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India: Il Cotone Ogm Monsanto Causa il Suicidio dei Contadini

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I contadini indiani che si sono suicidati dal 1995 a oggi sono più di 300 mila. Si tratta dell’ondata di suicidi più grave che sia stata mai rilevata nella storia dell’umanità. Il numero è impressionante, soprattutto se si pensa che ogni trenta minuti un agricoltore indiano muore per suicidio e se si considera che nel 2012 il National Crime Records Bureau of India – un ufficio del Ministero degli Interni che raccoglie le statistiche dei suicidi dal 1950 – dichiarava che delle 135.400 persone suicidatesi nel corso dell’anno, l’11,2 percento erano contadini.

E se si considera che la percentuale di suicidi tra i contadini, dal 1995 al 2005, è stata compresa tra l’1,4 e l’1,8 percento ogni 100.000 abitanti. Dal 2013 al 2014, inoltre, il numero dei decessi per suicidio in India è aumentato da 11.772 a 12.360. Di questi, quasi la metà erano contadini (5.650). «La questione dei suicidi tra i contadini non è solo un problema dei contadini, o un problema delle campagne, o dei villaggi – è un problema molto più grande, politico-economico», ha dichiarato Raju Das, professore di studi sullo sviluppo alla York University.

I provvedimenti più recenti. Recentemente Narendra Modi, alla guida del governo dell’India, ha messo a disposizione degli agricoltori un fondo di 1,3 miliardi di dollari per aiutarli in caso di cattivo raccolto e per cercare di contenere il numero dei suicidi. È stato messo in esecuzione anche un nuovo schema assicurativo pubblico che permette di recuperare il valore del raccolto perso, qualora sia stato guastato da cause naturali. La decisione di Modi è stata probabilmente ispirata dalla necessità di recuperare il consenso interno, in netto calo dopo i ripetuti casi di stupro contro donne e bambini.

Il problema, dall’origine. Gli agricoltori indiani sono una fascia sociale particolarmente esposta al rischio di suicidio fin dall’inizio del dominio britannico sull’India, tanto che nella seconda metà dell’800 il governo di Londra mise in atto una serie di provvedimenti per cercare di limitare l’indebitamento dei contadini, che già allora era molto alto a causa delle tasse sul terreno. La questione continuò a serpeggiare nel Paese, sopravvisse al cambio di secolo, ma non se ne parlò mai, prima della metà degli anni Novanta, quando cominciò a apparire sulla stampa, grazie al lavoro del giornalista Palagummi Sainath. Tra gli anni Sessanta e Settanta si parlava dei suicidi tra i poveri d’India come di tragedie legate a contesti sociali disagiati. Facevano notizia, soprattutto, le morti di giovani donne, costrette a togliersi la vita per ragioni di onore. A un certo punto, i numeri dei suicidi cominciarono a scemare e la stampa si disinteressò all’argomento. Negli anni Duemila il problema ha assunto un volto nuovo ed è tornato ad attirare l’attenzione internazionale. Gli interventi di diverse legislazioni, tuttavia, si sono rivelati inefficaci e non hanno cambiato la situazione. Il loro difetto consisteva principalmente nel non intervenire direttamente sulle cause del fenomeno, ma nell’offrire dei semplici palliativi.

Proteste Indiane dopo l’ennesimo Suicidio

Una calamità nazionale. Lo stato indiano maggiormente colpito dalla piaga dei suicidi, il Maharashtra, ha incaricato l’Indira Gandhi Institute of Development Research di condurre una ricerca sulle cause di un fenomeno che ha assunto le proporzioni di una calamità nazionale. Secondo lo studio, i motivi che spingono i contadini nella disperazione e, infine, nel suicidio, dipendono dall’indebitamento, dagli scarsi guadagni e dai raccolti persi, da questioni familiari come malattie e incapacità di pagare la dote delle figlie, la mancanza di un impiego alternativo che garantisca un’altra entrata e la mancanza di opportunità. Nel 2004, l’Alta Corte di Mombai aveva chiesto al Tata Institute di condurre una ricerca simile, sempre sulle cause dei suicidi nel Maharashtra, in risposta a una richiesta della All India Biodynamic e della Organic Farming Association. I risultati dell’indagine sono stati pubblicati nel marzo 2005 e facevano riferimento all’apatia del governo, all’assenza del welfare per gli agricoltori e allo scarso accesso a informazioni legate all’agricoltura.

Le cause ambientali. Tra le maggiori cause di suicidio indicate dal Gandhi Institute veniva inserita la perdita del raccolto. Le calamità naturali costituiscono un aspetto rilevante, nel complesso di circostanze che possono condurre un agricoltore indiano a togliersi la vita. Perdere il guadagno di un’intera stagione, infatti, corrisponde quasi sicuramente alla rovina di una famiglia intera. Il 79,5 percento delle fattorie indiane dipende dalla stagione dei monsoni, perciò piogge scarse possono causare siccità e la siccità impedisce al raccolto di dare i suoi frutti. Non solo: la scarsità di grano colpisce anche l’allevamento, con un effetto a catena disastroso per le economie locali. Le cause naturali da sole, tuttavia, non bastano a spiegare la portata di un fenomeno così drammaticamente vasto come quello dei suicidi dei contadini indiani. Concorrono altre ragioni, che spesso non vengono citate dagli studi ufficiali come quelli che abbiamo citato.

New economy e indebitamento. Il libero mercato introdotto dalla politica del WTO ha portato al crollo dei prezzi nell’agricoltura mondiale. Il prezzo del grano è sceso da 216 dollari a tonnellata nel 1995 a 133 dollari a tonnellata nel 2001; quello del cotone da 98,2 dollari a 49,1 dollari; quello della soia da 273 dollari a 178 dollari. La riduzione è dovuta alla crescita dei sussidi forniti dai paesi ricchi agli agricoltori e alla creazione di monopoli di mercato controllati da una manciata di corporazioni. I produttori di cotone negli Stati Uniti, ad esempio, ricevono tutti gli anni un sussidio di 4 bilioni di dollari, che permette loro di tenere bassi i prezzi dei prodotti e che permette agli Stati Uniti di dominare il mercato agricolo, estromettendo alcuni stati africani, decisamente non competitivi. La stessa dinamica si applica all’India. I contadini indiani non ricevono certo alcun sussidio dallo Stato e non sono protetti contro il crollo dei prezzi imposto dal mercato globale e la crescita del costo del lavoro. Di conseguenza, l’economia liberale ha segnato per loro una perdita costante, che ogni anno ammonta a 26 bilioni di dollari, secondo la Research Foundation for Science, Technology and Ecology. In breve, gli agricoltori delle campagne indiane non lavorano per guadagnare, ma per indebitarsi. Per continuare a coltivare campi che non rendono, e per sopravvivere, gli agricoltori sono costretti a contrarre debiti enormi. In questo modo, l’agricoltura indiana è diventata un’economia in negativo. L’usura scava solchi nelle casse delle famiglie, poiché i tassi di interesse sono dei veri e propri ladrocini.

Il “kit gratuito” degli anni Sessanta. C’è un altro aspetto, che ancora non abbiamo toccato, che contribuirebbe al disastro economico dell’agricoltura indiana. È l’agricoltura OGM. La storia del cambiamento è iniziata nel 1951, quando l’India ha dato avvio al suo Piano Quinquennale di sviluppo programmato, sotto l’influenza della Russia sovietica. Negli anni Sessanta gli agricoltori ricevevano un kit gratuito contenente semi ibridi, fertilizzanti e pesticidi. All’inizio, i raccolti aumentarono esponenzialmente, ma molti contadini smisero di conservare i semi per i raccolti degli anni successivi e cominciarono a diventare totalmente dipendenti dei semi ibridi. In questo modo, furono costretti ad acquistarli, anno dopo anno, ad affrontare spesi ingenti e, quindi, a indebitarsi.

Agricoltura OGM. La vera rivoluzione, però, si è verificata nel 1998, quando la World Bank ha costretto l’India a aprire il mercato agricolo a corporazioni globali come Cargill, Monsanto e Syngenta. Le multinazionali hanno rivoluzionato il comparto verde del paese con uno schiocco di dita, spazzando via quattro millenni di tradizione agricola. Le riserve di semi conservate dai contadini, usate anno dopo anno, permettevano loro di risparmiare, di ridurre i costi del lavoro. Ma le corporazioni le hanno sostituite con i loro semi, che per crescere hanno bisogno di fertilizzanti, pesticidi e che non possono essere conservati. I contadini, dunque, hanno dovuto comprare semi e agenti chimici – assai costosi -, attingendo a risorse che servivano loro per vivere. Le nuove spese richieste dall’agricoltura industrializzata hanno condotto all’impoverimento e, infine, all’indebitamento di cui si diceva poco prima.

Pareri contrastanti. Gli attivisti sostengono che ci sia un collegamento tra l’agricoltura geneticamente modificata e l’aumento dei suicidi. Non sono i soli. Nel 2011 il Center for Human Rights and Global Justice ha dichiarato che la vendita degli semi OGM è un fattore chiave nella crisi dei suicidi: «Le multinazionali hanno preso vantaggio del nuovo mercato globalizzato dell’India, promuovendo aggressivamente l’introduzione di semi geneticamente modificati». Nel 2008, però, la International Food Policy Research Institute, composta da 64 governi, fondazioni private e organizzazioni internazionali e regionali, è giunta a una conclusione opposta: «Non è solo inaccurato, ma è semplicemente sbagliato biasimare l’uso del cotone Bt come la prima causa dei suicidi tra gli agricoltori indiani», si legge nel report dell’organizzazione. È certo, però, che la monocoltura aumenta il rischio di perdita del raccolto, perché semi diversi si adattano meglio alla varietà degli ecosistemi. Quando la Monsanto ha introdotto il cotone Bt nel 2002, gli agricoltori hanno perso un bilione di rupie per la perdita del raccolto. Un disastro economico.

Modelli alternativi. Per contrastare l’agricoltura industrializzata e OGM sono sorte alcune organizzazioni che propongono un modello alternativo. Il gruppo Navdanya, ad esempio, ha lanciato una campagna Seeds of Hope, per fermare i suicidi tra gli agricoltori, proponendo una transizione a una coltivazione più naturale e più giusta. In particolare, si intende sostituire i semi ogm con semi biologici, sostituire la coltivazione chimica con quella biologica e creare un mercato con prezzi onesti, che rispettino la dignità del lavoratore. Come prova della validità del metodo basta guardare ai numeri: gli agricoltori che hanno aderito al progetto guadagnano dieci volte di più di chi continua a usare i semi Monsanto.

Fonte: http://www.bergamopost.it/

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