forza le virtù celesti. Scrive, infatti, Plotino nella quarta Enneade: “Gli antichi saggi, che hanno voluto fra loro presenti gli dei costruendo templi e statue, mirando alla natura dell’universo, capirono che è sempre facile attirare l’anima universale, ma che è particolarmente agevole trattenerla, solo che si costruisca qualcosa di affine e capace di riceverne la partecipazione.

Ora l’immagine figurata di una cosa è sempre disposta a subire l’influenza del suo modello, come uno specchio capace di imprigionarne l’immagine”. E da qui prende vita il gioco delle immagini, ovvero dei talismani, che attraggono le influenze celesti, dove il disegno delle planimetrie dei giardini ricordano i diagrammi mnemonici dell’ars memoria di Raimondo Lullo.

Così i quattro elementi, in un’orditura complessa di miti e allusioni, si distendono sul palcoscenico grandioso del giardino. E sarà proprio nel Rinascimento, con la creazione dei primi orti botanici, realizzati secondo un preciso disegno, dove ancora il numero quattro e i suoi multipli sottendono alla suddivisione dello spazio.

L’otto è il numero che caratterizza la costruzione dell’Orto Pisano, il primo orto botanico realizzato in Italia, ideato nel 1543 per volere del Granduca Cosimo I dal modenese Luca Ghini, lettore di botanica presso lo studio pisano. Infatti, il terreno di forma rettangolare era suddiviso in otto aiuole quadrate, dai complessi disegni geometrico-simbolici al fine di catturare, secondo la filosofia neoplatonica, le energie celesti. […]

Federico V, re di Boemia ed Elettore Palatino, commissionò a Salomon De Caus l’incarico di realizzare un vero e proprio compendio di scienza ermetica. De Caus, a conoscenza della magia dei numeri e delle forme, sosteneva che non solo i giardini, realizzati secondo una geometria simbolica, possono captare le influenze astrali ma che, attraverso le stesse forme dei giardini, si possono influenzare gli astri, esercitando in tal modo una sorta di magia simpatica secondo il potere delle forme.

Nel disegno dei giardini e nella ricchezza del codice decorativo traspaiono velati rimandi al pensiero alchemico di Michel Maier. Arricchivano il complesso apparato numerose grotte dove risuonavano musiche prodotte da organi meccanici azionati dalle acque secondo la pneumatica di Erone. Nelle grotte, il linguaggio musicale si miscelava con la magia delle forme in una composizione allegorica di natura alchemica.

Esiste, infatti, una stretta connessione tra alchimia e musica, entrambe accomunate dalla qualità intrinseca di trasmutare la materia facendo vibrare l’anima. Pensiamo alla magia incantatoria della musica Orfica e non è un caso se proprio le grotte, luogo iniziatico per eccellenza e dove, in analogia all’alchemico athanor, si compie il processo di trasmutazione, celebrino spesso il mito di Orfeo.

Visione geomantica dei tre giardini di Firenze: di Boboli, di Corsi Annalena e di Torrigiani.

La cartografia mappale mostrata dall’illustr. 2 è un esempio di una lettura geomantica che ho disegnato da poco.

Si tratta di una delle numerose concezioni da me eseguite da veggente geomantico sin dal 1997 ad oggi che poi ho anche interpretato ed ora mi appresto a esaminare la cartografia della suddetta mappa dell’illustr. 2.  Si tratta della planimetria in chiave esoterica dei tre giardini di Firenze: di Boboli, di Corsi Annalena e di Torrigiani.

Come si vede oltre alle configurazione allegoriche si aggiunge anche una figura geometrica, una coppia di triangoli rettangoli quasi a identificare il pilota dell’astronave che sarà il tema di questo scritto.

In merito alla mia storia come particolare geomante (non contemplato nella casistica di questa disciplina esoterica) nel 1997 furono pubblicati  miei studi su due periodici italiani, “Il Giornale dei Misteri” e “I Misteri”. In seguito ci furono alcuni ricercatori che mi contattarono per approfondire la tematica su queste mie configurazioni insolite e nel 1999 entrai in relazione con il Dott. Mauro Bigagli, il coordinatore della rivista Energie di “Studi, Ricerca e Scienza dello Spirito” di Cosentino. Egli così si espresse in una lettera, in seguito ad una mia, per esprimere il suo giudizio in relazione alle mie configurazioni terrestri:

«…La sua sensibilità è tale che non può essere compreso facilmente dall’Uomo di oggi. Lei nelle sue cartografie vede una realtà astrale, appartenente ad una dimensione eterica che nessuno può concepire; questa è la verità. Ciò che dice è vero ma appartiene alla realtà dell’energia astrale. Ho approfondito molto le sue cartografie e questa è la mia conclusione.

La sua sensibilità lo eleva e vede cose che altri non vedono. Lei ha una trance lucida…».

Il cammello nella pancia del razzo

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio».

(Matteo 19,24)

La citata parabola, tratta dal vangelo di Matteo, ci permette di entrare nel vivo dell’interpretazione del disegno in primo piano della cartografia geomantica dell’illustr. 2. A chi è rivolta è ben chiaro, non solo agli abitanti di Firenze perché questa città è meta dei turisti di tutti il mondo e pertanto è una lezione che vale per tutti gli uomini della terra.

Per cominciare si capisce molto bene l’allegoria del cammello e del televisore che vale come segno evangelico della cruna d’ago, ma anche per indicare il regno dei cieli, cioè di Dio. Questa significazione è rafforzata dal fatto che nell’insieme, l’immagine ha la forma di un astronave a forma di razzo diretto verso l’alto del cielo.

Nell’ogiva di prua del razzo alloggia la novella coppia adamitica rigenerata, liberata dal peso del peccato originale e risorgente attraverso la corporeità. Michel Nostradamus ci viene in soccorso con la quartina II-13 per assicurarci, appunto, la visione del Verbo attraverso la corporeità:

«Il corpo senza anima non più essere sacrificio. Il giorno della Morte messo in natività:

Lo spirito divino farà l’Anima felice, vedendo il Verbo nella sua esteriorità.»

Dietro il cammello c’è un passeggero di rango che siede su una poltrona, lo abbiamo già presentato, un particolare triangolo rettangolo unito ad un altro a formare un mirabile Rebis filosofale. Ed è su questo tema in particolare che ora svilupperà una nuova concezione spirituale in termini matematico-geometrici. Ma chi è lo spirito divino cui si riferisce Nostradamus? È lo Spirito Santo, si capisce benissimo, infatti si profila una colomba bianca, quasi a reggere i due triangoli rettangoli aurei, il relativo consueto simbolo per antonomasia dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo di solito è rappresentato con una colomba bianca che rappresenta la purezza, altre rappresentazioni sono il fuoco (simboleggia l’energia trasformatrice), l’acqua (simboleggia la sua azione nel battesimo) o il vento (simboleggia che non possiamo vederlo). In ebraico la parola che corrisponde a “spirito” è רוח (ruah), un nome di genere femminile, e significa anche “soffio”, “aria”, “vento”, “respiro”. “Spirito Santo” è רוח הקודש , ruah haQodesh. Per la religione ebraica con tale termine viene indicata la Potenza divina che può riempire gli uomini, ad esempio i profeti. Questo concetto non ha avuto tuttavia uno sviluppo particolare nell’Ebraismo, come invece si è avuto nel Cristianesimo.

In greco “Spirito” si dice πνεῦμα (pneuma; da πνέω, pne , cioè “ō respirare”, “soffiare”, “aver vita”), di genere neutro. Da esso deriva il termine pneumatologia, con il quale viene indicata la scienza dello spirito in genere, e la scienza teologica giudaico-cristiana, che studia la relazione tra lo stesso Spirito Santo e le persone della Trinità cristiana.

SS Trinitá cristiana

In ebraico e greco antico, i termini “spirito” ed “aria” sono indicati dalla stessa parola. In latino “Spirito” è Spiritus (da spiro, cioè respirare, soffiare), di genere maschile come Pater e Filius.

Per quasi tutte le confessioni cristiane, lo Spirito Santo è la Terza Persona (ipostasi) della Santissima Trinità, con le altre due Persone di Dio Padre e di Dio Figlio. Secondo il mistero trinitario (dogma) della fede cristiana, ognuna delle tre Persone è totalmente Dio: Padre Dio, Figlio Dio (Gesù Cristo) e Spirito Santo Dio. La divinità dello Spirito Santo è professata nel Simbolo niceno-costantinopolitano: “Crediamo/Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre (e dal/al Figlio), e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti”.

Ora si comprende molto bene la valenza dei due triangoli rettangoli aurei che, per la loro auricità e per il fatto che fanno capo alla scienza matematica, sono alla base della scienza in generale, la stessa che studia gli effetti fisici attribuiti allo Spirito Santo, il fuoco (simboleggia l’energia trasformatrice), l’acqua (simboleggia la sua azione nel battesimo) o il vento (simboleggia che non possiamo vederlo), come già detto.

L’Apocalisse di Giovanni ci mostra l’azione formidabile dell’azione dello Spirito Santo nel porre in salvo i «due Testimoni, vestiti di sacco» (Ap 11,3) esposti come cadaveri «sulla piazza

della grande città, che si chiama Sodoma e Egitto, dove appunto il loro Signore fu Crocifisso» (Ap,11-8), alla mercé degli «abitanti della terra» a far «festa su di loro» (Ap 11,10).

Infatti:

<Ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guradarli. Allora udirono un grido possente dal cielo: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici. In questo stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti presi da terrore davano gloria al Dio del cielo.

Così passò il secondo «guai»; ed ecco viene subito il terzo «guai»> (Ap 11,11-14).

Si evince chiaramente che l’ascesa al cielo dei «due Testimoni, vestiti di sacco», può alludere alla stessa dell’astronave di Firenze in trattazione.

I due rettangoli aurei in alchimia

Qual’è la distinzione dei due triangoli rettangoli aurei fra loro. È stato già fatto capire che come simboli. rappresentano i due del Rebis filosofale, due personaggi emblematici dell’alchimia.

La coppia dei due triangoli rettangoli, e con esso implicitamente tutta l’astronave, dal punto di vista alchemico può considerarsi il compendio del Magistero della Grande Opera. E il Rebis dei due triangoli rettangoli, è uno dei risultati del lavoro dell’alchimista alla fine della prima fase, quella della Nigredo, cioè l’Opera cosiddetta al Nero.

E la Materia Prima Passiva che è soggetta alle numerose fasi depurative è rappresentata dal cammello in cui si ravvisa il drago nero, noto in alchimia con tanti nomi (è chiamata “Aries” da Filalete). Scopo della Nigredo è la successiva fase dell’Albedo, cosiddetta al Bianco e si può capire che è il televisore la relativa rappresentazione. Infatti nella parabola evangelica iniziale,  la cruna d’ago è il varco dell’Albedo.

L’Albedo, altra grande fase, quella dell’Opera al Bianco, vede la distillazione dal piombo all’argento, che ne è il materiale simbolo. Associata alla purezza, alla luce, nel mito classico anche alla Luna Bianca e alla figura femminile della Grande Dea, da Iside a Diana e Venere.

Nel mito cristiano è la Resurrezione, l’apparizione di Cristo nel nuovo corpo spirituale circonfuso di luce.

La transizione da Nigredo ad Albedo, da prima a seconda fase, vede lo svilupparsi della Cauda Pavonis, una fase di rapide sequenze cromatiche che hanno meno rilievo delle trequattro principali: la Viriditas è una di queste, a cui si associa anche talvolta una fase ViolaBlu. In effetti, anche scientificamente, il passaggio dal nero al bianco passa per la “girandola di colori” che, una volta apparsi, si fondono nella pura luce.

La Viriditas, teorizzata da Ildegarda, monaca-alchimista spirituale del XII secolo, rappresenta l’apparire del principio vitale, che è diffuso nello stato di natura in ogni dove. Un po’ tutta la scintilla vitalistica della cauda pavonis rappresenta questa esplosione di energia arcobaleno che trasmuta la cupezza plumbea della Nigredo.

Vi è anche una fase aranciogialla, in alcuni casi, che ha finito per fagocitare in certe visioni la citredo, che viene quindi associata all’Oro Rosso della Rubedo. All’interno della coda del pavone tuttavia ha particolarmente forza il Verde, che si associa anche al primievo testo alchemico, la Tabula Smaradgina, la tavola di smeraldo che riunisce i principi alchemici

. Inoltre il Verde è simbolo della forza generativa vegetale della natura: non a caso, come vediamo sopra, il “leone verde” è quello da cui si genera tutto, mentre poi tutto il resto si pone come “cauda pavonis” tra i due poli del nero e del bianco, il Corvo (simbolo frequente) e la Vergine che esce dal sepolcro2. Resta da intravedere nell’illustr. 2 dei tre giardini di Firenze la collocazione delle fasi alchemiche fin qui descritte. Dai colori si capisce chiaramente ogni cosa in proposito: La Nigredo è indicata nel cammello.

L’Albedo nel televisore.

La Cinitritas e accanto la Rubedo, rappresentano il Re e la Regina, il Rebis Filosofale quasi conclusivo dell’Opera Regia perché la piena realizzazione è nelle loro teste delle quali se ne parlerà in seguito. Prima di ciò interessa capire cosa rappresentano i due esseri che alloggiano nella poppa dell’astronave, colorati in blu e rosso.

Il Giano bifronte

Il re-bis o rebis alchemico (dal latino res bis, o res bina, «cosa doppia») è un termine usato in alchimia per indicare il risultato di un matrimonio chimico, designando anche la pietra filosofale, intesa come

Illustr. 3: Il Rebis di Basilio Valentino; riproduzione unione degli opposti, o compositum de compositis . (Dellautore dell’Aurelia occulta Philosophorum) Viene rappresentato graficamente e simbolicamente

Teatrum Chemicum, Argentorati, 1613, tomo IV. Un Sole afflitto da rigenerare come un androgino a due teste.

Tra le immagini ricorrenti nei trattati e nelle illustrazioni alchemiche, il rebis può essere raffigurato di volta in volta come l’unione sacra di Maschile e Femminile, ovvero di zolfo e mercurio, luce e tenebre, giorno e notte, Sole e Luna, Re e Regina, principio attivo e passivo, qualità fredde e calde, oppure secche e umide.

Sul piano filosofico realizzare il rebis significava approdare a Dio, concepito dai filosofi neoplatonici, in particolare da Nicola Cusano, come coniunctio o coincidentia oppositorum, cioè «unione degli opposti»: esso è l’Uno che continuamente crea e comprende in sé il molteplice. In Lui è il rebis, l’Adamo primordiale, ovvero la comune radice di tutto ciò che appare contraddittorio e bipolare alla pura ragione, e che l’alchimista non si limita a teorizzare, ma cerca di realizzare in modo pratico nel suo laboratorio.

Ma a questo punto viene il difficile perché il risultato prodigioso dell’«unione degli opposti» non è così semplice e facile da realizzare.

UNA COLOMBA SORMONTATA DA UNA CROCE (FIG.4)

La «coniunctio oppositorum» L’illustr. 4, in cui si vede una colomba che cerca di sollevare una pietra cui è saldamente legata, fa parte di Li tre libri dell’arte del vasaio, opera di un alchimista del 1500, Cipriano Piccolpasso. Egli è stato anche architetto, storico, ceramista, e pittore di maioliche, italiano. Il disegno rappresenta il simbolo dell’unità della materia, la cui difficoltà del processo alchemico per ottenerla, trapela dal filatterio in cui vi è iscritta la parola IMPORTUNUM.

La colomba, segno di sublimazione alchemica, rappresenta l’azione dello spirito sulla materia, un ruolo importante della seconda opera del Magistero Alchemico. Tuttavia il solido legame che la unisce alla pietra, lascia intendere che questa, nel trattenerla, incide nel processo con la sua azione specifica, la forza di gravità, propria della materia.

È ben chiaro così che una croce. venendo meno questa forza, il prodotto della sublimazione s’invola, vanificando così il lavoro dell’alchimista, e questo non ha senso che avvenga. Ecco lo scopo del legame che unisce i due per l’argomentata coniunctio oppositorum.

La croce in alto indica l’atanor, ossia il crogiuolo (sinonimo di croce appunto), strumento dell’Arte del Fuoco, ovvero la Via Secca.

Più da vicino la pietra e la colomba rappresentano lo solfo e mercurio alchemico (la salamandra e la remora) che si azzuffavano dilaniandosi.

Questi due principi “abitano” il vaso alchemico e la lebbra che affligge la Materia Prima, più che identificarsi con il fisso o con il volatile, col corpo o con lo Spirito, risiede nella loro mancata integrazione, nella loro separazione. L’alchimista, quindi, non potendo rinunciare né all’uno né all’altro, deve riuscire ad amalgamare e fondere insieme Spirito e Corpo, realizzando la coniunctio oppositorum.

Gli opposti devono prima lottare divorarsi ed uccidersi a vicenda perché la loro unione possa realizzarsi. Questa operazione ha due aspetti, quello del costringere la terra corporea e pesante ad elevarsi verso le regioni dello Spirito e quello consistente nell’obbligare lo Spirito ad abbandonare i “cieli filosofici”, ove può spaziare liberamente, costringendolo a discendere nelle regioni più pesanti e condizionate dai vincoli terrestri perché possa vivificare rivitalizzare e “rendere consapevole” il corpo.

È una sorta di primavera che ad un certo punto attende l’esperto e paziente alchimista in trepido “ascolto”, come Leo, uno dei tanti alchimisti, in “Avviamento all’Esperienza del Corpo Sottile”: «Noi dobbiamo cercare di avvertire accanto ad ogni impressione sensoria una impressione che la accompagna sempre, che è di genere del tutto diverso risonanza in noi della natura intima, sovrasensibile delle cose e che ci penetra dentro silenziosamente.» E cosicché lo Spirito Universale sovrasensibile si rispecchia nella sensorialità umana ed è così che, accanto a quella abituale, verrà a crearsi un nuovo tipo di sensazione.

Fino a quel momento, vi sarà il fervore occulto del prepararsi alla rinascita: ci si troverà in una situazione analoga a quella dei  primi incerti giorni  successivi  all’equinozio,  nei  quali  la natura  sembra,  pur  operosamente,  ancora  in  “Attesa  di Primavera”. “La bocca della verità”

Il primo Re del Giano bifronte, colorato in blu, rappresenta il Mercurio filosofale ed è fonte di verità e per questa funzione l’allegoria si accosta alla famosa “Bocca delle verità” romana, (illustr. 5) l’antico mascherone in marmo pavonazzetto, murato nella parete del pronao della chiesa di Santa Maria in Cosmedin di Roma dal 1632.

Il mascherone rappresenta un volto maschile barbuto; occhi, naso e bocca sono forati e cavi. Il volto è stato interpretato nel tempo come raffigurazione di vari soggetti: Giove Ammone, il dio Oceano, un oracolo o un fauno, e così può essere considerato il Re del Giano bifronte in questione.

Si capisce che della la sola verità è dell’alchimista che ha  trasformato il suo mercurio volgare in verità” romana. Mercurio filosofale, e dunque ha conseguito la Pietra filosofale.

Di qui si capisce che è il Triangolo rettangolo, nella sua forma ottagonale, la Pietra filosofale. C’è modo di capire l’antifona sulla “Bocca della verità” a Firenze, poiché nei paraggi, l’unica “Bocca della verità”, è una pizzeria che si trova a Padova in via Tiziano Becello

84/a.L’allegoria geomantica dell’illustr. 6 ce la mostra a forma di pesce per far capire che è impossibile farlo parlare. Dunque Illustrazione 6: Allegoria geomantica del pesce della pizzeria di Via Tiziano solo chi è “pesce”. che nuota nel Becello 84/a della mappa di Padova.

Mare del Mercurio filosofale (“acqua che non bagna le mani” – Fulcanelli), conosce la verità. Anzi c’è modo di capire di più su questo stato ancora a Padova, la città del Santo Antonio che ci rassicura sulla verità, basta far visita alla mappa del noto Giardino Ortobotanico di Padova dell’illustr. 8. Il mercurio filosofale è il solvente chiamato « talvolta “primo mercurio”, talaltra è detto “calamita”, ma più spesso la dissoluzione e la decomposizione sono determinate dall’intervento di Saturno, il quale, corrompendo i metalli, libera lo Zolfo che deve unirsi al Mercurio:

Sappi figlio mio che la Pietra dei filosofi deve esser fatta per mezzo di Saturno e quando la si è ottenuta allo stato perfetto, essa può compiere la proiezione sia nel corpo umano, all’esterno come all’interno, sia nei metalli. Sappi, quindi, che tra tutte le produzioni vegetative non esiste segreto più grande di quello che si trova in Saturno nel quale essa si nasconde. Saturno contiene nel suo interno l’Oro probo, cosa questa sulla quale sono d’accordo tutti i filosofi; quest’oro può essere estratto a condizione che si tolgano tutte le impurità, cioè le feci, e in tal caso viene detto: purgato. L’esterno è portato all’interno, l’interno è manifestato all’esterno, da ciò deriva il suo color rosso, per questo è stato chiamato l’oro probo” (Isacco l’Olandese, “Oeuvre Vegetable”). »

Tutto questo si è capito – avviene com’è rappresentato nell’illustr. 8 e così si ha modo di penetrare l’insegnamento evangelico del famoso segno di Giona.

Inutile esaminare il relativo lato religioso dei due vangeli di Matteo e Luca, perché è l’alchimia che ce lo spiega chiaramente in quanto si tratta del viaggio che intraprende l’alchimista per arrivare alla Luce, alla Conoscenza. La balena perciò è l’interno della terra da imboccare, ed essendo un pesce si riferisce al mondo mercuriale, un certo mare alchemico da visitare tutto racchiuso in un acronimo, V.I.T.R.I.O.L. cioè:

“Visita Interiora Terrae (et) Rectificando Invenies Occultum Lapidem”

Il termine V.I.T.R.I.O.L., formato dalle prime lettere, ed espresso in lingia latina, è di un celebre motto dei Rosacroce, comparso la prima volta nell’opera Azoth del 1613 dell’alchimista Basilio Valentino, che tradotto significa «Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta». La frase continuava alle volte con le parole Veram Medicinam, a indicare che la pietra è anche il «vero rimedio» per ogni malattia, in tal caso l’acrostico diventava VITRIOLUM.

L’espressione stava a indicare l’esigenza di scendere nelle viscere della terra, cioè negli anfratti oscuri dell’anima, per conseguire l’iniziazione, operando quella trasmutazione della materia nello spirito che avrebbe permesso di conseguire l’immortalità e riportare alla luce la sapienza, attraversando le diverse fasi dell’Opera alchemica, cioè nigredo, albedo, rubedo.

Il lettore avrà già capito che il personaggio in trono al posto della coda della balena è il dio Saturno, come dalla suddetta citazione di Isacco l’Olandese, “Oeuvre Vegetable”.

Il dio Saturno , il faraone del mondo astrale, nella cabina con la consolle di comando e i  suoi ministri di acqua e di terra, sopra e sotto la bestia marina (la balena di Giona biblico). La cabina è a forma di un timone di direzione di un aereo. L’occhio della bestia è all’insegna della geometria. In modo camuffato rappresenta la quadratura del cerchio. Tutto chiaro ora sul “Segno di Giona” evangelico che si riferisce appunto all’“oro probo” contenuto dalla balena, ovvero da Saturno. Ma resta da interpretare il disegno coreografico dei quattro quadrati riccamente descritti con geometrie diverse fra loro che ho evidenziati col colore dell’oro. Ed è presto fatto con i disegni definiti dalle illustr.ni 9 e 10.

Il Salvataggio di  una coppia di anziani e chi va in perdizione

Attira l’attenzione un piccolo scorcio sotto la grossa astronave in partenza verso il Regno di Dio, in cui due anziani aiutati a salvarsi da un essere aureolato che sembra un angelo. Si capisce che faranno parte dei passeggeri dell’astronave suddetta. Il fatto curioso è che la vecchia signora ha una masherina sul viso e questo fa capire che si tratta dell’attuale scenario epocale soggetto alla pandemia del Covid-19.

Questo piccolo squarcio appena accennato vuol essere un messaggio per far capire che si stia alle soglie della fine dei tempi preconizzati dai preparativi del “Grande Viaggio” che l’astronave, appena descritta, vuol far capire. Ma non manca la scena di chi è condannato a non far parte dei viaggiatori verso la felicità.

A destra vediamo un religioso incappucciato che sta prelevando, e/o anche depositando, del danaro ad un bancomat e si vede più in alto un funzionari di banca che controlla. Ma più in basso si vedono un infante ed un ragazzo (o ragazza) seduti davanti a un tavolo. Il disco fra i due vuol rappresentare la vecchia “ruota” cosiddetta degli “esposti”.

« La ruota degli esposti, o rota degli esposti, era una bussola girevole di forma cilindrica, di solito costruita in legno, divisa in due parti chiuse per protezione da uno sportello: una verso l’interno ed un’altra verso l’esterno che, combaciando con un’apertura su un muro, permettesse di collocare, senza essere visti dall’interno, gli esposti, i neonati abbandonati. Facendo girare la ruota, la parte con l’infante veniva immessa nell’interno dove, aperto lo sportello si poteva prendere il neonato per dargli le prime cure.

La prima “ruota” compare in Francia, nell’ospedale dei Canonici di Marsiglia nel 1188 e poco dopo ad Aix-en-Provence e a Tolone. In Italia, secondo la tradizione, Papa Innocenzo III, turbato da ricorrenti sogni in cui gli apparivano cadaveri di neonati ripescati dalle reti nel Tevere, istituì una “ruota” nel 1198 nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia. ».

Facile capire a chi si riferisce oggi questa coppia di scene in cui è ben chiaro che l’una è in relazione con l’altra.

È proprio dei nostri giorni la bufera di un grande scandalo scoppiato nel Vaticano. Così titola in proposito un articolo diffuso il 5 luglio 2021 sul web.

« Scandalo in Vaticano, speculazioni e denaro sottratto ai poveri: come funzionava il presunto “sistema Becciu”.

Si allarga lo scandalo in Vaticano: dopo l’inchiesta scattata sul palazzo di Sloane Avenue 60 a Londra nel 2019. Becciu e altri 9 a processo E così prosegue:

« Si allarga lo scandalo in Vaticano: dopo l’inchiesta scattata sul palazzo di Sloane Avenue 60 a Londra nel 2019, parte il prossimo 27 luglio il processo contro l’ex Sostituto della Segreteria di Stato Angelo Becciu, che lo stesso papa Bergoglio, in un’udienza del 24 settembre passata alla storia, ha privato della carica. Assieme a lui a giudizio ci sono anche prelati, funzionari della Santa Sede, finanzieri e manager e quattro società, di cui una riconducibile alla “dama del Cardinale” Cecilia Marogna.

Maxi inchiesta in Vaticano, cosa sappiamo.

Una maxi inchiesta sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, in cui non compare solo l’immobile londinese di lusso acquistato dal Vaticano per centinaia di milioni di euro quando Becciu era sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa Sede, ma molto di più.

L’inchiesta ha fatto emergere quelle che si configurerebbero come operazioni speculative finanziate anche con i soldi per i poveri nella diretta disponibilità del Papa, quelli dell’Obolo di San Pietro, portando a perdite milionarie per la Santa Sede.

“Un marcio sistema predatorio e lucrativo” lo definisco i pm, a danno della stessa Segreteria di Stato e di suoi fondi caritativi, con conseguenti gravi perdite per le casse vaticane, che si sarebbe retto su “complicità e connivenze” tra operatori finanziari e consulenti esterni e addetti e dirigenti interni.

A giudizio sono finiti il cardinale Angelo Becciu, il suo ex segretario monsignor Mauro Carlino e la sua donna di fiducia Cecilia Marogna, i finanzieri Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi, l’ex direttore dell’Aif, Tommaso Di Ruzza e il presidente René Brulhart, per cui però si procede separatamente, l’ex gestore delle finanze vaticane Enrico Crasso, l’avvocato Nicola Squillace, oltre a quattro società, una riconducibile a Marogna (la Logsic Doo) e le altre a Crasso (Sogenal, Prestige family office Sa, entrambe con sede a Lugano, e Hp Finance con sede a Miami)… ».9

L’alchimia del mistero del Terzo Sale, il Caput Mortuum

In alchimia il sale è uno dei Tre Principi, presenti sia nel cosmo sia nell’uomo: una triade mistica, composta dal sale, dal mercurio e dallo zolfo. Benché si presenti come una polvere bianca, inerte, il sale è uno dei grandi misteri e simboli dell’iniziazione. Nella tradizione alchemica esso era l’emblema di un patto sacro che non poteva mai essere rescisso, simile a quello che il neofita stringeva con la sua scuola o il suo maestro. «Il patto di sale» di cui parla l’Antico Testamento potrebbe avere un significato diverso da quello che gli viene di solito attribuito.

Il Nuovo Testamento è meno evasivo al proposito: in Matteo, infatti, «sale della terra» sono gli eletti, ossia gli iniziati e non, come si tende oggi a pensare, quanti sono poco più che semplici contadini. Nei secoli lontani gli eletti sedevano al posto d’onore, «più in alto del sale», perché avevano conquistato il sale che avevano dentro di sé. Come si spiegherebbe altrimenti tutta l’importanza che nei convivi medievali veniva attribuita al salinum, ossia alla saliera? […]

Gli alchimisti ponevano talora a emblema del sale il più semplice di tutti i sigilli: un minuscolo quadrato ☐ o un piccolo rettangolo. Con quelle quattro linee che descrivono uno spazio vuoto come lo spazio fra l’Aria e l’Acqua – intendevano delineare i misteri dei quattro elementi o disegnare una bara? Il reverendo Brewer, un colto collezionista di idee curiose, totalmente ignaro di esoterismo, ci ricorda la consuetudine, tuttora esistente, di porre una manciata di sale nella cassa del morto.

C’è forse un nesso fra il sale e la morte? Un altro sigillo del sale – usato con frequenza nei gruppi alchemici rosacrociani – era un cerchio tagliato a metà da una linea orizzontale Θ . Quel sigillo deriva dalla theta maiuscola di Thanatos, che in greco significa «morte».

In numerosi testi alchemici il sale rappresenta il processo mentale, che è un processo di morte. Il sale è il residuo dell’attività spirituale che avviene nella nostra testa: come nelle triade alchemica, è la scoria che resta quando la vita è volata via, è il cranio, il caput mortuum, la polvere bianca residua dopo l’estrazione dell’oro. È la cenere del pensiero.

Quando la testa o la sua attività spirituale che chiamiamo mente – raggiunge il punto in cui non è più in grado di capire, in cui l’ordine dell’universo sembra frantumarsi, allora produce lacrime salate.

In riferimento al razzo del giardino di Firenze dell’illustr. 2, si sarà notato che l’ugello del getto di propulsione per la sua spinta verso il cielo, è indicato con la parola “il sale”. Ed ecco che ora si capisce appieno il senso del caput mortem cui si riferisce e del suo preciso scopo, senza il quale il razzo non può viaggiare verso la meta stabilita. È il terzo sale ed è l’azione dello Spirito Santo ampiamente illuminato nel capitolo del cammello.

Un posto speciale in poltrona per due triangoli rettangoli aurei, i gemelli geometrici astrali Il triangolo rettangolo rosso aureo che sostiene l’altro color giallo, il gemello soccorritore del cielo

L’illustr. 11 è un dettaglio dell’illustr. 2 dell’astronave dei giardini di Firenze: di Boboli, di Corsi Annalena e di Torrigiani. Sono in evidenza i due triangoli rettangoli aurei che vanno visti nell’insieme come di due gemelli del mito Castore e Polluce. In particolare ora sarà esaminato il triangolo rettangolo segnato in rosso.

Il mito grecoromano conosce molte storie di fratelli, spesso divisi da questioni dinastiche o di potere: ma non è stato così per Castore e Polluce. Ne parla Giulia Regoliosi.

[…] è il caso dei figli di Edipo, uccisi in un duello vicendevole per il regno di Tebe, o dei protagonisti della primigenia leggenda romana, Romolo primo uccisore e Remo primo ucciso, la cui morte ancora pesava nella memoria dei discendenti come origine e causa infinita del protrarsi delle guerre civili. […]

Dobbiamo a Pindaro la ricostruzione di una delle più commosse varianti del mito dei gemelli. Nella X Nemea racconta che Castore, qui il gemello solo umano, viene ferito in una lotta; Polluce accorre presso il morente e prega Zeus, suo padre, di concedergli di morire con lui. Il dio è sconcertato da questa fedeltà fra fratellastri di origine così immensamente diversa: “Tu sei mio figlio.

In seguito ha generato lui, ponendo in tua madre il suo seme mortale, l’eroe suo sposo. Ma ti concedo una scelta: se evitando la morte e l’odiosa vecchiaia vuoi vivere sull’Olimpo con me e Atena e Ares dalla nera lancia, hai questa sorte; se invece lotti per tuo fratello, e pensi di dividere tutto con lui, puoi stare per metà sotto terra, e per metà nelle auree dimore del cielo”.

Polluce sceglie senza esitare la seconda possibilità, salvando così la vita del fratello: “E sciolse gli occhi e poi la voce di Castore dalla bronzea cintura”. Altre varianti considereranno entrambi i fratelli immortali, tanto da farne i protettori dei naviganti e l’origine della costellazione dei Gemelli.

Questa di Pindaro comporta un legame fraterno e una dolorosa rinuncia: anche perché, come spesso avviene per i doni degli dèi pagani che non capiscono gli uomini e i loro affetti, i due fratelli divideranno mortalità e immortalità ma resteranno così divisi fra loro.  

L’immagine geometrica dell’illustr. 11 mostra i due triangoli rettangoli aurei, uno che sostiene l’altro indivisibili, come decise di fare Polluce di stare con Castore per metà anno e in cielo con Giove e gli altri dei nell’altra metà dell’anno, secondo la storia mitica di Pindaro appena raccontata.

Nel prossimo capitolo si entra nel vivo dei due triangoli rettangoli aurei con una trattazione esclusivamente matematico-geometrica. Si parlerà per primo sul triangolo rettangolo aureo legato al mitico Polluce figlio di Zeus che decise di dividere col fratellastro Castore metà anno nel mondo sotterraneo (cioè l’astrale) e l’altro insieme al padre. E si capirà per quale ragione il triangolo è legato al cielo degli degli dei.

Sezione Aurea nel cielo… galassie a Spirale

Non a caso ho mostrato la spirale aurea dell’illustr. 12 con un’immagine con sfondo nero presa dal web per l’occasione. Vedremo come possa essere veritiera la frase posta a didascalia: «La spirale aurea che nasce nel mondo sotterraneo, l’Astrale.». Si tratta di un mondo sotterraneo a quello in cui viviamo che può corrispondere al cielo notturno ripieno di miliardi di stelle e galassie a forma di spirale che a loro volta sono costituite da miliardi di stelle disposte in disco e rotanti intorno ad un centro. In base alla classificazione di Hubble sono indicate con la lettera ‘S’.

Le galassie spirali sono caratterizzate da un rigonfiamento centrale detto “bulge” da cui partono due bracci di stelle a spirale che assumono una forma logaritmica. (illustr. 13) Ecco che ritroviamo la spirale logaritmica, la Spirale Aurea.

Nel nucleo sono concentrate le stelle più vecchie (dette “popolazione II”) e spesso un buco nero supermassiccio. Nei bracci sono, invece, addensate le stelle più giovani (dette “popolazione I”) e il materiale stellare.

La nostra Via Lattea segue anch’essa questo schema strutturale, la Spirale Logaritmica o Aurea. (illustr. 14)

La sezione aurea

La sezione aurea (o numero aureo) è una successione di numeri che, riportata alla geometria, ricorre in tantissime forme naturali e opere d’arte e tutto ciò che ci circonda ha a che fare con la matematica. Persino l’arte.

Andiamo alla scoperta della sezione aurea, un rapporto numerico che genera il numero aureo, ossia un numero irrazionale (che non termina mai) che equivale circa a 1,6180339887 ecc...

Questo numero, comunemente semplificato in 1,618 e simboleggiato con la lettera greca φ (pronunciato phi), è una costante che in geometria viene “trasformata” in linee e proporzioni, diventando appunto la sezione aurea. Essa stando alla definizione “tecnica” corrisponde al rapporto fra due lunghezze disuguali dove la maggiore di queste è medio proporzionale tra la minore b e la somma delle due (a + b). Dunque, se l’altezza è pari a 1, la base sarà 0,618.

Un concetto un po’ complicato che però, applicato al mondo reale, ritorna in tantissimi elementi naturali e, inconsciamente, anche in molte opere d’arte, tanto che per secoli la sezione aurea ha rappresentato la prova di un legame invisibile tra macrocosmo e microcosmo, tra Dio e l’uomo, tra il pensiero razionale e la Natura che ci circonda.

Per questo il numero aureo è anche chiamato il Numero di Dio.

La sezione aurea e il numero aureo dunque non rappresentano una singola grandezza o una specifica figura, ma piuttosto un rapporto, una successione di diversi numeri e/o grandezze.

Si tratta ovviamente di concetti molto complicati ma nel medioevo il grande matematico pisano Leonardo Fibonacci riuscì a creare, probabilmente senza volerlo, una successione ricorsiva in grado di approssimare al meglio il numero aureo.

La successione di Fibonacci infatti altro non è che una serie di numeri in cui ogni termine è la successione del precedente. Sembra super-difficile, ma non lo è. In pratica si parte da 0 e 1; poi da lì si inizia a sommare: 0+1 fa 1, dunque nella successione a 0 e 1 aggiungeremo un 1. Poi 1+1 fa due, quindi si aggiunge un 2. E così via.

Es: 0,1,1,2,3,5,8,13… (13 è la somma delle due cifre che lo precedono, 5 e 8. Dunque il prossimo numero da inserire sarà il risultato della somma tra 8 e 13, ossia 21).

Ma come già detto, la sezione aurea non riguarda solo la matematica. In Natura un sacco di elementi riprendono la rappresentazione di quest’affascinante rapporto geometrico: la conchiglia del mollusco Nautilus riprende alla perfezione la forma della sezione aurea e secondo il fisico Nassim Haramein, la sezione aurea avrebbe addirittura origine della lunghezza d’onda più corta generata dall’Universo.

Anche l’Arte – proprio perché rappresentazione della realtà – e l’Architettura sono “infarcite” di sezioni auree. Il Partenone di Atene, ad esempio, presenta una facciata perfettamente inscrivibile nelle proporzioni di un rettangolo aureo (ossia un rettangolo costruito in base alle “regole” della sezione aurea) e molte opere di Leonardo da Vinci ripropongono nella disposizione dei vari elementi dipinti le esatte proporzioni dettate dal numero aureo.

Il rettangolo aureo e i due gemelli geometrici dell’illustr. 2 che vi derivano

Il rettangolo aureo è un rettangolo le cui proporzioni sono basate sulla proporzione aurea. Ciò significa che il rapporto fra il lato maggiore e quello minore, a : b, è identico a quello fra il lato minore e il segmento ottenuto sottraendo quest’ultimo dal lato maggiore b : a-b (il che implica che entrambi i rapporti siano 1,618). (illustr. 15)

La particolarità saliente è la sua facile replicabilità: difatti, basta disegnarvi all’interno un quadrato basato sul lato minore, o altresì, all’esterno, basato sul lato maggiore, sì da ottenere col semplice compasso un altro rettangolo, minore o maggiore, anch’esso di proporzioni auree.

Le sue particolarità, nonché l’alone che già risiedeva attorno alla proporzione aurea, sulla quale è basato, l’hanno fatto considerare nei secoli un canone di bellezza assoluto; non sono mancate nell’800 persino indagini psicologiche volte ad avvalorare tale tesi, e nonostante successive verifiche l’abbiano del tutto privata di valore scientifico ancora oggi è diffusa l’idea che il rettangolo aureo sia il “rettangolo più bello”.

Vedremo ora che questo rettangolo aureo dà origine ai due “gemelli geometrici” dell’illustr. 2.

Graficamente la procedura per disegnare questi triangoli comporta riprendere il tettagolo aureo dell’illustr. 15 e poi eseguire le operazioni riportate nell’illustr. 16 seguente.

 La prima operazione è quella di capovolgere il rettangolo aure dell’illustr. 1, poi è facile capire ogni cosa seguendo il disegno con i diversi archi di cechio per individuale:

1) Il triangolo rettangolo parzialmente visibile, color rosso, le cui proprietà lo vedono con i duecateti, il maggiore pari alla sezione aurea 1,618… , il minore 0,618… il suo inverso. L’ipotenusa è esattamente la radice quadrata di 3. Vedremo poi cosa implica questa misura.

2) Il triangolo rettangolo visibile, color giallo, le cui proprietà lovedono con l’ipotenusa pari alla sezione aurea 1,618…  e il cateto minore 0,618… il suo inverso. Il cateto maggiore è 1,495…. Vedremo ora quali funzioni attendono questi due triangoli rettangoli aurei e per primo parleremo del triangolo rettangolo color rosso, molto importante perché è attraverso di esso che si realizza un misterioso «soccorso» della profezia di Nostradamus citata all’inizio,  che ripropongo:

«Troppo al cielo piange l’Androgino procreato, Nello spazio celeste sangue umano versato: Per la morte troppo tardi il grande popolo ricreato tardi e così viene il soccorso atteso.»

Illustrazione 16: I due triangoli Poi si capirà perfettamente. rettangoli aurei, i “gemelli geometrici” dell’illustr. 2.    Su questo triangolo rettangolo, che è speciale, conta enormemente il fatto che l’ipotenusa sia la √3, perché è anche la diagonale interna interna del cubo. (illistr. 17).

«Le tre religioni monoteiste, la massoneria e l’alchimia l’hanno tenuto in seria considerazione…“Voi siete il sale della terra”, esclama Cristo nei Vangeli.

Alla Mecca i musulmani adorano il luogo dove Abramo e Ismaele dovevano edificare un santuario sotto la forma cubica del Ka’ab (=cubo).

Gli Ebrei nella Bibbia purificavano i loro sacrifici col sale.

I massoni, autoproclamatisi eredi del biblico architetto Hiram, squadrano simbolicamente la “pietra grezza” fino a farla diventare

Illustrazione 17: IL cubo e la pietra cubica diagonale 3.

In alchimia il sale è uno dei tre principi dell’Opera… Gli altri sono lo zolfo e il mercurio. E’ il corpo da purificare e il corpo purificato. Il principio e la fine dell’Opera.

Noi viviamo in edifici alquanto squadrati, cubi (…o parallelepipedi). La forma cubica è il paradigma di ogni misurazione dello spazio e di ogni costruzione. Il principale minerale presente nel nostro corpo è il cloruro di sodio (il sale appunto), dai cristalli indiscutibilmente cubici o tendenti a quella forma… La loro struttura molecolare cubica si estende senza particolari perturbazioni a formare i cubi osservabili chiaramente al microscopio.

Il cubo salino si imprime come paradigma anche nei nostri pensieri… Viviamo il cubo dentro e fuori di noi. Proprio ora siete in un “cubo” (più o meno), la stanza in cui siete col computer su cui leggete… che ha uno schermo che richiama il quadro (cubo a due dimensioni) leggermente variato in un rettangolo (con proporzioni comunque armoniche… se non è 1:1 è 4:3 o 16:9, ecc…).

Inquadriamo la nostra visione… che apparirà così più “comprensibile” (secondo me il “sale” degli alchimisti è la comprensione, dell’altro come di tutte le forme). Il cubo è lo spazio materiale che guarda con le sue facce nelle 4 direzioni (Nord, Sud, Est, Ovest). Abbiamo amplificato il cubo salino fino a farne una casa, seguendo una logica frattale, che rende macroscopico un legame microscopico, se non invisibile… Nel percorso che va dal plasma salino del nostro sangue alle stanze in cui abitiamo (e che contengono il nostro uovo cranico), c’è un cubo che si ingigantisce.

Cubo, forma perfetta, con X, Y e Z della medesima misura… Sei tu la pietra? Sei tu il corpo misura di tutti gli altri?»13 Di conseguenza il triangolo rettangolo con l’ipotenusa di √3 può cosiderarsi alla stregua del cubo l’angelo del sale della terra, il “terzo sale” sublimato degli alchimisti. Infatti osservando la mappa geomantica dei tre giardini di Firenze dell’illustr. 2, si nota che l’ugello propulsore dell’astronave è segnato con la dicitura “Il Sale”, ed è la scarpa del gigantesco essere color rosso con la stella esagolale sul capo.

È un sale provvidenziale senza il quale l’astronave non può partire. Ma la comprensione di questo “Sale” lo si capirà ancora meglio e definitivamente ricorrendo al Rebis di Basilio Valentino mostrato con l’illustr. 3 che ripropongo con l’illustr. 18 munito di certi perfezionamenti in relazione al “terzo sale” suddetto: le due ali della sfera terrestre sostituite dai due triangoli rettangoli aurei corrispondenti al cubo dell’illustr. 17.

Dissolvi allora Sol e Luna nella nostra acqua amica come se fosse un utero, una madre l’origine e la fine della vita.

Così potranno essere nuovamente generati e rinascere più sani, più nobili e più forti.

(Ricetta alchemica)

La luna rappresenta l’Argento, l’Opera Minore, o il Mercurio a seconda dei fini di chi lo usava nei propri manoscritti. Si congiunge con il sole, o l’oro nella Grande Opera. La luna rappresenta la fertilità, la resurrezione, il mistero, l’occulto, l’immortalità e l’intuizione. La luna è una proprietà femminile e gli alchimisti lo incorporarono con il sole per garantirne l’equilibrio. Come il Sole astrologico è il simbolo che riassume le qualità prettamente maschili dell’Animus, collegate al Logos ed alla razionalità, altrettanto la Luna rappresenta le qualità femminili, che fanno capo all’Anima e al suo Come dall’illustr. 3.

Eros; il Sole ragiona, agisce, conquista, altrettanto la Luna sente, si emoziona, partecipa. Dalla giusta integrazione di questi archetipi, maschile/femminile, Animus/Anima, Sole/Luna che scindono la psiche, dipende la possibilità di condurre in pienezza la propria esistenza, attuando le scelte giuste per la propria evoluzione e trovando l’equilibrio non solo con l’altro, ma soprattutto con la propria interiorità.

“In senso psicologico l’unione della coscienza (il Sol) con la sua controparte femminile, ossia l’inconscio (Luna), ha anzitutto un risultato indesiderabile: ne derivano animali venefici(….), ma questo può dipendere soltanto dal fatto che in entrambi i genitori è presente un male oscuro che si rivela nei figli, come sovente accade nella vita degli esseri umani” (Jung, Mysterium coniunctionis).14

Il guscio dell’uovo filosofico separa il caos dal resto indifferenziato o il tutto dal nulla. Si può dividerla figura in due metà, una superiore e una inferiore, che le metà dell’uovo filosofico: l’una celeste e l’altra terrestre.

Nella metà superiore e celeste vi è il settenario dei pianeti il Sole e la Luna, cioè il maschile e femminile interiori, spirito e anima, si uniscono insieme agli altri pianeti e formare il Rebis. Siamo ora nella rappresentazione del macrocosmo entri il microcosmo.

A destra ci sono i pianeti determinano il sesso fisico, Marte (maschio) e Venere (femmina), a sinistra ci sono i pianeti che plasmano le qualità interiori, Giove (carattere) e Saturno (pensiero). Egli è un essere umano la cui Luna-anima è sposa in nozze alchemiche al Sole-spirito. La donna-anima tiene la squadra dell’arte regia poiché ella porta la costanza del creato, il quadrato.

Mercurio, l’androgino, è l’unione delle due polarità, formano l’energia deñ sole lunare: esso è nel contempo il figlio del Sole e della Luna, poiché li contiene entrambi e domina sulla croce della materia. Tale condizione è simboleggiata dalla Tau e forma di “Y”, cioè la confluenza della luce lunare e solare in un’unica terza luce. Ecco il Re-bis, la “cosa doppia”.

Ciò dimostra che il Rebis è la condizione finale ed essenziale dell’iniziato, di colui che ha reso la sua anima viva e feconda attraverso la luce dello spirito e lo porta nel mondo. Secondo gli archetipi di jung ciò sarebbe l’integrazione dell’Anima maschile nella donna e viceversa, l’integrazione dell’Anima femminile nell’uomo, ed è solo attraverso la lotta con l’Ombra (il drago di cui sotto).

Passiamo ora alla metà inferiore e terrestre su cui il Rebis poggia i propri piedi, ovvero le colonne del Tempio. Siamo ora nella sfera della creazione del macrocosmo. La solidità della costruzione spiritual si regge sul drago domato: le oscure energie della natura interna che, lungi dall’essere negate, si devono invece conoscere e addomesticare.

Il drago è un essere tanto astrale (brame) quanto eterico (istinti). Il fuoco del drago deve essere rivolto verso l’alto, così come le ali e la coda, resa inerme dal suo nodo. Il drago poggia a sua volta su una sfera alata: è la materia prima che, creata innocente è sferica, rassomiglia cioè allo spirito. Essa è lo “zero” filosofale.

Ma per effetto del drago che la domina, subisce un differenziamento interno: innanzitutto si forma un punto centrale, formando così il simbolo del Sale e dell’oro, esso è l’Uno. Si separano poi le due polarità, immanente (la linea orizzontale) e trascendente (la linea verticale), tale è la croce dei fiumi edenici (la natura naturante) da cui poi origineranno i quattro elementi (il quadrato).

Il due viene sintetizzato nel tre, il triangolo. A questo punto dell’evoluzione del mondo la Trinità è entratta in azione: dalle potenza si passa all’atto della creazione materiale, con il quattro del quadrato che sono i quattro elementi (la natura naturata).

Entro il creato il 3 trinità + 4 elementi = 7 operazioni o fasi per creare  la pietra filosofale, che è la materia ultima. 7 che diventano 1, come in altro così in basso. Essa è al contempo la materia prima indifferenziata e tutto ciò che è differenziato entro in essa: per questo suo equilibrio tra potenza e atto, è in grado di far eveolvere la sostanza verso la sua ragione ultima.

Nel caso dell’uomo, nel Rebis. Il simbolo del Sole-oro posto al centro della pietra filosofale, è anche il Cristo nascosto nelle materia. Egli si pone appunto come Alpha (passato) e Omega (futuro), che è sempre al centro (eterno presente): tra i pianeti è il Sole e tra i Tria e il Mercur.

Il Rebis e il Mercur come centro del Tria Prima è l’origine della metà inferiore dell’aria (calda e umida) e dalla metà superiore dell’acqua (fredda e umida). Essa è infatti la compensazione degli estremi del Sulphur (superiore) formato da fuoco (caldo secco) e dalla metà superiore dell’aria (calda e umida) con il Sal (inferiore) formato dalla metà interiore acqua (fredda e umida) e dalla terra (fredda e secca).

Dunque abbiamo le seguenti corrispondenze tra materia del macrocosmo (mondo) e componenti del microcosmo (uomo):

1. Sulphur = fuoco + aria superiore = Spirito superiore; 2. Mercur = aria inferiore + acqua superiore = Anima mediana;

3. Sal = acqua inferiore + terra = Corpo inferiore.

Se prendiamo il simbolo del Mercur, identico a quello del pianeta Mercurio, abbiamo che il simbolo del Sole come pianeta nel macrocosmo e Mercur dei Tria Prima nell’uomo. Mercur riceve lo spirito nella coppa lunare (santo Graal) rivolta verso l’alto, lo vivifica nel Sole centrale e impregna così la materia inferiore rappresentata dalla croce dei quattro elementi.

Spiritus, anima, corpus (espressione latina che significa “spirito, anima, corpo”) è una concezione filosofica e teologica che definisce i tre costituenti essenziali dell’Uomo.

È esposto in particolare in sant’Agostino con riferimento a un insegnamento dato da Paolo di Tarso ai Tessalonicesi nella sua prima epistola. Questa concezione dell’uomo, conosciuta nell’antichità, fu utilizzata durante il Medioevo ed è ancora utilizzata da alcuni teologi. Gli autori hanno diversamente compreso e analizzato il significato di

questi tre termini (a volte chiamati tricromazia o antropologia tripartita) che sollevano la questione di una netta distinzione tra spirito e anima. Estesa da René Guénon a tutti gli esseri viventi, questa “divisione ternaria” è sostenuta dal perennialismo. Attualmente sta vivendo un risveglio nelle correnti carismatiche pentecostali.

La conoscenza del nuovo drago rigenerato del Corpo inferiore

Le geometria dei simboli geometrici è servita per capire in modo fisico, e così dare l’idea esatta delle tre corrispondenze che, però si limitano ai suoi primi due stadi elecati in precedenza, cioè:

Sulphur = fuoco + aria superiore = Spirito superiore = SPIRITUS

Mercur = aria inferiore + acqua superire = Anima mediana = ANIMUS

Ora è la volta dell’azione del Sal per far delineare il Corpo inferiore, CORPUS, ma occorre intravedere una geometria corrispondente per capire la natura del drago in termini fisici e così anche il pianeti che vi sono legati, compreso l’azione dell’aria inferiore +acqua superiore.

Ma già la nuova rappresentazione del Rebis di Basilio Valentino dell’illustr. 18 lascia uno spiraglio di questa annunciate rappresentazioni geometriche ricercate. Infatti vediamo che al posto della ali del drago e anche della terra (che attiene appunto la terra, cioè il Sal), ho posto dei triangoli rettangoli.

E si capisce che si tratta degli stessi oggetto di trattazione fatta in precedenza nei capitoli “Sezione Aurea nel cielo… galassie a Spirale” e “Il rettangolo aureo e i due gemelli geometrici dell’illustr. 2 che vi derivano”.

Resta però da concepire la geometria che identifica il drago cui,poi, legare le nuove ali geometriche suddette.

Il mito del serpente espressione del drago

“Voi però siate furbi come serpenti e semplici come colombe”.

Inizierò da questa raccomandazione di Gesù detta in precedenza perché nella storia del mito del serpente troviamo quello che lo personifica, il  Serpente Piumato.

Venerato da Maya e Aztechi, è una delle più antiche divinità mesoamericane. Le sue origini sono incredibilmente antiche, più di quanto potessero essere ritenute secondo le indagini archeologiche moderne.

Teotihuacan, nel Messico Centrale, edificato intorno al 200 d.c. è uno dei primi templi a lui dedicati.

Tutto ha avuto origine, secondo l’ipotesi più accredidata, dal culto di Quetzalcoatl, un eroe, non si sa se successivamente divinizzato o nato già con natura divina. Tuttavia è certo che fu anche sacerdotale e, forse, re.

Di qui si sviluppa la teoria dell’archeologa  Laurette Sejournè, molto edotta di esoterismo e simbolismo a differenza di altri ricercatori come lei che brancolavano nel buio, per illuminare i reperti degli scavi  a Teotihuacan negli anni “60.

Questo è importante perché in questo saggio, questo ricorso avrà un significativo e importante ruolo.

Con laurette Sejourné emerse così, suo tramite,  il simbolismo esoterico di Quetzalcoatl e la sua dottrina escatologica del Serpente piumato che illumina a giorno la citata frase di Gesù del quinto vangelo di Tommaso:

“Voi però siate furbi come serpenti e semplici come colombe”.

Nasce con Quetzalcoatl il mitico primo maestro spirituale apportatore di civiltà (una sorta di Prometeo). Con lui le radici dell’Ego peccaminoso viene vinto per far trascendere la materia che ridiviene Luce.  Quetzalcoatl è come un re casto ma accade che sotto l’effetto dell’ubriachezza, commette un peccato carnale. Si pentisce e si dà la morte facendo di sé un rogo per espiare la sua colpa.

Altri miti, lo vedono discendere agli Inferi in forma di coyote dove ruba delle ossa preziose capaci della ricreazione umana. Questo atto dovette essere il quinto tentativo dopo 4 distruzioni del mondo, definito l’epoca del Quinto Sole. E fu la nuova vita del genere umano, la rinascita del tempo, il Movimento, con i suoi cicli dopo le precedenti catastrofi. 

Facile a immaginare che il Serpente Piumato si accomuna alla funzione del Cristo nel cristianesimo, entrambi portatori di un messaggio di speranza e salvezza per la particella celeste che ha preso forma umana in questo mondo.

Ma molto c’era da fare ancora per la creazione umana in abbozzo, al tempo di Quetzalcoatl. In quanto alle spirali geometriche elencate in precedenza non importa ora, capire quale sia quella che meglio si addice al Serpente piumato messicano. Tanto più che altri generi di serpenti del mito vi si affollano dietro relativamente a tutte le parti del mondo.

Simbolicamente il serpente passa attraverso la parte negativa del mondo e, si rigenera nel massimo grado della positività, divenendo il  sole, donatore di vita. Lo abbiamo visto con Quetzalcoatl il mitico primo maestro spirituale apportatore di civiltà, il Serpente piumato.

Si tratta di una rigenerazione che accomuna altre religioni cosa che probabilmente risiede nella trasposizione mitologica di un evento biologico tipico di tutti i rettili con l’esuviazione (o muta). Il serpente, crescendo, perde completamente la pelle vecchia, lasciandola appesa a un ramo o a una roccia, mostrandosi con una nuova pelle, più lucida e bella. Di qui la credenza popolare che nei rettili risiedesse il segreto dell’immortalità con la sua continua rigenerazione.

Già nella Bibbia ebraica (Tanakh) il serpente del Giardino dell’Eden tentò Eva con la promessa della conoscenza proibita, convincendola che nonostante il monito di Dio, non ne sarebbe risultata la morte. Il serpente è identificato con la saggezza:

“Ora il serpente era il più astuto di tutte le fiere dei campi che il Signore Dio aveva fatto” (Gn 3,1).

In ultima analisi si riesce a capire la lunga via dei “serpenti” del male e del bene (il famoso albero biblico, come si sviluppa nel tempo. Quella di Quetzalcoatl era una di queste vie, ma anche la missione di Gesù, per certi versi è una di queste e lo si capisce da questa frase celebre del vangelo di Giovanni.

Qui è Cristo che dialoga con Nicodemo, rispondendo a certe sue perplessità sulla rinascita col battesimo di acqua e fuoco: “E come Mosè innalzò il serpente, così pure fa d’uopo che sia innalzato il Figliuolo dell’uomo”». Che vuol dire? Riprende la questione dell’aesiviazione (o muta) di tutti i rettili. Il serpente, crescendo, perde completamente la pelle vecchia, lasciandola appesa a un ramo o a una roccia, mostrandosi con una nuova pelle, più lucida e bella. E con Gesù è la trasposizione alla sua crocifissione sul Golgota: era il suo corpo che aveva preso su di sé i peccati del mondo e fu la sua morte.

Ecco la pelle del serpente vecchio appesa sul un legno, che dopo tre giorni si rinnova con la resurrezione. E così fu anche per Quetzalcoatl messicano. Ma non mi sarei dilungato tanto sul “serpente” ideologico, di cui si fece carico Gesù il Cristo, se non fosse per la storia che ora inizierà su un altro serpente antico, noto col nome di Ureo, più specificatamente Uraeus.

L’uraeus egizio

Ureo è il nome del serpente sacro, effigiato spesso nei monumenti figurati egizî, sul copricapo di divinità e di faraoni come emblema del supremo potere. (illustr. 19)

In generale l’Ureo era una decorazione a forma di serpente posta, in origine, ai lati del disco solare e successivamente sul copricapo dei sovrani e delle regine egizie. Nell’illustr. 1 lo vediamo nella dizione di Uraeus ed era il simbolo della dea dea Wadjet venerata nel 19º distretto del Basso Egitto.
Insieme alla barba posticcia del faraone, l’Ureo era uno dei simboli esteriori della regalità: rappresentava infatti la sua forza e la potenza e incuteva sottomissione ai sudditi, e rafforzava la Illustr. 19:

Uraeus o Ureo, rivendicazione del faraone sulla terra. Poteva essere affiancato dal immagine tratta dall’Affresco simbolo dell’avvoltoio, come nella famosa maschera di della cappella funeraria di Tutankhamon. Solo con la presenza dell’ureo sulla corona il faraone Thutmosi III (sec. XV a.C.).

Opera grafica dell’autore. era riconosciuto come sovrano assoluto. In epoca tarda i sovrani utilizzarono anche corone con due urei affiancati. Alcune immagini di regine tolemaiche, come Cleopatra VII presentano copricapi con tre urei.

Posto sulla fronte del sovrano, l’ureo svolgeva il suo compito di protettore, sputando fiamme contro i nemici.

Wadjet era una delle prime divinità egizie ed era spesso raffigurata come un cobra, poiché è la dea serpente. Il centro del suo culto era a Per-Wadjet, in seguito chiamato Buto dai Greci. Divenne la patrona del delta del Nilo e la protettrice di tutto il Basso Egitto. L’immagine di Nekhbet, la dea che era rappresentata come un avvoltoio bianco, ricoprendo la stessa posizione del patrono dell’Alto Egitto, si univa all’immagine di Wadjet sull’Ureo che avrebbe circondato la corona del faraoni che governavano l’Egitto unificato. Insieme, erano conosciuti come Nebty o le Due Dame che divennero protettori e protettori congiunti dell’Egitto unificato.

Successivamente, affermandosi il culto del dio sole Ra, i faraoni furono visti come una sua manifestazione, e in conseguenza si credette che dall’occhio di Ra gli Uraeus sputando fuoco sui loro nemici, si manifestasse la loro protezione. Secondo la successiva mitologia di Ra, si diceva che il primo Uraeus fosse stato creato dalla dea Iside, che lo formò dalla polvere della terra e dalla saliva dell’allora divinità solare. In questa versione della mitologia, l’Ureo era lo strumento con cui Iside ottenne il trono d’Egitto per Osiride e può essere considerata un aspetto di Wadjet Uraeus.

Verso la conclusione di questo saggio vedremo che ricomparirà Uraeus per brillare di una luce nuova da rigenerato.

Tutto qui per ora perché è il momento di vedere Uraeus, come una certa sua comparsa in veste matematica, con una geometria che lo interpreta, ed è una curva ideata da me, non contemplata nei testi accademici di matematica. Una buona ragione per darvi il nome di Barbella naturalmente, anche se nessuno del mondo accademico è disposto a convalidare questa mia denominazione poiché viene riconosciuta a chi non solo la studia evidenziandone le proprietà geometriche, ma anche l’utilità matematica. Ma resta pur sempre l’utilità – nel mio caso – nel mondo dell’esoterismo, una ragione che non mi si può negare.

Curva dei poligoni regolari stellati dell’autore

La curva dei poligoni regolari stellati, è disegnata secondo la figura 20 ed esegue una propria variabile che è: r = 1 / cos (  / 3)θ

Per comodità di esposizione dei dati algebrici per il calcolo della curva si esamina la sua metà di sinistra ruotata di 90° in senso orario.

Di seguito espongo alcuni esempi di questa semicurva, con grafici relativi alle figure di poligoni regolari stellati più semplici e comuni: un quadrato, un esagramma e un pentagramma.

La figura 21 è il caso della semicurva del quadrato, che si ricava così:

Si tracci il cerchio di raggio OE e si costruisca il quadrato ABCD.

Il punto E è l’inizio della curva in questione e il punto A individua ulteriormente la stessa curva.

L’asintodo della curva, passante per il punto F, idealmente si congiunge all’infinito con la curva, dista dal centro O tre volte il raggio OE.

La tangente della curva passante per il punto A incontra nel punto F l’asintoto. Ed ecco infine l’abaco di calcolo della curva che vale per tutti i casi di poligoni stellati regolari, in relazione ai simboli segnati sulla figura 2

Equazione polare della semicurva:

ρ = ρ0 / cos (  / 3)…………………….vettore della curva;θ

n = (numero delle divisioni del poligono stellato) = 360° / arccos  0 /  ;ρ   ρ δ = arctan 3 cotan (  / 3)………… angolo di tangenza generico della curva.θ a = 3  0 ……………………………………distanza dell’asintoto da dal centro O.ρ

Equazione algebrica della semicurva:

(5 – x²) y² = (x² – 1) (4 – x²)²  o (5 – x²) y² = [(x² – 1) (4 – x²)]² (verificare) La curvatura è data da:

k( ) = 30 [cosθ ⁴ (θ/3)] / [1 – 8 cos² ( /3)]½ ³θ

Fa seguito il caso dell’esagramma con la figura 3, i cui punti A, C e D rintracciano la semicurva che inizia da A.

Il successivo caso con la figura 4, riguarda la semicurva del pentagramma che si ricava dal caso precedente dell’esagramma.

Procedura per l’operazione grafica:

Col compasso si punta in E, con raggio EF e si traccia un cerchio per rintracciare il punto G. Successivamente si centra il compasso in O e si traccia il cerchio di raggio OD entro il quale si delinea il punto I sulla curva, di una delle punte del pentagramma ricercato. Di qui si comincia a tracciare la prima direttrice IP del pentagramma cui fanno seguito le successive, tutte tangenti al cerchio di raggio OE dell’esagramma.

Riesaminando la geometria della curva in trattazione, in termini di geometria differenziale laspirale può essere definita come una curva avente il seguente angolo  variabile fra il raggio (o vettore traiettoria) e il vettore δ tangenziale: δ = arctan 3 cotan ( / 3), dove  è l’angolo del vettore θ traiettoria e il vettore iniziale della curva.

Esaurita la trattazione geometrica e ricollegandoci alle argomentazione esoteriche che ora trovano illuminazione sul CORPUS del drago si completa la sua costituzione formata da miriade di stelle che vi derivano, com’è stato appurato per via geometrica. Di qui trovano aderenza con queste stelle i pianeti una croce. relativi al Rebis che lo circondano secondo l’immagine dell’Azot di Basilio Valentino (illustr.  ).

Resta l’ultimo passo per sostituire le ali antiche, non solo al drago in questione ma anche al globo terrestre perchè il CORPUS si elevi verso il nuovo Drago rinnovato, lo SPIRITUS, in seguito alla CONIUNCTIO OPPOSITORUM finalmente realizzata, legati indissolubilmente attraverso l’ANIMUS. La «coniunctio oppositorum» è un’operazione che è stata già spiegat in precedenza grazie a  «Li tre libri dell’arte del vasaio» di Cipriano Piccolpasso di cui ripropongo l’immagine mostrata con l’illustr. 4 ora 24

SPIRITUS ANIMUS CORPUS Mappa geomantica di Brescia Est

Sphere Packing il trofeo dell’Albedo del suo inventore che la solleva orgoglioso. Col sacrificio della croce tenta di domare il drago dove è avvenuto il sacrificio della figlia Ilaria in auge su un cuscino volante. Nacque, mentre Ilaria era in coma in ospedale (Sphere Packing) l’attesa sorellina Francesca, tanto desiderata da lei.

La sorte volle che entrambe, nel giro di poco più di un mese morirono quasi insieme. Fu un’unione come quella dei Gemelli del mito, i Dioscuri: il Cielo accordò alla Gemello celeste di scendere in terra (in astrale) per metà anno e unirsi al fratello di natura terrestre. E così avviene per Ilaria e Francesca. Infatti si vede la mano di lei che sfiora il volto di lui ed è ricambiata dalla mano di lui che le sfiora il braccio.

Mentre in alto il felino dio Marte, partecipa alla vittoria dell’inventore di Sphere Packing. Si notano in giallo le tracce del suo braccio che solleva il trofeo, unendosi a quelle dell’inventore a dar vigore alla sua grande impresa. A sinistra una primordiale visione precedente dell’Albedo, la Nigredo, in cui la solarità del  futuro inventore la vede afflitta, mentre la donna al suo canto è radiosa per averlo preso al laccio nella suo regno sotterraneo, l’astrale.

Egli non si sa ancora quando la primavera arriverà per confermare la profezia della geomanzia cartografica di Brescia, ma è in trepida attesa, ad occhi chiusi, del soccorso dei due Gemelli della storia bresciana, i Santi Faustino e Giovita che non mancheranno di intervenire come fu quando il 14 dicembre 1438 combattendo vittoriosamente a fianco dei bresciani contro i milanesi nello scontro decisivo che ruppe l’assedio alla città.

Faustino e Giovita forti come Castore e Polluce L’iconografia binaria dei santi del soccorso insperato

Il monumento dedicato ai S.S. Faustino e Giovita si trova in fregio alla Via Avogadro, l’arteria cittadina che da piazzale Arnaldo porta al Castello. Su questo lato del monumento insiste un prezioso bassorilievo che raffigura i due Santi patroni della città. Sul lato opposto del monumento, quello che guarda verso la frequentatissima via Turati, insiste un secondo bassorilievo, grosso modo della stessa grandezza del precedente, anch’esso realizzato su una lastra di marmo di Botticino, raffigurante i due Santi patroni in armi. Anche questa rappresentazione simboleggia la richiesta di protezione avanzata dai cittadini di Brescia per scongiurare i pericoli imminenti e immanenti delle X Giornate.

Questo monumento fu eretto per volontà della cittadinanza, per ricordare l’ostensione che molti bresciani fecero delle immagini dei due Santi protettori, a difesa delle proprie case, durante le Dieci Giornate.

Nei momenti più drammatici della lotta, i Santi vennero invocati, come testimoniano alcuni scritti del tempo, a protezione della città. La speranza della fede popolare era forse che essi si levassero ancora sulle mura a fermare i proiettili nemici, come già per la creduta apparizione durante l’antico assedio delle truppe di Nicolò Piccinino.

Testimonianze storiche ci confermano l’esistenza di due giovani cavalieri, convertiti al Cristianesimo e morti martiri tra il 120 e il 134, al tempo dell’imperatore Adriano. La tradizione arricchisce di particolari il loro martirio. La Legenda maior, e successivi scritti agiografici, come ad esempio i Prodigiosi trionfi di Andrea Manenti, pubblicati nel 1673, ci raccontano che Faustino e Giovita erano fratelli, provenienti da una nobile famiglia pagana di Brescia ed appartenenti all’ordine equestre.

Attratti dal Cristianesimo, dopo lunghi colloqui con il vescovo, sant’Apollonio, chiedono e ottengono il battesimo. Si dedicano subito all’evangelizzazione delle terre bresciane e per lo zelo di cui danno prova Apollonio nomina Faustino presbitero e Giovita diacono. Il successo della loro predicazione li rende invisi ai maggiorenti della città, i quali invitano il governatore della Rezia, Italico, ad eliminare i due col pretesto del mantenimento dell’ordine pubblico. Italico ottiene dall’imperatore Adriano l’autorizzazione alla persecuzione.

E’ l’imperatore stesso, giunto a Brescia al rientro da una campagna militare nelle Gallie, a chiedere ai giovani di sacrificare al dio Sole. Al loro rifiuto, ordina che siano dati in pasto alle belve del circo, ma le bestie si accovacciano mansuete ai piedi dei giovani, e molti degli spettatori proclamano la propria fede in Cristo. Tra di loro Afra, la moglie di Italico, che conoscerà ella stessa il martirio.

Adriano, infuriato, comanda che Faustino e Giovita siano scorticati vivi e messi al rogo. Entrambe le torture, come pure quella terribile dell’eculeo, non producono però alcun effetto. Trasferiti a Roma, i due fratelli vengono portati al Colosseo, dove di nuovo le belve si ammansiscono ai loro piedi. Inviati a Napoli per nave, durante il viaggio Faustino e Giovita sedano una tempesta.

A Napoli vengono abbandonati in mare su una barchetta, ma gli angeli li riportano miracolosamente a riva. L’imperatore ordina allora il rientro dei giovani a Brescia, dove il 15 febbraio il prefetto eseguirà la sentenza di decapitazione, poco fuori di porta Matolfa.

Il loro culto si diffuse verso l’VIII secolo, periodo in cui fu scritta la leggenda. Il patronato su Brescia fu confermato poi dalla visione dei due santi che combattevano a fianco dei bresciani contro i milanesi nello scontro decisivo che ruppe l’assedio alla città, il 14 dicembre 1438. Un evento da cui conseguì un forte rilancio della devozione per Faustino e Giovita. […]

Durante il Rinascimento assistiamo, nel Bresciano, a una sovrapposizione mitica di Faustino e Giovita – i quali agirono, con il miracolo del 1438, nel secolo chiave del recupero della classicità con le figure di Castore e Polluce, i figli di Giove e di Leda. Non poteva sfuggire ai pianificatori dei dipinti dedicati ai nostri santi una serie di elementi comuni con i mitici gemelli dell’antichità.

A differenza di altre coppie di fratelli o di gemelli – pensiamo a Romolo e Remo o, nell’ambito della tradizione biblica, a Caino ed Abele -, coppie nelle quali, per ristabilire un’unità terrena, è necessaria la morte di uno dei due, nei santi Faustino e Giovita assistiamo al divino potenziamento del due, come accade, appunto, a Castore e Polluce. Castore e Polluce erano argonauti, eroi, difensori del bene. In genere, nell’iconografia più diffusa, vengono accompagnati da un cavallo e, a volte, recano con sé una lancia.

Il libro di Sphere Packing il trofeo dell’Albedo  della mappa geomantica di Brescia Est

I due Leoni cibernetici. L’alfa e l’omega di una matematica ignota di Gaetano Barbella, un Ebook edito dalla Macro Edizioni

Nell’antico passato le conoscenze esoteriche erano un tutt’uno con le prime scienze empiriche, poi, con l’avvento della scienza moderna, a cominciare da Galilei, ci fu la definitiva separazione che già si stava delineando in più modi. Fu come il distacco di una certa luna dalla madre terra sempre più rivolta alla ricerca scientifica, al riparo dal vecchio empirismo. Ci sarebbe da pensare che oggi è chimerico sperare di ritrovare il legame perduto delle due scienze, eppure c’è qualcosa di nuovo ed imprevisto che forse potrà mutare questa situazione di distacco, quasi incolmabile.

Ad un tratto, e fuori dalle terre battute, sia dai circoli esoterici che dalle accademie scientifiche, spuntano i due leoni ermetici di vecchio stampo, ma in tutt’altra foggia e disposti a dialogare con un linguaggio non più antico, ma secondo canoni matematici da fare invidia agli accademici stessi della matematica.

Il leone verde lo si vede in azione nel famoso numero irrazionale e trascendente 3,14…, noto come pi greco, mentre l’altro leone, quello rosso, che interagisce col primo, è la nota sezione aurea, ossia il numero irrazionale (ma non trascendente; è un numero algebrico) 1,618…

Ma così come sono non potrebbero trovare relazione fra loro, eppure attraverso la quarta parte del primo e la radice quadrata dell’inverso del secondo, la cosa risulta possibile. Di qui, in seguito a una densità di operazioni matematiche, non difficili da seguire, dopo otto stadi estenuanti il leone verde si unisce all’altro rosso e

concludono felicemente le loro fatiche d’Ercole e realizzano il sogno di vedersi “sposi” per sempre. In alchimia diremo che così si festeggiano le cosiddette nozze ermetiche, la “coniunctio oppositorum”. Nella comune scienza matematica invece si sfaterà la concezione su pi greco, perché, secondo gli accademici, non ha modo di trovare relazione algebrica con altri numeri, tanto meno essere imbrigliato geometricamente con l’uso di riga e compasso.

È stato provato da Ferdinand von Lindemann nel 1882 che non ci sono polinomi con coefficienti razionali di cui pi greco è radice, quindi è impossibile esprimere il π usando un numero finito di valori interi, di frazioni e di loro radici.

Ferdinand von Lindemann

Questo risultato stabilisce mettiamo l’impossibilità della quadratura del cerchio, cioè la costruzione con riga e compasso di un quadrato della stessa area di un dato cerchio. Mentre  la sezione aurea o rapporto aureo o numero aureo o costante di Fidia o proporzione divina, è in effetti un rapporto come anzidetto, cioè una frazione, dunque è escluso che con esso si può esprimere pi greco, cioè π.

Ma nel libro in presentazione, con meraviglia, avviene invece che la relazione algebrica, fra pi greco e sezione aurea, espressa in un complicato modo con il sostegno della geometria, molto laboriosa, si realizza, e con felice aderenza all’alchimia.

Perché?

Perché pi greco e sezione aurea rappresentano il Leone verde e il Leone rosso che alla fine dell’Opera Alchemica sono la stessa cosa. Cioè il Leone verde non è più quello iniziale ma è un altro nelle fattezze del Leone rosso, cioè conforme la sezione aurea.

A questo punto occorre avvisare che nel contesto del compendio matematico del libro in presentazione, compaiono solo operazioni di matematica e geometria e di meccanica delle macchine. È solo nella prefazione e nel capitolo conclusivo che si sfiora il lato metafisico, quanto basta per i lettori esoteristi da un lato; e dall’altro lato, i matematici e fisici accademici, a dispetto dei loro ragionamenti, ove non sia la scienza moderna a tenere banco.

Ciò non toglie agli esoteristi di considerare prezioso l’esame delle procedure matematiche espresse in questo testo in modo che siano disposti a stimare questa strada buona per loro, allo scopo di agganciarsi al presente similmente al leone verde in progressiva fase di congiungimento col leone rosso. Quindi non più un fatto metafisico distaccato dalla coscienza ordinaria, ma un concepibile passo in avanti che li coinvolgerebbe in qualche modo. Ma una cosa tutta da far evolvere nel tempo.

L’alchimia fin’ora è stata una scienza impossibile da capire razionalmente, se non col viverla separati dalla coscienza ordinaria, che poi è proprio quella che permette alla scienza moderna, basata sul concetto di razionalità, di essere compresa e recepita. Ed ecco che con

«SPHERE PAKHING IL CARRO DELL’ANTIMONIO», una sorta di macchina cibernetica funzionante su basi peculiarmente matematiche, permette agli profani ricercatori dell’occulto di essere agevolati per sperimentare comunque i processi della Grande Opera dell’Alchimia. Fino ad oggi è stato indispensabile agli iniziati il supporto di un «FUOCO SEGRETO» che viene infuso, quanto basta dal maestro iniziatore per poter varcare la porta dell’occulto e avventurarsi nei meandri della propria coscienza e operare per la personale rigenerazione: una sorta di abbrivio come si usa fare per il varo delle navi dal cantiere dove sono state costruite. Ma veniamo al libro in presentazione.

La matematica che qui è trattata, come anzidetto, non è difficile da seguire perché è elementare, però è complessa per la densità delle operazioni. Quindi un processo non diverso da quello contemplato in alchimia.

Si tratta di una concezione che non trova eguali e che fa capo ad una sfera, una sorta di pacco contenente determinate sfere in tangenza fra loro, assai paragonabile mettiamo – ad un ipotetico involucro sferico di energie ignote che, per comodità didattica, ho relativizzato al nostro pianeta Terra con i meridiani e paralleli. È un tutto che ho chiamato, come già detto, Sphere Packing che, tradotta dall’inglese, è impacchettamento di sfere. Ma l’involucro sferico può essere visto anche come un poliedro regolare i cui centri sono quelle delle sfere periferiche: vedasi illustr. seguente.

Ma ad un certo punto, se non fosse per due “punti di vista” disposti sulla sfera di Sphere Packing, indispensabili per collimare, al suo interno, con i vertici di coniche sotterranee speciali (necessarie per far progredire le fasi numeriche degli otto stadi operativi), sarebbe precluso l’aggancio matematico con l’alchimia.

Quale l’aggancio? Proprio queste coniche che sono inscrivibili in piramidi del tutto simili a quelle dislocate a Giza d’Egitto, di cui la più importante è la nota Grande Piramide di Cheope. E guarda caso, uno dei “punti di vista” suddetti si trova esattamente alla stessa latitudine di queste tre famose piramidi, ossia circa 30° sessagesimali. Ma stuzzica l’interesse esoterico anche la dislocazione dell’altro “punto di vista” perché si trova esattamente alla latitudine di 45° sessagesimali, una misteriosa e attrattiva Stargate tutta da scoprire. Ma passiamo ad altro.

Mi è stato chiesto in fase editoriale di aggiungere al titolo di copertina un breve sottotitolo per permettere un approccio meno enigmatico al libro. Non è stato facile perché era forte in me l’intenzione di accennare alla tematica esoterica suddetta, ma anche a interessanti implicazioni con lo sviluppo delle nuove teorie scientifiche delle superstringhe, ovvero il possibile suggerimento di come potrebbero agire le ipotetiche stringhe in un’ideale microgalassia geometrica. E infine mi è sembrato buono questo sottotitolo:

«L’alfa e l’omega di una matematica ignota, pi greco e la sezione aurea». Due numeri senza fine, opposti fattori dello scandire del tempo. Ordine e armonia, poli di peculiari sincroni pendoli che oscillano senza sosta in un mondo geometrico in miniatura. Pitagora ne udì il suono orchestrato da miriade di stringhe, minuscole corde come di violino, intorno a sfere che in esso roteavano. Oggi queste inconcepibili stringhe sembrano ripresentarsi alla visione di scienziati di frontiera con la “teoria delle superstringhe”».

Ma poi è stato deciso di semplificare e lasciare aperto l’enigma sui due leoni col sottotitolo che compare sulla copertina del libro, ossia:

«L’alfa e l’omega di una matematica ignota, pi greco e la sezione aurea». Sulla relazione matematica-geometrica di pi greco con la sezione aurea, vale riprendere questo detto: “Nessuno entri se non è geometra”, la frase che a grandi lettere si vedeva scritta all’ingresso dell’Accademia di Platone. Secondo il Grande Filosofo, non era possibile arrivare a conoscere la filosofia, così come qualsiasi scienza o anche arte, se prima non si conosceva a fondo la geometria.

Vedremo perciò in questa presentazione del libro, quanto sia importante questa premessa per comprendere la valenza matematica e filosofica, nel senso ermetico, che ho inteso informarlo. Ma non ci si aspetti, nel leggerlo, i ragionamenti che ora andrò a fare in tal senso, che mi hanno effettivamente ispirato per concepirlo.

Essendo destinato principalmente ai matematici, la mia preoccupazione è stata che fosse preso in considerazione il tema che ho sviluppato con cura, esclusivamente in termini matematici. Perciò nel libro non c’è nulla di tutto ciò che ora dirò, destinato a tutti coloro che sono inclini a credere che non ci sia una matematica fine a sé stessa, ma che sia invece una esemplare maestra, ad esempio come quella dea Maât degli antichi egizi. Maât era la dea della verità, della giustizia e dell’ordine cosmico. Nell’antico Egitto Maât era la regola, e la regola era Maât. Nessun concetto poteva significarne tanti alla pari di lei. Essa era l’ordine, la saggezza, la ritualità, la rettitudine, la giustizia, la morale, l’armonia universale.

Era il cubito dell’artigiano, secondo il quale ogni cosa veniva misurata esattamente. Nel papiro matematico, conosciuto come “Papiro Rhind”, dal nome del proprietario, in realtà si tratta di due frammenti papiracei ora al British Museum catalogati con i numeri “BM 10057” e “BM 10058”, si può leggere che la misurazione è il: “…Metodo corretto di entrare nella natura, conoscere tutto ciò che esiste, ogni mistero, ogni segreto…”. Questo indica che per gli Egizi Antichi la matematica, la geometria, e le loro applicazioni, insomma, generalizzando, tutte le discipline inerenti alla misurazione, sono scienze in prevalenza pratiche; certamente.

Tuttavia misurare è indispensabile per cercare di capire e quindi, in qualche modo, per tentare di “dominare”, piegando alle proprie esigenze, il mondo che circonda l’uomo nilotico di quel tempo. Una volta compreso questo mio pensiero informatore, sul concetto della matematica e del suo destino nel mondo del sapere, vedremo quanto insegnamento possa derivare dalla relazione matematica-geometrica di pi greco con la sezione aurea su cui si incentra lo scopo del libro “I Due Leoni Cibernetici L’alfa e l’omega di una matematica ignota, pi greco e la sezione aurea”.

A questo punto, se pi greco è matematicamente associato alla sezione aurea grazie all’indubbia geometria e algebra di Sphere Packing, e pi greco legato al drago della creazione e, dunque alla doppia curva inventata da Barbella, l’autore di questo saggio, è possibile concepire una nuova geometria che la lega, avvolgendola con i due triangoli.

Gaetano Barbella

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