Più si va avanti e più si evidenzia il paradosso dell’Iran sfuggito allo stupore imperiale
La Nato vuole fare la guerra alla Russia ma ha il terrore di essere coinvolta in un conflitto contro L’Iran, fermate il mondo voglio scendere! 🙁
Toba60
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Il paradosso dell’Iran sfuggito allo stupore imperiale
C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran e la sua assenza spiega perché chi la conduce continui a sbagliare su tutto.

L’Iran non è un movimento partigiano come il FLN algerino, che era un fronte privo di un dogma unificante una coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti e conservatori unito da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno Stato in una parte del territorio con una dottrina esportabile il comunismo ma dipendente da Mosca e Pechino e geograficamente limitato. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che utilizzano tattiche di guerriglia perché non hanno alternative: la loro asimmetria è forzata, non scelta.
L’Iran è qualcosa di diverso e storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di uno Stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come opzione strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno Stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Dispone di un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute; è uno Stato westfaliano in tutti i sensi. Eppure, ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali per rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha ritenuto che fosse la strategia ottimale contro una schiacciante superiorità convenzionale.
Questa scelta ha conseguenze economiche devastanti per chi la combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è implacabile: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di approvvigionamento, nei bilanci, nelle riserve di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti.
Ma la novità più profonda non è di natura militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto affrontare: essere Stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 ha scelto di essere Stato e ha smesso di essere rivoluzione. Cuba ha tentato entrambe le cose e ha fallito. L’Iran no: ha deliberatamente costruito una dualità permanente. L’esercito regolare è lo Stato westfaliano. I Pasdaran i Guardiani della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni nello Yemen, in Iraq, in Libano, tutte unite non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondante. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete.
Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra Stati, né un’Internazionale leninista, bensì una rete transnazionale unita da una grammatica esistenziale comune che non necessita di un centro di comando esplicito per coordinarsi.
E poi gli Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano potesse risolvere un problema strategico ha prodotto un martire che rafforza la coesione della rete. Nella teologia sciita, la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale in vita può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Con i loro missili hanno riscritto il copione che l’altra parte si aspettava.

La Repubblica Islamica dell’Iran ha come ideale la felicità umana in tutta la società e ritiene che il raggiungimento dell’indipendenza, della libertà e del primato della giustizia e della verità sia un diritto di tutti i popoli del mondo. Di conseguenza, pur astenendosi scrupolosamente da ogni forma di ingerenza negli affari interni di altre nazioni, sostiene le giuste lotte dei mustadhafoun (oppressi) contro i mustakbirun (oppressori/arroganti) in ogni angolo del mondo.
Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, Capitolo 10, Articolo 154
Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (l’Istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista, la banca non è un’istituzione finanziaria: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso il quale viene distribuita la zakat, vengono finanziate le opere di carità, viene mantenuto il patto con i mustadhafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini ha costruito il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle stesse bombe israeliane.
Riassumendo: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale decapitare la struttura, tagliare i fondi, distruggere le infrastrutture una forma politica che non è una struttura convenzionale. Si tratta di una rete simbolica, sociale, militare e religiosa costruita deliberatamente per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore.

E se lo Stato iraniano venisse smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza Stato addestrati, armati, educati a una cultura del martirio che non dipende da alcuna istituzione per sopravvivere si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaigian al Bahrein, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da alcuna struttura statale, senza nulla da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte che mai. Uno Stato iraniano ostile è dissuadibile. Uno sciame di Pasdaran senza Stato non lo è.
E mentre tutto questo accade, tre segnali indicano quanto questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di coloro che l’hanno scatenata.
La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dai bombardamenti. Ha visto invece migliaia di iraniani attraversare il confine nella direzione opposta, per tornare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione «regime uguale popolo». Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire.
E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese, trasmesso in diretta, documentato, negato dai ministeri degli Esteri occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud del mondo, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è chiara e brutale: chi difendeva i palestinesi è ora bombardato da coloro che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei condannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Questa solidarietà non ha confini confessionali né geografici.
Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno osservando la guerra: stanno effettuando la valutazione più dettagliata possibile delle reali capacità statunitensi in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD lanciato, ogni Tomahawk scagliato, ogni giorno di guerra è un dato sulla resistenza logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono come si esauriscono le riserve, come i tempi di produzione non riescono a tenere il passo con i consumi, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: basta loro aspettare che gli Stati Uniti rimangano senza munizioni.
Questa guerra non può essere vinta. Può solo estendersi. E il mondo lo sa.
Tahar Lamri
Fonte: tlaxcala-int.blogspot.com

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