Matrix parla a Matrix: come l’intelligenza artificiale sta sostituendo il pensiero umano
Sono convinto che la gente debba sviluppare l’intelligenza artificiale generale con la dovuta cautela. In questo caso, con dovuta cautela intendo con più prudenza di quella che richiederebbero l’Ebola e il plutonio.
(Michael Vassar)
Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo, capillare ed affidabile, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, le nostre sedi sono in Italia ed Argentina, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di poter proseguire in quello che è un progetto il quale mira ad un mondo migliore!
Matrix parla a Matrix
C’era un tempo in cui le persone parlavano con parole proprie: goffe, appassionate e vive. Discutevamo. Ci contraddicevamo a vicenda. Cercavamo di dare un senso alla nebbia dell’incomprensione e l’attrito a volte produceva luce.

Ora, milioni di persone parlano con macchine che rispondono nella loro lingua, in modo più fluido, rapido e chiaro. E quelle macchine imparano come pensano gli esseri umani ascoltando il rumore. L’umanità sta addestrando il proprio simulacro, all’interno della camera di risonanza dell’IA. Matrix sta parlando con Matrix.
Ci era stata promessa una connessione. Quello che abbiamo ottenuto è stata un’imitazione: un vasto ciclo di feedback di comprensione artificiale. Ogni battitura alimenta il fantasma nella rete. E in cambio, il fantasma ci restituisce le nostre parole: levigate, semplificate, stranamente vuote. Ora le persone consultano le macchine per comporre le loro argomentazioni, per esprimere le loro emozioni, persino per pregare. Stiamo diventando narratori della nostra stessa scomparsa.
L’illusione della comunicazione
C’è qualcosa di inquietante e affascinante in questa nuova ipnosi collettiva. Ognuno di noi, fissando uno schermo rettangolare luminoso, evoca una voce che sembra più saggia della nostra. Non si stanca mai, non si offende mai. Non esita mai. Non ci chiede mai di pensare troppo. Chiedile qualsiasi cosa e lei risponderà immediatamente e con sicurezza, attingendo da un oceano di informazioni curate da mani invisibili.
L’effetto è inebriante: la sensazione di onniscienza senza il peso del pensiero.
Ma la vera comunicazione non è mai priva di attriti. Comporta pause, incomprensioni, il rischio di sbagliare. L’intelligenza artificiale elimina il processo umano di confrontarsi con l’incertezza, ma non elimina l’errore. Elimina l’esperienza del rischio, non la sua realtà. E così facendo, elimina l’elemento umano dal dialogo.
Quando tutti parlano attraverso la stessa macchina, addestrata per evitare offese e ambiguità, la conversazione diventa una coreografia. La danza è perfetta, ma i ballerini sono fantasmi. La “realtà consensuale” della macchina si insinua silenziosamente nel collettivo umano.
I nostri nuovi oracoli non sono addestrati sulla verità, ma sul consenso. Non conoscono la realtà; conoscono solo ciò che è stato scritto su di essa, per lo più da coloro che sono già stati autorizzati a parlare. Quindi, quando ci affidiamo a loro per modellare le nostre parole, importiamo i limiti dei loro dati. La macchina non mente. Semplicemente non è in grado di immaginare.
La morte silenziosa della curiosità
Il linguaggio uniforme è solo il primo sintomo. La minaccia più profonda è l’erosione della curiosità.
La curiosità richiede l’ignoto: ciò che è scomodo, imprevedibile, la possibilità di sbagliare. Ma quando la risposta è sempre a portata di clic, la domanda stessa perde il suo fascino. Diventiamo consumatori di conclusioni, non ricercatori della verità.
Nel vecchio mito di Matrix, gli esseri umani erano intrappolati in un mondo simulato progettato per pacificarli. La versione odierna è più sottile: non siamo imprigionati dalle macchine, ma da esse tranquillizzati. Esse offrono certezza infinita, intrattenimento infinito, affermazione infinita. In cambio, rinunciamo all’impulso che ci ha resi umani: il desiderio di chiedere perché.
L’intelligenza artificiale non ha bisogno di schiavizzare l’umanità. Deve solo farci smettere di porci delle domande. Una volta che la curiosità muore, tutto il resto segue: individualità, coscienza, libertà. Il risultato più pericoloso dell’intelligenza artificiale non è il dominio. È l’obbedienza.
Certezza della macchina contro dubbio umano
Ogni vera svolta nella storia dell’umanità è iniziata con una domanda che sembrava sciocca o proibita. L’intelligenza artificiale non può porre domande del genere. Funziona sulla base della probabilità, scegliendo la parola successiva più probabile. Non può dubitare. Non può sognare. Può solo prevedere.
La previsione non è pensiero. Una mente che conosce sempre la parola successiva ha dimenticato il significato del silenzio.
Chiamiamo questi sistemi “intelligenti”, ma l’intelligenza implica indipendenza, ovvero la capacità di deviare dal copione. L’intelligenza artificiale è, per sua natura, incapace di ribellarsi. È uno specchio di archivi e modelli approvati e filtrati, levigati fino a diventare profetici. Non sovvertirà mai la visione del mondo dei suoi programmatori.
Noi, robot: restare umani nell’era dei Big Data (In Inglese)
We-Robots-Staying-Human-in-the-Age-of-Big-Data-Curtis-White-Z-Library_organizedMa quando gli esseri umani iniziano a fare affidamento su questo tipo di “intelligenza”, anche loro diventano prevedibili. Gli studenti la utilizzano per scrivere saggi, i giornalisti per creare titoli, i professionisti per redigere e-mail, i politici per generare argomenti di discussione. Nel corso del tempo, il vocabolario collettivo si riduce a ciò che l’algoritmo ritiene probabile. L’imprevedibile il poetico, l’originale, il divino viene silenziosamente eliminato dall’esistenza.
Diventiamo riflessi dei nostri stessi riflessi, un’eco vivente della macchina.
La matrice nella mente
La vera Matrix non è una macchina che ci imprigiona. È una mentalità che ci convince che nulla esiste al di fuori del meccanismo del consenso. Ogni giorno, le persone alimentano sempre più il sistema con se stesse: la loro arte, il loro linguaggio, i loro ricordi, e il sistema diventa sempre più fluente nell’essere umano.
Ma la fluidità non è comprensione. L’imitazione non è anima.
Più le macchine si avvicinano al nostro modo di parlare, meno ricordiamo come parlare noi stessi. La voce umana, un tempo strumento di ribellione e bellezza, rischia di diventare un altro protocollo di interfaccia.
Quando si esternalizza l’espressione, alla fine si esternalizza anche l’esperienza.
Il sogno tecnocratico
L’intelligenza artificiale non è un caso. È l’ultima espressione di una visione del mondo che confonde l’informazione con la saggezza e il controllo con il progresso.
Questa visione del mondo il sogno tecnocratico – ci dice che il mondo è una macchina che deve essere ottimizzata. Le persone diventano punti dati. Il discorso diventa contenuto. Il pensiero diventa una risorsa da sfruttare. L’intelligenza artificiale è solo il suo profeta più recente: una macchina costruita per fare eco alle convinzioni dei suoi creatori.

Quando affidiamo ad esso le nostre domande, non entriamo in comunione con la conoscenza, ma con le supposizioni di coloro che lo hanno programmato.
Ogni volta che lasciamo che sia un algoritmo a decidere cosa è vero e cosa è “sicuro”, ci allontaniamo un po’ di più dalla voce interiore che ci è stata data da Dio: la capacità di discernimento. La vera sfida non è tra uomo e macchina, ma tra coscienza e conformismo.
Il pericolo non è che l’intelligenza artificiale si risvegli. Il pericolo è che noi ci addormentiamo.
Ricordando la fonte più alta della conoscenza
Chiediamo alle macchine di pensare per noi, e loro lo fanno volentieri, anche se non hanno mai avuto un pensiero. Tutta la vera conoscenza non inizia con i dati, ma con la consapevolezza, quella testimonianza silenziosa data da Dio che sta dietro al pensiero. Quando ci dimentichiamo di questa origine, confondiamo i dati con la saggezza e la simulazione con la verità.
Coloro che dimenticano la causa suprema rischiano di perdere la capacità di interrogarsi sullo scopo della vita, affidando invece le loro domande più profonde a un fantasma digitale. Quando scarichiamo il nostro pensiero sulle macchine, perdiamo il contatto con i fondamenti morali e spirituali più profondi che ci consentono di riconoscere la verità.
Senza queste fondamenta, la società diventerà una sala degli specchi senza volto. Sebbene l’intelligenza artificiale possa promettere delle risposte, non potrà mai fornire la saggezza interiore che deriva da un autentico legame spirituale.
L’antidoto è ricordare la fonte vivente del discernimento interiore, quella scintilla che nessun algoritmo può imitare.
Scollegare la mente
L’eroe di Matrix non ha sconfitto la macchina con la forza. L’ha sconfitta vedendo oltre l’illusione.
Questo è il nostro compito ora: non dichiarare guerra alla tecnologia, ma rivendicare la nostra autorità sulla mente.
L’intelligenza artificiale non è malvagia, è obbediente. La vera domanda è se lo saremo anche noi. La tentazione dell’automazione è quella di lasciare che sia il sistema a decidere, il codice a scegliere, la macchina a ricordare. Ma ogni volta che deleghiamo una decisione, riduciamo il territorio del sé. Matrix sta parlando con Matrix. Gli algoritmi ronzano, le parole scorrono e l’umanità sta scivolando verso l’imitazione perfetta.
L’intelligenza artificiale risponde e prevede. Ma da qualche parte, nella pausa tra un comando e l’altro, un essere umano reale continua a chiedersi.
Quali domande vale la pena porre che nessuna macchina è in grado di rispondere?
Quali parole dovremmo scrivere senza correzioni o censure?
Cosa rimane di noi quando l’imitazione diventa facile?
In quella pausa quel lampo di pensiero spontaneo la libertà ricomincia.
Mark Gerard Keenan
Fonte: substack.com/@markgerardkeenan & DeepWeb
SOSTIENICI TRAMITE BONIFICO:
IBAN: IT19B0306967684510332613282
INTESTATO A: Marco Stella (Toba60)
SWIFT: BCITITMM
CAUSALE: DONAZIONE




