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USA: proibito criticare Israele

Su un piano oggettivo, sostenere che la principale lobby sionista degli Stati Uniti e, più in generale, il governo di Israele e i suoi interessi hanno un’influenza enorme e nefasta sull’operato della classe politica americana corrisponde ad affermare una realtà difficilmente confutabile. Dichiarare pubblicamente questo concetto se si è un membro del Congresso di Washington o una qualsiasi personalità pubblica americana corrisponde tuttavia ad attirare su di sé una valanga di polemiche e attacchi da parte di un apparato di potere che non permette il minimo scostamento dalla linea ufficiale filo-israeliana.

Precisamente questa sorte è toccata nei giorni scorsi alla deputata democratica di origine somala del Minnesota, Ilhan Omar, diventata a novembre, assieme alla collega del Michigan Rashida Tlaib, la prima parlamentare di fede musulmana della storia degli Stati Uniti. La giovane deputata ha avuto il coraggio di condannare il potere che esercita sulla politica di Washington la lobby sionista AIPAC (“America Israel Public Affairs Committee”) e, per avere detto in sostanza la verità, è stata letteralmente travolta da critiche, insulti e intimidazioni bipartisan che, sotto le enormi pressioni della leadership del suo partito, l’hanno alla fine costretta a scusarsi e a fare una parziale marcia indietro dalle sue dichiarazioni iniziali.

Nel fine settimana, la Omar aveva scambiato dei “tweet” con il noto giornalista Glenn Greenwald e, in uno di suoi interventi, aveva correttamente ricondotto il sostegno incondizionato garantito dai politici americani a Israele e ai crimini commessi contro il popolo palestinese a ragioni di carattere economico. Poco dopo, sollecitata da una giornalista filo-israeliana, la deputata democratica aveva esplicitamente indicato l’AIPAC come il bersaglio delle sue accuse.

Di fatto, questa famigerata e potentissima organizzazione ha nei propri obiettivi dichiarati l’attività di lobby nei confronti dei membri del Congresso per convincerli a sostenere il governo israeliano e, nello svolgimento di questa missione, spende direttamente una cifra in media vicina ai quattro milioni di dollari l’anno. L’AIPAC organizza una conferenza annuale alla quale partecipano deputati, senatori e, spesso, presidenti o candidati alla Casa Bianca e tutti, pressoché indistintamente, fanno a gara nell’ostentare le posizioni più filo-israeliane possibili, in modo da garantirsi contributi elettorali grazie alla mediazione della stessa lobby sionista.

Le parole di Ilhan Omar hanno subito mandato in corto circuito gli ambienti politici di Washington e, in particolare, la leadership del Partito Democratico. L’escalation di attacchi nei suoi confronti ha fatto segnare una ferocia e un’aggressività difficilmente spiegabili se non appunto dall’ascendente della lobby sionista sul Congresso, i cui membri sono pronti a scagliarsi su chiunque si permetta di formulare una critica anche timida contro Israele. In definitiva, perciò, la reazione scatenata dai “tweet” della deputata Omar non ha fatto che confermare la validità della sua tesi.

La “speaker” della Camera, Nancy Pelosi, ha diffuso un comunicato ufficiale a nome del suo partito, affermando che “l’anti-semitismo deve essere individuato, affrontato e condannato… senza eccezioni”. La leader democratica ha poi denunciato esplicitamente la Omar e l’uso “profondamente offensivo” di “stereotipi e pregiudizi” anti-semiti contro i sostenitori di Israele. Infine, la Pelosi ha ribadito la convergenza di “valori e interessi strategici” tra USA e Israele, ammettendo indirettamente l’approvazione incondizionata da parte americana delle politiche di apartheid e di oppressione dei palestinesi condotte dal governo israeliano.

Ilhan Omar, da parte sua, ha finito per scusarsi e ammettere di avere fatto ricorso a cliché anti-semiti nel riferimento al potere segreto e al denaro della lobby sionista. Per non cedere completamente ai suoi critici, la deputata democratica ha quanto meno “riaffermato il ruolo problematico delle lobby in politica, siano esse l’AIPA, l’NRA [lobby delle armi] o l’industria petrolifera”.

Nonostante le scuse, ulteriori iniziative per censurare la Omar e chiunque intenda rivolgere critiche a Israele sembrano essere già allo studio al Congresso di Washington. Nel mirino ci sono in particolare i sostenitori della campagna BDS (“Boycott, Divestment and Sanctions”) – tra cui figurano proprio le deputate musulmane Omar e Tlaib – che punta a fare pressioni economiche e finanziarie su Israele per far cessare gli atti criminali e le violazioni dei diritti umani della popolazione di Palestina.

Da parte repubblicana si starebbe preparando poi una proposta di legge per equiparare le critiche contro lo stato di Israele alla propaganda razzista, come ad esempio quella del suprematismo bianco. Alcuni leader del Partito Democratico, invece, premono per mettere dichiarazioni come quella recente contro le lobby sioniste di Ilhan Omar, oppure il movimento BDS, sullo stesso piano di documenti collegati alla propaganda realmente anti-semita, come i “Protocolli dei Savi di Sion”, o di manifestazioni di pensiero e dimostrazioni apertamente fasciste.

Queste manovre, così come i violenti attacchi contro la deputata democratica di origine somala, sono tutt’altro che nuove e caratterizzano il comportamento normale delle classi dirigenti occidentali. L’obiettivo è quello di screditare chiunque difenda i diritti dei palestinesi e denunci la deriva oppressiva e profondamente anti-democratica di Israele. Qualsiasi critica in questo senso viene bollata assurdamente come un’espressione di anti-semitismo e un tentativo più o meno velato di negare il diritto di esistenza dello stato israeliano.

Un simile atteggiamento serve in primo luogo a coprire i crimini israeliani. L’invenzione di quello che dovrebbe essere una sorta di movimento anti-sionista di sinistra è utile inoltre per minimizzare l’avanzata di tendenze di estrema destra all’interno di partiti e governi vicini a Israele, come l’amministrazione Trump, e nello stesso gabinetto israeliano del primo ministro Netanyahu.

Questo fenomeno è evidente in molti paesi, ma, oltre agli Stati Uniti, si sta manifestando da qualche tempo in maniera clamorosa in Gran Bretagna. Qui, il leader del Partito Laburista, Jeremy Corbyn, e i suoi sostenitori sono al centro di una vergognosa quanto insistente campagna di discredito. L’accusa rivolta alla leadership del “Labour” è di avere assunto posizioni “anti-semite” nel criticare Israele e di non essere intervenuta in maniera efficace per reprimere i presunti rigurgiti anti-ebraici dilaganti in una parte del proprio elettorato di riferimento.

Questi scrupoli non hanno ad ogni modo nessun fondamento e sono quasi sempre facilmente smascherati, come conferma anche una semplice scorsa ai commenti dei post pubblicati sui vari social media relativi alle vicende legate a Corbyn o alla deputata americana Ilhan Omar. La propaganda degli inquisitori dell’anti-semitismo sembra assumere tuttavia contorni sempre più bellicosi, principalmente per sopperire all’inconsistenza della gran parte delle loro accuse, ma anche come diretta conseguenza della docilità e arrendevolezza spesso mostrata dai politici oggetto delle polemiche, a cominciare dallo stesso leader dei laburisti britannici.

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Scritto da Michele Paris

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