Dubai e Israele: due beceri progetti allo sfascio che hanno creato solo mercanti di illusioni e nomadi del lusso
Un popolo di ignoranti alla fine paga il conto ed il banco piglia tutto, ma non raccoglie le macerie 🙁
Toba60
Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo, capillare ed affidabile, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, la nostre sedi sono in Italia ed in Argentina, Se potete permettervelo, prendete in considerazione l’idea di sostenere il nostro lavoro, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di dare seguito a quello che è un progetto il quale mira ad un mondo migliore!
La fine delle Bolle
Da qualche giorno, gli influencer che vivono a Dubai proprio come i coloni israeliani ripetono la stessa frase come un mantra: «Va tutto bene». «Siamo al sicuro.» … È quasi commovente. Parlano davanti alle loro telecamere come si recita una preghiera. Dietro di loro sempre le stesse immagini di grattacieli, piscine a sfioro, yacht con le luci del porto turistico. Il solito scenario. Lo scenario perfetto di un mondo di illusioni materiali. Ma il problema degli scenari è che sono artificiali e raramente reggono quando la realtà decide di entrare in scena. E la realtà, nelle ultime settimane, bussa alle loro porte con una certa insistenza.

Così gli influencer parlano a voce più alta, sorridono di più, assicurano che la situazione è sotto controllo. Spiegano che non c’è nulla da vedere. Che i rumori nel cielo sono solo intercettazioni. Che le esplosioni in lontananza sono irrilevanti. Che tutto questo non è altro che una dimostrazione della loro potenza. Perché questi influencer sono i sacerdoti di una religione moderna: quella dell’immagine. Il loro mestiere consiste nel trasformare la realtà in pubblicità permanente. Vendono uno stile di vita, una promessa di successo, un’estetica della prosperità. Ma soprattutto, vendono l’illusione perpetua che il mondo possa essere ridotto a uno scenario da Instagram. Ebbene, Dubai è proprio la capitale mondiale di questa illusione.
Dubai e il suo gemello geopolitico, quella fortezza paranoica innestata sulla Palestina, sono le due facce della stessa impostura, di una bolla in cui il denaro e la preghiera high-tech sembrerebbero sospendere le leggi della storia, della geografia e della decenza umana. Due miraggi gonfiati dal petrolio, dal dollaro e dal messianismo opportunistico. Due scenari dove si viene per arricchirsi, appropriarsi, illudersi… e ripartire non appena il vento cambia.
Oggi queste due bolle stanno scoppiando contemporaneamente, sotto gli stessi droni, le stesse esplosioni sorde, le stesse crepe che solcano il vetro colorato delle loro torri falliche. E la cosa più bella, la più esaltante di questo naufragio è vedere questi mercanti di illusioni, questi nomadi del lusso, questi “cittadini del vento” così pronti a urlare la loro gratitudine interessata, ritrovarsi improvvisamente nudi, intrappolati tra la loro storia sponsorizzata e il panico che sale.
Il miraggio delle bolle
Dubai non è una città nel senso classico del termine. È un progetto, un’ideologia. Un sogno economico, finanziario, globalista ma immaginario. Una città sorta dal deserto in pochi decenni, costruita a una velocità che la storia umana non aveva quasi mai conosciuto, con isole artificiali a forma di palma, stazioni sciistiche climatizzate nel deserto, i grattacieli più alti del mondo che spuntano dalla polvere come miraggi verticali. Il tutto finanziato dalla grande alchimia del XXI secolo che è l’amalgama di petrodollari, finanza globale e circolazione permanente dei capitali.
Dubai non ha mai preteso di essere una civiltà antica. Ha scelto di diventare un gigantesco showroom della grandezza della globalizzazione, in un mondo in cui gli individui sono ipnotizzati dall’immagine e dalla pubblicità. Una vetrina sfarzosa del grande magazzino del globalismo. Una vetrina del capitalismo libero da tasse, vincoli, contingenze e responsabilità. Una vetrina del lusso senza radici, di un futuro futile e di un progressismo senza progresso.
E per trent’anni la promessa era semplice, poiché annunciava che qui le regole del resto del mondo non si applicano. Niente geopolitica. Niente conflitti regionali. Niente crisi economiche… Ed è così che Dubai vendeva al mondo l’idea di una bolla perfetta, fuori dal tempo, fuori dal mondo. Un’enclave di assoluta stabilità in una regione tuttavia molto spesso attraversata da turbolenze. Una sorta di Singapore del deserto, ma ancora più spettacolare. E per molto tempo il mondo ha voluto crederci, perché le bolle, come i sogni, sono sempre state seducenti.
E per quanto riguarda la “bolla”, Israele non è un luogo come gli altri, ma piuttosto una costruzione geopolitica, un progetto ideologico e una fantasia storica plasmata da un secolo di perseveranza e lotte. Nato da una promessa di ritorno a una “terra promessa” illusoria, da una visione religiosa e politica fanatica, Israele si è forgiato in un ambiente ostile, erigendo una fortezza tecnologica nel cuore del Medio Oriente. Come un’oasi in mezzo alla tempesta, è sorto, non nel deserto fisico, ma in uno spazio geopolitico estremamente teso grazie a un esercito sofisticato, al sostegno perpetuo degli Stati Uniti, a un settore high-tech fiorente e a relazioni internazionali molto precarie.
Ma questo progetto non è altro che un miraggio di innovazione. Israele poggia su basi fragili, dove l’equilibrio tra sicurezza, economia e diplomazia rimane molto instabile. La sua esistenza si fonda su una complessa combinazione di sostegno strategico internazionale, ma nonostante le apparenze, rimane una costruzione artificiale, costantemente minacciata dalle tensioni che ribollono intorno a lui, un’aggressione continua da parte dei suoi vicini in una bolla geopolitica tanto brillante quanto vulnerabile.
Per quasi 80 anni, Israele ha venduto al mondo una promessa che sembrava quasi utopica, poiché qui le regole del Medio Oriente non valgono. Nessun caos regionale. Nessuna guerra sul proprio territorio. Nessuna grave crisi economica. E questa idea di una fortezza invulnerabile nel cuore del deserto, protetta dai propri alleati e dai propri progressi tecnologici, si è radicata nell’immaginario collettivo come modello di stabilità.
Un’isola di modernità in un mare di turbolenze, un miraggio di prosperità in pieno conflitto. Come una versione moderna dell’antica utopia sionista, Israele si è costruito sull’idea di una bolla ideale dove la violenza sembrava risolversi con la tecnologia e la strategia. Per decenni, il mondo ha voluto crederci, pensando che questa bolla potesse resistere a tutto. Perché, dopotutto, le bolle, come i sogni, sono sempre state seducenti… Ma la realtà finisce sempre per ricordarci che le illusioni, per quanto potenti, non durano per sempre.
Dubai e l’economia delle illusioni
Ogni bolla si basa su una materia prima molto particolare: la fiducia. Senza fiducia, non ci sono investimenti. Senza fiducia, non c’è turismo. Senza fiducia, non ci sono capitali. E Dubai è forse la città al mondo che più dipende da questa fiducia. Infatti, oltre il 90% della sua popolazione è costituita da espatriati. Non si tratta di un dettaglio demografico, ma di una struttura civile. Ciò significa infatti che la maggioranza degli abitanti non possiede alcun radicamento storico o culturale profondo nella città. Sono lì per il lavoro, le opportunità, gli stipendi e soprattutto i vantaggi fiscali.
Nella maggior parte delle città del mondo, gli abitanti sono legati al territorio da una storia, da una memoria collettiva, da una cultura, a volte persino da intere generazioni di presenza. Hanno costruito la loro terra, pagato le tasse, sopportato privazioni. Una città è quindi più di un semplice insieme di edifici, poiché è un tessuto umano, una continuità, una comunità. Le città tradizionali sopravvivono alle crisi proprio perché si basano su queste società radicate. Popolazioni che restano anche quando i tempi si fanno difficili.

A Dubai la logica è completamente diversa. Dubai, infatti, funziona come una piattaforma economica dove gli attori arrivano finché il contesto è favorevole e se ne vanno quando la situazione cambia. È per questo che la percezione di sicurezza è fondamentale. Dubai è solo una piattaforma: pur essendo globalizzata, si basa esclusivamente sulla fluidità. Il porto di Jebel Ali collega le rotte commerciali che uniscono Asia, Africa ed Europa. L’aeroporto internazionale vede transitare quasi cento milioni di passeggeri all’anno. Milioni di turisti vengono ogni anno a vivere l’esperienza di Dubai. Tutto questo funziona fintanto che la città appare come un’oasi di assoluta stabilità. Ma le oasi di assoluta stabilità sono creature mitologiche.
Questa città funziona quindi come un terminal internazionale. Una tappa intermedia. Un’immensa hall aeroportuale a cielo aperto dove le persone arrivano, lavorano, accumulano denaro… e poi ripartono. Non si vive davvero lì, ci si fa solo transito. E questo fenomeno viene presentato come una prova di modernità, cosmopolitismo, apertura al mondo nella mente distorta dei globalisti che sognano di riportare l’umanità al nomadismo. Si parla allora di «hub globale», di «crocevia internazionale», di «melting pot del XXI secolo». Ma dietro queste formule seducenti si nasconde una società composta in maggioranza da passeggeri. E un passeggero, per definizione, non mette radici.
Una città senza abitanti
Nelle città storiche, le crisi rivelano ciò che resta delle popolazioni. Anche quando le condizioni diventano difficili, gli abitanti continuano a difendere la loro città, le loro istituzioni, la loro comunità. Perché lì hanno qualcosa di insostituibile da preservare, come una parte di sé stessi. A Dubai, però, come in Israele, la maggior parte degli abitanti non ha radici profonde, né memoria familiare, né identità collettiva. Hanno un contratto di lavoro e un biglietto aereo. È per questo che la stabilità e la sicurezza sono così essenziali per la città. Non solo per ragioni economiche, ma anche per ragioni sociologiche. Se la percezione del rischio aumenta, la popolazione più mobile, ovvero la maggioranza, può andarsene molto rapidamente. Perché una città, come una colonia, dove il 90% degli abitanti sono espatriati, è una città in cui la fedeltà al territorio è strutturalmente fragile.
La logica del calcolo
Perché questi milioni di espatriati sono venuti a Dubai? La risposta è semplice: per calcolo, attratti da stipendi elevati, una fiscalità quasi inesistente e un contesto economico favorevole. In altre parole, per opportunismo. In un mondo globalizzato, la mobilità economica è diventata la norma. Ingegneri, trader, consulenti, influencer e imprenditori seguono i flussi di capitale come un tempo i marinai seguivano le rotte commerciali. Ma ciò genera una dimensione più inquietante in questo fenomeno di nomadismo, con il completo distacco da ogni responsabilità collettiva. Sono lì perché il calcolo è a loro favorevole, ma i calcoli possono cambiare molto rapidamente.
Inoltre, molti di questi espatriati provengono da paesi che hanno finanziato la loro istruzione, le loro infrastrutture, la loro previdenza sociale, le loro istituzioni e dai quali traggono il proprio reddito. Paesi che hanno investito decenni per formare ingegneri, medici, dirigenti, ricercatori. E una volta acquisite queste competenze, una parte di queste élite decide di trasferirsi dove le tasse sono minime e il comfort massimo. Si chiama mobilità internazionale. Ma si potrebbe anche vedere in questo una forma di secessione silenziosa dei privilegiati.
L’arcipelago degli egoismi
Dubai è diventata una delle capitali di questo fenomeno. Una città in cui convergono coloro che desiderano godere dei vantaggi della globalizzazione sfuggendo al contempo alle sue responsabilità collettive. Nessuna imposta sul reddito. Pochi obblighi civici. Una comoda distanza dai dibattiti politici che agitano i loro paesi d’origine. Inoltre, esiste anche un paradosso morale di cui si parla raramente. Molti espatriati a Dubai, come i coloni israeliani, provengono da società che attribuiscono grande valore alla solidarietà nazionale con sistemi sanitari pubblici, pensioni collettive, infrastrutture finanziate dalle tasse. Promuovono persino il nazionalismo (come il Likud in Israele) pur provenendo da altrove!
Ma una volta stabilitisi nel Golfo, alcuni diventano improvvisamente ferventi sostenitori di un mondo privo di contributo collettivo. Beneficiano dei risultati raggiunti dalle loro società d’origine… pur scegliendo di non parteciparvi più. Questo fenomeno non è certo esclusivo di Dubai. Lo si riscontra in numerosi paradisi fiscali e centri finanziari offshore. Ma Dubai ne è forse l’esempio più eclatante. Una città in cui la prosperità si basa in gran parte sull’accoglienza di capitali e talenti che sono stati formati altrove. Una città che funziona come un aspiratore globale di risorse umane e finanziarie.
Il contratto è semplice a Dubai come nelle colonie israeliane, dove si va a produrre, consumare, investire… e se ne va quando non fa più comodo. È una società fondata non sull’appartenenza, ma sulla transazione. Ora, una società transazionale presenta una particolare fragilità che funziona perfettamente finché l’equazione è favorevole. Ma quando le condizioni cambiano, gli attori abbandonano il tavolo. E a differenza delle società radicate, non dispone di quel cemento invisibile che sono la solidarietà, la memoria e il senso di appartenenza. Si basa su un accumulo di interessi individuali. È un arcipelago di egoismi.
I mercanti di illusioni e i pellegrini dell’«ascensione»
Esiste una strana affinità tra due figure della nostra epoca: gli influencer espatriati a Dubai e gli entusiasti sostenitori dell’Aliyah. Certo, a prima vista tutto sembra opporli. Da un lato, gli influencer di Dubai vendono una vita fatta di lusso, sole perenne e successo materiale. Il loro discorso è semplice: venite qui, approfittate del sistema, e anche voi potrete vivere quella vita brillante che mostrano sui loro social. Dall’altro lato, i promotori dell’Aliyah parlano di un progetto a prima vista più solenne, con un ritorno verso una “terra promessa” presentata come storica, spirituale e quasi sacra. Quasi! La stessa parola “aliyah” significa “ascesa”, come se stabilirsi in Israele fosse un movimento verso l’alto, un compimento morale e identitario.
Il termine «Aliyah» è quindi carico di simbolismo. Evoca l’idea di un movimento verso una terra promessa, di un ritorno storico, di una forma di realizzazione collettiva. Ma come tutte le grandi narrazioni politiche o identitarie, questa idea prima o poi si scontra con la realtà concreta. Perché vivere in un territorio spogliato e segnato da tensioni geopolitiche permanenti non è un’astrazione. È un’esperienza quotidiana. Ed è qui che il parallelo con gli espatriati di Dubai diventa inquietante. Perché in entrambi i casi, gran parte della popolazione che arriva non possiede necessariamente radici storiche dirette nel territorio. Spesso proviene dall’Europa, dall’America o da altre regioni del mondo. Arriva con un progetto. Economico in un caso, identitario o politico nell’altro. Ma in entrambe le situazioni, questo progetto si basa sulla condizione implicita che l’ambiente rimanga vivibile.

In entrambi i casi, tuttavia, si riscontra una meccanica sorprendentemente simile nella costruzione di una narrazione mobilitante. Un’illusione accompagnata da malafede. Laddove l’influencer promette un’ascesa sociale, l’attivista dell’Aliyah promette un’ascesa storica o spirituale. In entrambi i casi, si tratta di convincere che la partenza verso un altrove costituisca una forma di realizzazione. Convincere che questo “altrove” offra qualcosa di superiore alla vita d’origine. Convincere anche che questo trasferimento sia quasi una cosa ovvia, mentre in realtà è un calcolo! E in entrambi i casi, questa narrazione si basa in gran parte sul potere dell’immagine. Gli influencer mostrano ville, automobili, panorami di grattacieli. I promotori dell’Aliyah mostrano immagini di città moderne, spiagge mediterranee, una società dinamica e tecnologica. Gli uni vendono un paradiso fiscale. Gli altri vendono una promessa nazionale. Ma il meccanismo psicologico rimane molto simile e mira a trasformare una scelta individuale in una narrazione eroica.
L’attaccamento condizionato
Gli influencer che vivono a Dubai descrivono spesso la città come un paradiso, finché la situazione non si complica. A quel punto iniziano a circolare voci su una possibile partenza, un trasferimento verso un altro polo globale come Singapore, Londra, Miami o altrove. Questo fenomeno non è esclusivo di Dubai: è la logica stessa delle società basate sulla mobilità. E, nel contesto israeliano, si osserva un meccanismo simile poiché, quando la situazione di sicurezza diventa particolarmente tesa, i nuovi arrivati prendono in considerazione l’idea di ripartire immediatamente verso il loro paese d’origine o verso altre destinazioni. Ciò non riguarda ovviamente l’intera popolazione, ma questo fenomeno rivela un aspetto interessante riguardo alla differenza tra un attaccamento storico profondo, morale, e un attaccamento scelto per egocentrismo o egoismo. L’attaccamento storico è radicato, mentre quello scelto può essere reversibile.
I racconti moderni
La nostra epoca ama le storie di ascesa, che sia sociale, economica, morale o identitaria. E gli influencer vendono l’idea che basti cambiare luogo per cambiare il proprio destino. Proprio come i promotori di certi progetti nazionali raccontano una storia simile, volta a cambiare territorio per realizzare una promessa storica. Ma queste storie si scontrano sempre con una domanda molto semplice: cosa succede quando le condizioni diventano difficili? Perché la storia umana mostra una profonda differenza tra coloro che arrivano, che si stabiliscono in un luogo per scelta, e coloro che vi sono legati da una lunga storia. I primi possono andarsene come sono venuti, mentre i secondi restano e affrontano le avversità come hanno fatto i loro antenati.
L’illusione del movimento continuo
Dubai rappresenta forse il culmine di questa filosofia contemporanea, basata sull’idea che si possa vivere ovunque e in nessun luogo allo stesso tempo. È una città costruita per individui mobili, per cittadini del mondo. Ma questa mobilità permanente produce anche una forma di fragilità, poiché le società sostenibili non sono fatte solo di opportunità economiche o di narrazioni mobilitanti, ma si basano su qualcosa di più difficile da costruire: il radicamento. Eppure, il radicamento non si crea in pochi anni, né con campagne di comunicazione, né con video sui social network. Si costruisce nel corso di generazioni. Tra la terra e coloro che la abitano. Tutto il resto, che si tratti di promesse di ricchezza o di promesse di ascesa sociale, appartiene a un’altra categoria. Quella delle storie che le società raccontano per convincere le persone ad andare altrove.
Il vero significato della parola «patria»
Nelle società del passato, la parola «patria» aveva un significato quasi carnale. Evocava la terra degli antenati, i paesaggi dell’infanzia, la lingua, i defunti sepolti nello stesso suolo. Oggi, per una parte delle élite globalizzate, questa parola sembra aver perso la sua sostanza. La patria diventa un semplice punto di partenza amministrativo. Un passaporto. Un documento di viaggio. Si può vivere a Londra, investire a Dubai, pagare le tasse altrove e consumare ovunque. Questa mobilità dà un’impressione di totale libertà. Ma produce anche qualcosa di più fragile, con individui perfettamente adattati al mondo globalizzato, ma profondamente distaccati da qualsiasi comunità duratura.
Dubai, come un sogno moderno, non può essere considerata una patria nel senso profondo e storico del termine. Con oltre il 90% della popolazione costituita da espatriati, la città è innanzitutto una piattaforma economica e un luogo di transito, piuttosto che una terra in cui mettere radici e sentirsi a casa. Lungi dall’essere una patria, Dubai è innanzitutto uno spazio transazionale, dove l’appartenenza è funzionale e condizionata da interessi individuali, non da un’identità collettiva o da una storia comune. Il termine stesso “espatriato” descrive coloro che vi si stabiliscono: non sono “cittadini” ma “espatriati”, individui che fuggono dalla propria terra per cercare opportunità finanziarie, fiscali o professionali. Dubai, come una bolla fluttuante, esiste grazie a un contratto economico e non a un legame ancestrale o culturale con il territorio.
Allo stesso modo, Israele non può essere considerato una patria nel senso classico del termine, ovvero come un luogo d’origine verso il quale si prova un profondo senso di appartenenza filiale e storica. L’etimologia della parola «patria» deriva dal latino «patria», a sua volta derivato da «pater», che significa «padre». In origine, “patria” indicava il territorio o la terra d’origine del padre, ovvero la dimora o il paese di appartenenza degli antenati. Tuttavia, i loro padri si trovano in Europa o negli Stati Uniti, nella migliore delle ipotesi originari della Germania, ma sicuramente non della Palestina, che hanno lasciato più di 1800 anni fa.

Il termine evoca quindi un legame filiale con una terra, un senso di appartenenza tramandato di generazione in generazione, che simboleggia il profondo attaccamento a un luogo e a un’identità collettiva. Sebbene Israele si definisca la «patria» del popolo ebraico, tale nozione si fonda più su un progetto ideologico e politico che su un vero e proprio radicamento storico comune e continuo. La storia della diaspora ebraica, segnata da spostamenti ed esili, fa sì che Israele non sia un paese “nato” da radici profonde e condivise nel corso dei secoli. Al contrario, Israele funziona come una bolla artificiale, uno spazio plasmato da recenti eventi politici e da dinamiche geopolitiche moderne.
Nei periodi di prosperità, questo modello sembra funzionare alla perfezione. Gli espatriati lavorano, le aziende investono, i turisti affollano le città e queste ultime risplendono. Ma quando l’orizzonte si fa incerto, comincia a circolare la domanda silenziosa: chi resterà se le cose si complicano? Perché tutti questi espatriati hanno sempre l’alternativa di andare in un altro paese, in un’altra città, in un altro centro nevralgico. Non sono legati al territorio dalla storia o dalla memoria. Sono legati da un contratto di lavoro, o da legami comunitari come nel caso di Israele. Ma i contratti possono essere rescissi.
I cittadini del vento
Forse è proprio per questo che Dubai affascina così tanto. Rappresenta la realizzazione di un sogno molto contemporaneo: un’umanità libera da ogni legame territoriale. Un’umanità mobile, fluida, globale. Ma questo sogno contiene anche una profonda contraddizione. Perché quando si verificano le crisi, le società più resilienti non sono sempre le più ricche o le più spettacolari. Spesso sono quelle in cui gli individui condividono ancora qualcosa di più forte di un interesse economico, con un vero destino comune. A Dubai, come in Israele, nonostante i discorsi propagandistici sull’unità, molti abitanti condividono soprattutto un obiettivo individuale: fare fortuna. Approfittare di un sistema più vantaggioso, per poi poter ripartire quando lo si desidera. Sono «cittadini del mondo», si dice spesso, come per la diaspora! Si potrebbero anche chiamare in altro modo e dire che sono «cittadini del vento».
Ecco perché, quando si cominciano a sentire delle esplosioni nel cielo, nemmeno l’architettura più spettacolare, né l’illusione di far parte di un gruppo eletto, bastano più a proteggere la narrazione. I video compaiono sui social media. Poi scompaiono sotto il peso della censura, perché deve restare solo l’immagine pubblicitaria, mai la realtà.
Nelle monarchie del Golfo, come in molte zone di conflitto, i giornalisti vengono regolarmente sorvegliati, guidati e talvolta impediti di accedere liberamente a determinate aree. Le autorità ricordano che alcune immagini possono provocare il panico e che devono essere monitorate, controllate e talvolta eliminate. Si parla di sanzioni. Circolano avvertimenti. Perché nell’era digitale l’immagine è diventata un campo di battaglia e gli Stati lo sanno.
In Israele, la censura militare regola da tempo la diffusione di informazioni relative alle operazioni militari. Le immagini che potrebbero rivelare il punto di impatto o l’ubicazione di infrastrutture sensibili devono passare attraverso l’ufficio del censore militare, accessibile in ogni momento ai giornalisti. È vietato trasmettere in diretta alcune intercettazioni di missili. È vietato filmare determinati danni in prossimità di siti sensibili. Sorveglianza totale dei social network, perché la guerra moderna non si combatte più solo con i missili. Si combatte anche con le narrazioni. E chi controlla l’immagine controlla una parte della percezione; e la percezione è un’arma!
Due bolle, due miti
Esiste quindi un parallelo affascinante tra Dubai e Israele. Anche se a prima vista si tratta di due progetti molto diversi, entrambi sono profondamente radicati nell’illusione della modernità. Dubai incarna il mito della bolla economica perfetta, mentre Israele ha coltivato a lungo quello della fortezza tecnologica che consente la spoliazione delle terre e la menzogna di una terra promessa per un popolo psicopatico che si crede “eletto” . Una società ultramoderna che si crogiola in racconti arcaici, sostenuta da un apparato militare sofisticato, sistemi di difesa avanzati, una superiorità tecnologica che dovrebbe garantire una forma di invulnerabilità strategica.
Due visioni del potere molto attuali. In un caso si tratta del potere finanziario al servizio del progresso e del futuro. Nell’altro, quello del potere tecnologico e militare al servizio di un’ideologia suprematista. Ed entrambe si basano su fantasie. Sono anche due tentativi di creare uno spazio in cui l’incertezza del mondo venga neutralizzata. Ma la Storia è sempre stata crudele con questo genere di promesse, poiché i sistemi complessi hanno la ben nota proprietà di funzionare perfettamente… fino al momento in cui smettono di funzionare. I mercati finanziari possono crollare, i sistemi di difesa possono essere saturati, le bolle immobiliari possono scoppiare e le illusioni possono incrinarsi.
Gli influencer, come i coloni, sono l’aristocrazia del vuoto
In questa storia, gli influencer ricoprono un ruolo quasi comico, poiché sono gli aristocratici di una nuova economia: quella dell’attenzione. Vendono immagini di successo. Auto di lusso, brunch in riva al mare, orologi costosissimi. Vendono l’idea che la prosperità sia un’estetica. Ma la verità è più semplice, poiché gli influencer, come i fanatici, influenzano solo chi vuole essere influenzato. La loro ricchezza si basa su un fenomeno molto antico, ovvero il fascino umano per i simboli di status. Ma di fronte agli eventi del mondo reale, questi simboli diventano improvvisamente stranamente fragili. Così, una piscina a sfioro, non più di una kippah, non ferma un missile. Un filtro Instagram non protegge dalla geopolitica e un sorriso davanti alla telecamera non sostituisce un’analisi strategica. E quando la realtà colpisce, la prosperità si rivela per quello che è. Cioè una messa in scena.
Il tramonto dei miti
La fragilità di queste bolle rivela qualcosa di più profondo. Infatti, da diversi decenni il mondo moderno si è costruito attorno a una serie di grandi miti, come il mito del petrodollaro eterno, il mito di una potenza militare in grado di proiettare la propria forza ovunque e senza limiti, il mito di una superiorità tecnologica in grado di risolvere tutte le equazioni strategiche, il mito di un’economia globale indipendente dalla geografia e dalle risorse, il mito di una terra promessa, il mito di una superiorità… Ma i miti hanno la particolarità di funzionare finché nessuno li mette alla prova troppo seriamente. Ebbene, la Storia ama mettere alla prova i miti!
Il mondo che si definisce progressista rimane dipendente dagli idrocarburi; le grandi potenze scoprono regolarmente i limiti logistici e politici dei propri interventi militari; i sistemi tecnologici più sofisticati possono essere aggirati con mezzi più semplici; le protezioni divine trovano i propri limiti nel mondo degli esseri umani e le città costruite su illusioni, come i flussi finanziari o umani (come l’aliyah), possono vacillare quando tali flussi si spostano altrove.

Hanno venduto il sogno di una vita senza radici, senza tasse, senza conseguenze. Ora scoprono che senza radici non si regge in piedi quando il terreno trema. Senza un patto morale, non si resta quando il conto non torna. E senza una menzogna permanente, non resta che uno scenario che crolla… e valigie già pronte per il prossimo hub, il prossimo miraggio, la prossima menzogna più fresca.
Il ritorno della geografia
Per molto tempo la globalizzazione ha dato l’impressione che la geografia stesse diventando secondaria, che i capitali circolassero alla velocità della luce, che le merci attraversassero gli oceani e che le imprese potessero trasferire le proprie attività quasi istantaneamente, che andare a vivere in terra straniera fosse la soluzione ai problemi nazionali, comunitari o identitari.
Ma la geografia non è mai scomparsa. Stava semplicemente aspettando il momento giusto per dimostrare che gli stretti strategici esistono ancora, che le rotte marittime rimangono vulnerabili, che le tensioni regionali continuano a influenzare le economie globali, che le radici saranno sempre più forti delle illusioni. E le città, anche le più spettacolari, rimangono ancorate a un territorio in cui Dubai non è nel cloud, ma nel Golfo. E che le colonie israeliane sono insediate illegalmente da 80 anni in Palestina, nel cuore di un Medio Oriente che rifiuta i “valori” dell’Occidente.
La fine delle illusioni?
Ciò non significa che Dubai scomparirà, o che Israele perirà da un momento all’altro, poiché le città resilienti sanno trasformarsi, i sistemi economici si adattano e le crisi passano. Ma qualcosa si sta comunque incrinando, e non si tratta necessariamente delle infrastrutture o dell’economia, bensì dei miti. Come il mito di un mondo in cui il denaro basterebbe a sospendere le leggi della politica, della storia e della geografia, o il mito di uno spazio perfettamente protetto dalle turbolenze della realtà, o ancora il mito di una terra promessa! E quando i miti iniziano a incrinarsi, lo spettacolo diventa davvero molto strano.
Certo, gli influencer continuano a sorridere, i leader continuano a recitare la loro parte, i grattacieli continuano a brillare e i colonizzatori continuano a colonizzare. Ma nel cuore di questo scenario artificiale è apparsa una crepa, un’ampia fessura che si apre su una diga di illusioni. Perché, per quanto spettacolari possano essere, le bolle, come le dighe, hanno sempre avuto un destino piuttosto prevedibile: per quanto brillanti e splendenti possano essere, finiscono sempre per scoppiare.
Allora, in attesa che scoppi il finimondo, continuate con i sorrisi forzati, i “tutto va bene”, continuate a sorridere davanti alla telecamera mostrando i “rooftop” intatti, filmando la “latte art” mentre il cielo sputa la realtà che negate da anni, nascondendo i fatti come se fossero la realtà, sperando in quel rimpatrio che pregate con tutto il cuore tra un like e l’altro su TikTok. Continuate a filmare i vostri “brunch” mentre la realtà vi raggiunge. Il mondo intero sta guardando e per una volta non cambia canale. Perché le bolle, come gli imperi costruiti sul vento e sul furto, finiscono sempre per scoppiare. E quando scoppiano, fanno rumore e fanno male. Soprattutto a chi ci credeva di più.
E che il deserto riprenda possesso delle vostre piscine prosciugate, là dove un tempo l’acqua danzava in giardini d’illusione. E che i coloni, smarriti nei loro miraggi ideologici, ritrovino finalmente il contatto con la realtà, là dove la sabbia e la terra ricordano incessantemente la vera memoria dimenticata.
Phil BROQ.
Fonte: jevousauraisprevenu.blogspot.com
SOSTIENICI TRAMITE BONIFICO:
IBAN: IT19B0306967684510332613282
INTESTATO A: Marco Stella (Toba60)
SWIFT: BCITITMM
CAUSALE: DONAZIONE




