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Oggi è toccato al Venezuela e domani tocca a noi se non la smettiamo di negoziare con degli orgogliosi criminali che si credono dio

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La normalizzatone della predazione imperiale

Il 2026 non apre un nuovo capitolo della storia mondiale, ma ne rivela la vera natura. Ciò che fino a ieri era nascosto dietro il linguaggio ovattato della diplomazia e dei “valori democratici” è ora esposto senza veli. La cattura di Nicolás Maduro, lungi dall’essere un episodio isolato, funge da fattore scatenante, da punto di svolta a partire dal quale il dominio diventa aperto, rivendicato, assunto.

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Dopo il Venezuela, Donald Trump non ha lasciato alcun dubbio sul seguito degli eventi. Dall’Air Force One, diventato il centro nevralgico di una diplomazia basata sulle minacce, si moltiplicano le dichiarazioni aggressive. Ora è la Colombia a finire nel mirino. Definendo il suo presidente un uomo “malato” legato al traffico di droga, Trump non si esprime per provocazione gratuita, ma segue uno scenario collaudato. Diabolizzare, delegittimare, criminalizzare, poi intervenire. Questo linguaggio precede sempre l’azione. La Colombia, pur essendo un alleato storico, capisce ormai che nessuna lealtà protegge da un impero che esige la totale sottomissione.

La Groenlandia rivela un altro aspetto di questa offensiva con il ritorno dichiarato dell’espansione territoriale. Con il pretesto della sicurezza nazionale e dell’accesso alle risorse strategiche, Trump rivendica l’annessione di un territorio appartenente a uno Stato europeo sovrano. L’argomento è brutale, quasi caricaturale, poiché secondo lui la Danimarca sarebbe troppo debole per amministrare le proprie terre. Non siamo più nell’ambito della cooperazione internazionale, ma in una logica coloniale risorta, dove la geografia, i minerali e le rotte marittime dettano legge. Il XXI secolo lascia il posto a una visione del mondo ereditata dal XIX secolo.

L’Iran costituisce il fronte più esplosivo di questa strategia. Da fine dicembre, il Paese è sconvolto da manifestazioni di protesta. Donald Trump afferma di seguire la situazione “molto da vicino” e minaccia attacchi massicci se il regime reprimerà i civili. Ma questa posizione morale nasconde malamente un meccanismo ben noto. Le sanzioni hanno indebolito l’economia, impoverito la popolazione e approfondito le fratture sociali. Queste fratture diventano poi una leva. La miseria viene sfruttata, la rabbia incanalata, l’ingerenza giustificata. Si ripete lo scenario delle rivoluzioni colorate, con la stessa partitura musicale che ormai suona falsa, allineando media, ONG, pressioni diplomatiche e poi ultimatum militari. Approfondite questo argomento con il mio ultimo libro “Autopsie d’un mensonge occidental” (Autopsia di una menzogna occidentale), con prefazione di Jean-Michel Vernochet.

Secondo diverse fonti, il potere iraniano si sta già preparando al peggio. Un “piano B” prevedrebbe l’esfiltrazione di Ali Khamenei e della sua cerchia verso Mosca, sul modello siriano. Questa fuga anticipata è di per sé un’ammissione, poiché il precedente venezuelano ha inviato un messaggio agghiacciante a tutti i leader non allineati.

Ormai nessuna funzione, nessun confine, nessuno status offre protezione. Dietro le quinte, Israele si preparerebbe a un’offensiva su larga scala, con l’appoggio esplicito di Washington. Intendiamoci, la brillante squadra “CIA/Mossad”. L’obiettivo dichiarato è la distruzione totale delle capacità iraniane, a qualsiasi costo. Alcune ipotesi evocano addirittura l’uso dell’arma nucleare, a riprova del fatto che tutti i tabù stanno cadendo.

Cuba completa questo quadro di conquiste imperiali. Il regime è descritto come un “frutto maturo”, pronto per essere colto. Anche in questo caso, il metodo è noto e mira all’asfissia economica, all’isolamento diplomatico, all’incoraggiamento discreto alla contestazione, seguito dalla narrazione mediatica di una rivolta presentata come spontanea. La realtà è più cinica, poiché le condizioni del crollo vengono create negli uffici di Langley o del Pentagono, per poi essere utilizzate come giustificazione morale.

Il 3 gennaio 2026 segna tuttavia una svolta decisiva. L’arresto forzato di Nicolás Maduro sul suolo venezuelano, definito da molti osservatori un rapimento, sancisce il crollo totale del diritto internazionale. L’ONU non è più che un ricordo tra le rovine delle istituzioni mondialiste create alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

E invocando la Dottrina Monroe, Donald Trump riporta in auge un principio unilaterale vecchio di due secoli, privo di valore giuridico nell’ordine mondiale contemporaneo. L’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite vieta chiaramente l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato sovrano. Senza un mandato del Consiglio di Sicurezza, questa operazione costituisce, secondo ogni logica giuridica, un atto di guerra. Tuttavia, l’impotenza è tale che, alla fine, è ancora la legge del più forte a prevalere in questo mondo che si definisce moderno.

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Il precedente è vertiginoso. Se un capo di Stato può essere rapito, processato e detenuto da una potenza straniera in nome delle proprie leggi, allora nessuna nazione è più sovrana. La legge del più forte diventa la norma e il diritto internazionale un inutile contorno. Il ritorno di Donald Trump non segna solo una radicalizzazione della politica americana, ma soprattutto la fine dell’illusione multipolare e collaborativa.

Il 2026 appare quindi come l’anno della brutale chiarificazione. I globalisti parlano di stabilità, ma continuano a produrre caos. I venditori di guerra invocano la sicurezza, ma alimentano l’insicurezza globale. E dietro ogni discorso sulla democrazia si nasconde una realtà implacabile in un mondo in cui l’indipendenza è tollerata solo se non contraddice gli interessi dell’Impero.

La questione non è quindi più se questa dinamica possa essere fermata, ma quanti paesi saranno schiacciati prima che emerga un vero contrappeso. Perché se una cosa è ormai certa, è che ciò che è iniziato in Venezuela non si fermerà lì. Questo atto crea infatti un precedente. La vera domanda è soprattutto: quanti paesi saranno ancora sacrificati in nome di questa egemonia prima che l’idea stessa di sovranità diventi un ricordo storico?

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Il 2026 non sarà un anno di pace o stabilizzazione. Sarà la conferma agghiacciante che, nell’attuale ordine mondiale, la forza ha sostituito il diritto e il dominio ha sostituito la giustizia. Se si considerano questi eventi, è chiaro che il futuro ordine mondiale non sarà più basato sul diritto, sulla cooperazione o sulla sovranità dei popoli. Sarà dettato dalla forza, dall’interesse strategico e dalla predazione aperta. Le istituzioni internazionali, dall’ONU ai trattati multilaterali, non saranno altro che vetrine decorative, spazi in cui si discute per dare l’illusione di regole, mentre dietro le quinte si impone sistematicamente la legge del più forte.

Quest’anno sarà anche quello in cui gli Stati Uniti celebreranno il 250° anniversario della loro fondazione, un quarto di millennio segnato dalla conquista, dalla violenza e dal dominio. Fin dai primi decenni, il Paese si è costruito sulla distruzione delle popolazioni indigene, la cui cultura e popolazione sono state spietatamente schiacciate in nome della “civiltà”.

Da allora, la guerra è diventata il loro linguaggio permanente con interventi militari, colpi di Stato, sanzioni economiche, manipolazioni politiche e rivoluzioni colorate che non hanno mai smesso di seminare caos e sofferenza in tutto il mondo. 

Ogni conflitto, ogni ingerenza è una continuazione di questa logica storica di predazione sfrenata che mira a trasformare il potere in diritto e la violenza in politica, senza mai rispettare la sovranità dei popoli né i principi elementari della giustizia internazionale. A duecentocinquanta anni dalla loro nascita, gli Stati Uniti rimangono quindi fedeli a questa eredità imperiale, dettando al mondo intero che la legge del più forte prevale su tutto.

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In questo mondo in divenire, ogni Stato sarà costretto a scegliere tra la sottomissione e la distruzione. I governi indipendenti saranno isolati, demonizzati e, se necessario, neutralizzati. Gli interventi armati non saranno più l’eccezione, ma la norma; le sanzioni economiche, le manipolazioni mediatiche e le rivoluzioni colorate diventeranno armi ordinarie in un arsenale globale di dominio.

I popoli, dal canto loro, non avranno altra scelta che subire o ribellarsi, spesso troppo tardi. Ma in ogni caso saranno costretti a pagare il conto delle follie belliciste di questi leader oligarchici.

La mappa del mondo sarà ridisegnata non dalla diplomazia, ma dalla violenza, dalla minaccia e dalla coercizione. Le potenze residue cercheranno di proteggersi, ma di fronte a un impero che giustifica ogni sua azione con la propria “sicurezza nazionale”, nessun rifugio è garantito.

Il messaggio è quindi molto chiaro: la sovranità non è più un diritto, ma un favore concesso a coloro che sanno piegarsi al potere dominante. E finché questa dinamica non sarà contrastata da un vero contrappeso – un’alleanza in grado di reintrodurre il diritto, il rispetto dei trattati e l’equilibrio delle forze – il XXI secolo sarà quello di un mondo caotico regolato dall’arbitrarietà, dove gli ideali di giustizia e indipendenza saranno ridotti a ricordi del passato.

In definitiva, il futuro che stiamo disegnando con la nostra inazione assomiglia a un impero globalizzato e spietato, dove ogni nazione sovrana diventa una pedina, ogni capo di Stato un potenziale prigioniero e ogni popolo una massa manipolabile. 

Il 2026 non è solo l’anno della violenza dichiarata, ma è anche il monito profetico di un mondo in cui la libertà si negozia al prezzo della sottomissione o della resistenza armata.

È ormai chiaro ed evidente che i globalisti e i promotori della “governance globale” non hanno abbandonato il loro progetto tirannico e desiderano più che mai un mondo in cui nessuna nazione possa opporsi alla supremazia americana, in cui le lotte interne siano sfruttate come pretesti e in cui la forza diventi lo strumento principale della politica estera.

L’Impero, nella sua follia tanto predatoria quanto distruttiva, non tollererà più alcuna resistenza e la legge del più forte è ormai la regola universale. Quindi preparatevi seriamente perché siamo già in questo mondo nuovo!

Phil BROQ.

Fonte: jevousauraisprevenu.blogspot.com & DeepWeb

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