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Rompere gli Schemi

Lo stato tutt’altro che rassicurante delle cose è ben rappresentato dal grottesco appello congiunto sottoscritto da Cgil- Cisl-Uil in vista delle elezioni europee.

In esso si legge, testualmente:

L’Ue è stata decisiva nel rendere lo stile di vita europeo quello che è oggi. Ha favorito un progresso economico e sociale senza precedenti con un processo di integrazione che favorisce la coesione fra Paesi e la crescita sostenibile. Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa”.

E ancora:

La risposta non è battere in ritirata, ma rilanciare l’ispirazione originaria dei Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa (…)”.

Per fare cosa? Ecco qua: per contrastare “quelli che intendono mettere in discussione il Progetto europeo, vogliono tornare all’isolamento degli Stati nazionali, alle barriere commerciali, ai dumping fiscali, alle guerre valutarie, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del Novecento”.

Insomma, viene da chiosare: “padroni e lavoratori uniti nella lotta”. Manco a dirlo, “per la competitività internazionale”.

Questo perfetto manifesto della subalternità del sindacato al capitale (giustamente ripreso con enfasi da Il sole 24 ore) che mi autoassolvo dal commentare, dà l’idea di quanto sia esteso il perimetro dentro il quale si è consumato — prima in modo camuffato, ora del tutto esplicito — il consenso alle politiche liberiste, all’ordoliberismo, al quale coerentemente non si oppone lo straccio di una mobilitazione proprio da parte dei soggetti sociali che se la dovrebbero intestare, che ne dovrebbero essere i protagonisti.

Ho iniziato da qui — prima ancora di prendere per le corna la cialtroneria del governo giallo-verde — perché credo che il primo avversario contro cui combattiamo una sin qui inane battaglia sia il continuo richiamo al realismo che secondo la vulgata corrente dovrebbe indurci a non spingere il pensiero oltre la realtà data. Ma, come diceva un vecchio partigiano delle mie parti, “il realismo è la virtù di chi ha la pancia piena”, cioè di coloro che non disprezzano ciò che garantisce loro con generosità questa valle di lacrime.

Il fatto è che se vuoi cambiare le cose (o almeno provarci) devi compiere lo sforzo, prima di tutto intellettuale, di negare il carattere pratico-inerziale della realtà codificata dentro dogmi di fede, amministrati da sacerdoti che ne custodiscono il culto, brandito come una clava contro chiunque vi si opponga.

Oggi incontriamo un vero e proprio fuoco di sbarramento di giudizi (o, piuttosto, di pregiudizi) che in quanto verità rivelate paralizzano la ricerca ed esercitano una funzione disciplinare, inibitoria, sui nostri pensieri.

Oltre la UE il precipizio?

Quando provi a liberarti di queste catene, di queste brache di ferro, scattano gli anatemi e le condanne per apostasia. E partono a palle incatenate le grida all’estremista, al populista, al sovranista. E’ lo scatenamento sgangherato di tutti gli “ismi” che serve solo a screditare ogni forma di disobbedienza.

Per cui anche la rivendicazione della sovranità popolare, sancita dall’articolo 1 della Costituzione ma usurpata dai trattati europei, diventa sospetta di infezione sovranista, destinata a sconfinare nello sciovinismo nazionalista, razzista e tendenzialmente guerrafondaio.

Il tutto condito con apocalittiche previsioni delle piaghe bibliche che si abbatterebbero sul continente ove la formazione economico-sociale capitalistica europea fosse scossa nelle sue fondamenta.

Coloro che non riescono ad azzeccare una previsione neppure nel brevissimo periodo descrivono con assoluta certezza e ricchezza di dettagli quali e quante sciagure si abbatterebbero su di noi se l’architettura finanziaria che tiene insieme l’Ue si dissolvesse.

Insomma, il messaggio è chiaro: oltre le Colonne d’Ercole dell’Ue c’è il precipizio.

Così si diffonde ad arte la paura. Ed è chiaro che se la paura prende il sopravvento non c’è modo di discutere. Perché con i fantasmi non si discute: se ci si crede si scappa.

Ai procuratori di profezie che si autoavverano basterebbe in realtà ricordare che le peggiori pulsioni nazionalistiche, razziste e parafasciste (a partire da quelle di casa nostra) hanno trovato un fertilissimo terreno su cui attecchire proprio nella retorica europeista che si risolve – nel migliore dei casi – in un impotente canto alla luna e nell’invocazione di un dover essere disincarnato e privo di mordente.

Se non ti dichiari “euroinomane”, secondo una graffiante immagine di Moreno Pasquinelli, sei subito sospettato di appartenere al genio guastatori che vorrebbe rovesciare all’indietro il corso della storia e distruggere ogni sentimento europeista.

Rompere gli schemi

Quindi, la prima cosa da fare è quella di riabilitare, di rimettere in circolazione un pensiero critico.

Intendo, per pensiero critico, un pensiero capace di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza, un pensiero a suo agio nelle situazioni fluide, nelle quali gli altri fiutano solo dei pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti, che rifiuta il codificato, che manipola oggetti e concetti senza lasciarsi irretire dai conformismi.

Sino ad ora ci si è tratti d’impaccio con la parola d’ordine che tuona: “disobbedire ai trattati!”. Ma, a conti fatti, non si è capito in cosa consista, concretamente, questa disobbedienza.

Forse ricorderete quello sketch televisivo dove una splendida Virginia Raffaele nei panni di Maria Elena Boschi rispondeva al giornalista che la intervistava chiedendole “concretezza”, facendo delle bolle di sapone.

Ecco: noi non possiamo ridurci a fare delle bolle.

Prima o poi bisognerà venire in chiaro e compiere una vera operazione di realismo, che non può significare altro che questo: compiere delle scelte, prevederne le conseguenze e assumersene la responsabilità.

Fantasticare su una Ue che si affranca dal grande capitale, speculativo e usuraio, e che si trasforma nel suo opposto, che si muta da brutto anatroccolo in cigno è una velleità ingenua o — peggio — un puro artifizio retorico.

Come lo è l’attesa millenaristica di una palingenesi dei popoli che all’unisono dovrebbero affrancarsi dal giogo.

Il fatto è che la rottura non può che avvenire per atti unilaterali, oppure non sarà.

Paradossalmente, se esiste una possibilità che l’Ue cambi, questa passa proprio attraverso questa pars destruens.

Per venire al tema di più stringente pertinenza che ci è stato proposto, voglio dire, per gli aspetti generali, una sola cosa.

Un governo senza strategia

Al netto del grottesco quotidiano, del susseguirsi di situazioni da commedia dell’assurdo (talvolta sembra di essere proiettati nel film Hellzapoppin), l’azione di governo, continuamente rinegoziata fra i due contraenti, si situa all’interno di una traiettoria neoliberista che l’Italia segue dagli anni Novanta.

Nessuno dei due partiti ha mai elaborato una strategia globale e coerente in materia di politica economica.

Questo al netto delle porcherie architettate su questioni rilevantissime, come la stretta repressiva verso tutte le manifestazioni di conflitto sociale (dalla previsione del carcere fino a sei anni per gli autori di blocchi stradali fino al ricorso al Daspo politico).

Se oggi i sindacalisti facessero il loro dovere invece che chiacchiere, con questa scure repressiva sul collo non ce ne sarebbe più uno a piede libero. E poi l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, la chiusura degli Sprar, lo smantellamento di tutti i campi Rom, la lotta senza quartiere alle Ong, la propensione apertamente clerico-fascista, omofoba e antifemminista che vive nella concezione della famiglia e che si incarna in pdl come quello che ha come primo firmatario Simone Pillon e come partners altrettanti firmatari del M5S; oppure il cambiamento del codice antimafia relativo all’incandidabilità degli esponenti politici condannati o indagati per reati di apologia del fascismo e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa (legge Mancino, legge Scelba). E via regredendo nella cultura fascista o criptofascista che scorre forte, in particolare nelle vene del caporione leghista con pesanti effetti di contagio.

Oggi, però, vorrei occuparmi di un altro aspetto della politica del governo, quello che nelle fasi concitate del suo insediamento, pareva essere caratterizzato dalla volontà di sottrarsi alla logica dei diktat dell’Ue e dei memorandum della banca centrale, ai vincoli di spesa imposti dai trattati (da Maastricht al Fiscal compact, passando per l’inserimento dell’obbligo al pareggio di bilancio in Costituzione).

Così si leggeva nel ContrattoM5S-Lega:

“L’azione di governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di ricette basate su tasse e austerità, politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo, bensì per il tramite della crescita del Pil, attraverso la ripartenza della domanda interna e con investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno al potere d’acquisto delle famiglie (…) scorporando la spesa per investimenti pubblici dal deficit corrente in bilancio”. Tutto ciò attraverso “la ridiscussione dei Trattati dell’Ue” e“un appropriato ricorso al deficit”.

E ancora:

“Nell’attuale contesto e alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni, risulta necessaria una ridiscussione dei Trattati dell’Ue e del quadro normativo principale”. “Con lo spirito di tornare all’impostazione pre-Maastricht (…) si ririene necessario rivedere l’impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, fiscal compact, Meccanismo europeo di stabilità, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto divincoli stringenti dal punto di vista economico-sociale”.

Per così concludere:

“Ci si impegna al superamento degli effetti pregiudizievoli per gli interessi nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein”.“Per quanto concerne Ceta, MESChina, TTIP e trattati di medesimo tenore intendiamo opporci in tutte le sedi”.

La capitolazione seguita alla vicenda Savona e l’invasione di campo del presidente della Repubblica autopromossosi nel ruolo di pretoriano dell’Ue era un segno premonitore di ciò che sarebbe accaduto in seguito.

Dalla Grecia all’Italia

E’ accaduto che il ‘Governo del cambiamento’ ha ritirato la mano e con la rapidità del baleno, di fronte alla minaccia di sanzioni, ha ridimensionato tutte le proprie misure simbolo, sino a renderle simulacri dell’impostazione originaria. E ciò al fine di rientrare ordinatamente nelle formule auree del rapporto deficit/pil e debito/pil.

Sicché, dopo tanto parlare, lord Mynard Keynes e mezza Costituzione continuano ad essere messi al bando, fuori legge: la mano pubblica, lo Stato, non possono fare investimenti in deficit e tutto l’avanzo primario deve servire ad estinguere (a ridurre) gli interessi sul debito e, progressivamente, il debito medesimo.

L’esproprio di sovranità popolare rispetto a temi cruciali della politica economico-sociale continua imperterrito ad essere la stella polare che trascina le scelte concrete, oltre le chiacchiere rituali e i proclami propagandistici.

In questi giorni assistiamo all’ennesimo psico-dramma: il meccanismo delle “clausole di salvaguardia” è chiarissimo nella sua ferocia: o si reperiscono le risorse a copertura della tenuta dei conti pubblici, oppure si imporrà, automaticamente, un innalzamento delle aliquote Iva, la tassa più piatta e iniqua che ci sia.

Per evitarlo, restando nella cornice data, il governo dovrà varare una terrificante manovra anti-sociale. La “spada di Brenno” dell’Ue è pronta a calare sul Belpaese.

Ecco allora venire in chiaro che la retorica del battere i pugni sul tavolo (inaugurata da quel finto castigamatti che fu Matteo Renzi) non sposta le cose di un millimetro.

Perché la vera decisione politica riguarda cosa dire e — soprattutto — cosa fare quando l’establishment europeo ti ride in faccia, esattamente come fece con la Grecia.

Ricorderete l’ultimo confronto che si svolse fra i due ministri delle finanze, il greco Varoufakis e il tedesco Wolfgang Schäuble. Era in corso il referendum con il quale il popolo greco doveva decidere cosa rispondere alle minacce dell’Ue e Varoufakis disse che il governo greco si sarebbe attenuto a quel responso. La risposta di Schäuble fu che, qualunque fosse stato l’esito di quel voto, nulla sarebbe cambiato perché le cose da fare sarebbero rimaste inesorabilmente le stesse. Come a sancire la perfetta inutilità del voto, la totale indifferenza per la democrazia, la messa in mora della sovranità del popolo greco e, a futura memoria, di tutti i popoli europei.

Ovviamente, con qualche differenza di merito, perché il Programma di Salonicco — infrantosi contro il ricatto dell’Ue — era ben altra cosa, socialmente e politicamente, dal contratto di governo M5S-Lega.

In comune le due vicende hanno la totale sottovalutazione della situazione, l’incapacità di comprendere la non riformabilità dell’Ue.

Insomma, un conto è raccontare balle, un altro è scontrarsi sul serio con i poteri forti. Dove, se non vuoi soccombere, come è capitato a Syriza, devi sapere ipotizzare una via d’uscita, certo non indolore, ma la sola capace di non innescare l’ennesima coazione a ripetere.

Non poteva certo farlo una coalizione politica che è del tutto interna ai poteri dominanti, costituendone semmai una variante, presto addomesticabile: una parte del problema, non della soluzione.

Nessuna illusione

Se vuoi davvero produrre un salto di paradigma devi essere in grado di reggere lo scontro frontale.

Per dirla con Costas Lapavitsas, devi sapere che lo scontro di classe diventerà durissimo e che devi avere in testa una via di fuga che contempli misure drastiche.

Prima di tutto la protezione dei salari attraverso la reintroduzione di uno strumento di indicizzazione delle retribuzioni. Si dovranno assumere misure di controllo dei movimenti di capitale; si dovrà riprendere il controllo della moneta e procedere a nazionalizzazioni dei più importanti asset strategici, cancellare il vincolo, divenuto costituzionale, del pareggio di bilancio e promuovere un piano del lavoro di grande impatto sociale, tale da rilanciare l’obiettivo della piena occupazione, attraverso investimenti pubblici in deficit accompagnati da una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Nessuna di queste misure è socialista, ma si inscrive sicuramente nell’alveo della Costituzione.

Bisogna decidere: o sopravvive la Costituzione e si ripudiano i trattati europei o succede, come sta avvenendo, l’esatto contrario.

Perché un simile scenario possa affermarsi, scongiurando una rottura dell’Ue da destra, occorre rilanciare il conflitto di classe. Solo una scesa in campo delle forze del lavoro può redistribuire le carte alla politica e rovesciarne l’indirizzo di fondo. Senza la qual cosa il nostro “incalzare il governo” si ridurrebbe alla moral suasion di sparuti gruppi intellettuali.

Non bisogna farsi illusioni sulla possibilità che il governo in carica sia disposto ad entrare in rotta di collisione con i poteri forti.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio.

Quando, come in questi giorni, Confindustria ha tuonato contro “quota 100”, che in effetti è la migliore fra le misure adottate dal governo giallo-verde, c’è chi ha creduto di vedervi l’indizio di una propensione sociale della compagine. Anche se, vale la pena di ricordarlo, la promessa di liquidare la legge Fornero era ben altra cosa: infatti resta la pensione di vecchiaia a 67 anni; resta il requisito contributivo dei 43 anni e 10 mesi per gli uomini e dei 42 anni e 10 mesi per le donne per accedere a quella che senza senso dell’umorismo viene chiamata pensione anticipata; resta l’infernale meccanismo che in base al presunto allungamento dell’attesa di vita sposta l’asticella in alto ogni due anni. E la stessa formula, “quota 100”, nasconde il fatto che il solo incastro possibile è quello fra l’età anagrafica a 68 anni e quella contributiva a 32.

Tornando a Confindustria, è noto — o dovrebbe esserlo — che i padroni hanno sempre perseguito due obiettivi ritenuti essenziali: potere licenziare ad libitum, se non ad nutum, e protrarre più avanti possibile l’accesso alla pensione, sebbene il costo relativo sia interamente pagato dal salario differito e non estratto dalle loro tasche.

Quanto al costo dell’assistenza ai disoccupati, neppure questo è un problema per il capitale che non scuce un quattrino essendo gli oneri a carico della fiscalità generale, dunque una mera partita di giro fra poveri.

Ancora Von Hayek e Milton Friedman

Di più. L’esistenza di una quota di disoccupazione strutturale è sempre stata considerata dal capitale utile e necessaria al fine di tenere bassi i salari, mentre la povertà estrema potrà essere messa in carico allo Stato con qualche misura ad hoc.

Del resto, lor signori sono sempre riusciti a buttare qualche osso nel recinto dei poveri.

Da Von Hayek a Milton Friedman ha furoreggiato la tesi secondo cui la ricchezza dei ricchi fa scendere dalla tavola qualche briciola di cui anche i poveri possono nutrirsi. E’ la teoria “idraulica”, in base alla quale rimpinzare i ricchi fa alzare tutte le barche, mentre in realtà, come scriveva il compianto Luciano Gallino, “fa alzare solo gli jacht”.

I padroni oggi vanno sul sicuro: Salvini garantisce loro la tassa piatta. Non è detto che ci riesca, ma l’intenzione è quella.

Per questo i padroni non sono mai stati ostili ad una qualche (purché modesta) forma di reddito scollegata dal lavoro, variante appena più sofisticata delle leggi vittoriane sulla povertà.

Oggi è di gran moda parlarne, con un profluvio di proposte e di denominazioni .

C’è la versione del M5S, che una volta passata nel tritacarne dell’Ue ha assunto contorni desolanti che la rendono per molti un miraggio:

– – la norma discriminatoria anti-immigrati

– – il reddito familiare come reddito di riferimento

– – il lavoro obbligatorio

– – l’accettazione di una fra 3 offerte congrue di lavoro (dove “lavoro congruo” è anche quello a termine di tre mesi) dovunque venga proposto, dopo 6 mesi in un raggio di 250 km e in seguito su tutto il territorio nazionale

– – le clausole rescissorie che vincolano l’intero gruppo familiare

– – il controllo sulle spese del beneficiario

– – il lauto contributo ai padroni che dovessero assumere (per almeno 24 mesi) un beneficiario del RdC che potrà in seguito essere licenziato grazie al “contratto a tutele crescenti” che M5S e Lega si guardano bene dal modificare.

Ora, non c’è forza politica o soggetto sociale che non abbia inventato una qualche forma di reddito scollegata dal lavoro.

Si tratta di proposte motivate nel modo più diverso, alcune hanno grande dignità e io non vorrei peccare di ingenerosità nel mio giudizio.

Enumerando: c’è il Reddito di cittadinanza del M5S, ma anche quello, di impostazione del tutto diversa, di Andrea Fumagalli; c’è il Reddito di inclusione del Pd; c’è il Reddito di autodeterminazione di Non una di meno, c’è il Reddito di continuità della Cgil.

Chi ti dà la cittadinanza?

Ebbene, tutte queste ipotesi di reddito di base hanno in comune il fatto di essere messe in carico alla fiscalità generale (a nessuno che venga in mente di fare pagare qualcosa ai padroni!) e di avere introiettato (anche se si tende con vari espedienti a negarlo) che la disoccupazione è un fatto ineluttabile e che non ci sono strumenti e strategie per combatterla.

Per dirla con Giovanna Vertova:

“Il RdC è una proposta di redistribuzione che non va ad intaccare le cause della diseguaglianza di reddito e ricchezza, della precarizzazione del lavoro, della povertà e delle condizioni di vita insostenibili. Il RdC vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti. Misure come il RdC possono rendere più sopportabile precarietà e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano”. Semmai le cristallizzano e le congelano”, perché rifiutano di intervenire sulle cause.

Insomma, il reddito non ti dà la cittadinanza: la cittadinanza te la dà il lavoro, che non è solo il corrispettivo di una remunerazione, ma un elemento costitutivo della personalità umana (art.4 della Costituzione).

Non a caso, ciò che per i padroni, per il sistema è davvero inaccettabile sono, all’opposto, due cose:

– – la piena occupazione (da realizzarsi attraverso cospicui investimenti della mano pubblica) che aumenta la forza dei lavoratori e fa lievitare i salari;

– – la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (che interviene nei rapporti di produzione e riduce il saggio di profitto).

Solo così i favolosi incrementi della produttività generati dalle nuove tecnologie diventano una risorsa dell’umanità e non una sciagura generatrice di disoccupazione e di disuguaglianza.

Nessuno di questi obiettivi è perseguito dal governo in carica come da quelli che lo hanno preceduto. Agli uni e agli altri è del tutto estraneo un simile salto di paradigma.

Tocca a noi compierlo e renderlo credibile.

Dino Greco

Fonte: https://www.sinistrainrete.info

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