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Gaslighting and mental health

La derealizzazione come fine ultimo del gaslighting per mano di sociopatici dediti alla politica

Non c’è nulla di nuovo in tutto quello che avrete modo di leggere, come sapete compito nostro e porre il pubblico in condizione di difendersi dalle strumentalizzazioni sociali poste in essere che è bene sapere sono frutto di un oculato progetto che parte da una selezione rigorosa di leader che solo attraverso una perversa percezione della realtà può portare a termine le folli iniziative politiche in atto nel mondo e che sono sotto gli occhi di tutti.

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La “disobbedienza percettiva”

Il termine clinico per il danno sociale contemporaneo esiste e si chiama Derealizzazione, ovvero la sensazione che il mondo circostante sia irreale, ovattato, posticcio, come visto attraverso un vetro.

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È un sintomo dissociativo che la psichiatria associa al trauma, e descrive con sgradevole esattezza la condizione del cittadino contemporaneo, che assiste alla catastrofe in alta definizione e prova un’incredulità sottile, come se quelle immagini non potessero appartenere allo stesso mondo in cui paga le bollette. Il gaslighting politico non risiede tanto nella negazione di un fatto particolare, ma lavora per produrre questa derealizzazione diffusa, questo stordimento in cui tutto si equivale perché tutto pare ugualmente lontano e improbabile. Una popolazione derealizzata è ingovernabile dalla ragione e perfettamente governabile dalla paura.

Nel film che ha consegnato la parola al lessico clinico, Gaslight di George Cukor del 1944, un marito abbassa di nascosto la fiamma delle lampade a gas e poi giura alla moglie che la luce è rimasta identica. Lei vede la penombra calare sulle pareti, lui sorride e la corregge con dolcezza, finché Ingrid Bergman comincia a sospettare di sé prima che di lui. La crudeltà non sta in una sola bugia, che sarebbe smentibile, c’è bisogno di una manomissione paziente del criterio con cui la vittima distingue il vero dal falso. Lei pian piano dismette le sue percezioni e si fa una autodiagnosi: forse sono stanca! Sono suggestionabile, sì sì sto indubbiamente esagerando. Quando l’inganno è perfetto la persona offesa porta da sola il peso della prova e finisce per chiedere scusa di esistere. Ottant’anni dopo, quel meccanismo intimo si è fatto pubblico, e governa il Reale che ci circonda.

La psicoanalisi possiede un nome esatto per questa torsione, e lo dobbiamo a Sándor Ferenczi. Nel saggio del 1932 sulla confusione delle lingue tra l’adulto e il bambino, Ferenczi descrive come la persona aggredita finisca per assorbire dentro di sé il linguaggio e i sensi di colpa dell’aggressore, fino a scambiarli per propri. Il bambino abusato impara a vedere il mondo con gli occhi di chi gli ha fatto del male e si convince di averlo provocato.

Trasportata sulla scena collettiva, la confusione delle lingue spiega perché chi denuncia un crimine venga indotto a domandarsi se non sia lui il fanatico, l’esagerato, lo squilibrato che ha perso il senso delle proporzioni. La vittima collettiva del nostro tempo, l’opinione pubblica che assiste e prova orrore, riceve in dote il vocabolario del carnefice e con quello è invitata a giudicarsi. Israele si difende, Gaza è un teatro di guerra urbano dalle vittime numerose per ragioni tecniche e quindi il termine genocidio appartiene agli isterici. La pietà diventa sospetta di parzialità e l’indignazione diventa sintomo, da cancellare, magari con il manganello o con denunce penali.

Wilfred Bion, lavorando sui pazienti più gravi, isolò il meccanismo che chiamò attacco al legame. La mente psicotica, quando il pensiero le procura dolore, non rimuove un singolo contenuto, aggredisce la facoltà stessa di collegare le cose tra loro, di trarre conseguenze da premesse e quindi di tenere insieme la causa e l’effetto. È la descrizione più fedele del lavoro che il potere svolge oggi sul materiale pubblico.

Non si può negare il singolo fatto perché resterebbe controllabile, viene logorata la capacità di mettere i fatti in relazione. La fame a Gaza esiste, gli aiuti bloccati esistono, le immagini esistono, i bambini che esplodono in aria, mutilati, morti di fame esistono, non si possono negare, li vediamo quotidianamente, però ricucirle in un nesso significherebbe pronunciare la parola proibita, e allora il legame viene spezzato a monte, prima che la deduzione si formi. Restano frammenti privi di conseguenza, notizie che scorrono senza sedimentare in giudizio.

Mannoni, un altro psicoanalista francese, sviluppò la sua celebre formula del rinnegamento: «lo so bene, ma tuttavia». Il soggetto sa perfettamente come stanno le cose e continua ad agire COME SE non lo sapesse, sdoppiandosi tra una conoscenza inerte e una pratica che la smentisce. Funziona così la coscienza europea davanti ai territori occupati. Sappiamo benissimo che cosa accade, lo abbiamo visto, e tuttavia continuiamo a trattare il genocidio come una controversia interpretativa su cui persone ragionevoli possono dissentire. L’Europa che riconosce e prosegue come prima è il paziente di Mannoni che diventa un sistema di governo.

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Il salto dal piano individuale a quello politico lo aveva compiuto Orwell, che del gaslighting di Stato fornì la formula definitiva con il bispensiero, ovvero la capacità di tenere contemporaneamente nella mente due credenze contraddittorie e di accettarle entrambe. La guerra è pace, la libertà è schiavitù. Più dei meccanismi del Ministero della Verità conta una frase che Orwell affida a Winston Smith nelle prime pagine, quando annota sul diario che la libertà consiste nel poter dire che due più due fa quattro.

Se questo è concesso, il resto segue. La posta del potere totalitario riguarda l’aritmetica, ossia il consenso minimo sulla realtà senza il quale nessuna società può ragionare di sé. Lo scopo della menzogna di Stato è distruggere la facoltà di distinguere il vero dal falso, lasciando le persone così disorientate da accettare qualunque cosa venga loro detta domani. Un popolo che non crede più a nulla non sa più giudicare, e chi non sa giudicare obbedisce oppure impazzisce.

Un esempio più semplice della geopolitica. Giorgia Meloni che si autocelebra esibendo i miliardi mobilitati e il prodotto interno cresciuto come prova di un paese in salute. Il fatto è che la crescita statistica può convivere con il salario reale che arretra, con i contratti a termine che si rinnovano all’infinito, con i giovani che lasciano il paese, con le vite definite precarie e sfruttate. La contabilità nazionale registra l’occupazione e tace sulla sua qualità, conta le ore e non le retribuzioni, somma le aperture di partita Iva e ignora che dietro molte di esse sta un lavoro dipendente travestito da impresa.

La psicopatologia del gaslighting di governo consiste nel prendere il numero astratto e usarlo per smentire l’esperienza concreta del cittadino, esattamente come il marito di Gaslight opponeva la propria parola alla percezione della moglie. Tu dici che non arrivi alla fine del mese, i dati dicono che il paese cresce, dunque il problema sei tu, la tua lamentela, la tua incapacità di vedere il bene comune. Il disagio viene privatizzato e restituito al singolo come un difetto di percezione o di “volontà”. Insomma, è colpa tua!

Contro tutto questo la difesa non può essere il cinismo, sarebbe solo una resa, e neanche l’indignazione perenne perché si consuma in fretta e lascia esausti senza portarci da nessuna parte. La difesa, a mio avviso, è di natura quasi monastica, e consiste nel custodire la corrispondenza tra le parole e le cose come si custodisce la cosa più preziosa. Significa, ad esempio, chiamare genocidio il genocidio quando i criteri giuridici della Convenzione del 1948 risultano soddisfatti, e dirlo con il rigore della prova, mai con l’isteria che il potere ci attribuisce per squalificarci, altrimenti il gaslighting ci frega.

Significa tenere ferma l’aritmetica di Orwell, ricordare che la crescita di un dato non confuta la fatica di una vita, che il negoziato non è tradimento, che il manifestante percosso non è l’aggressore. La salute mentale, in un tempo che ha fatto del capovolgimento il proprio metodo di governo, diventa un atto di resistenza, forse il più impegnativo, perché si svolge nel silenzio della coscienza individuale, dove nessuno ci applaude e molti ci danno dei pazzi. Bergman, nel finale del film, ritrova la ragione nel momento esatto in cui smette di credere al marito e crede a se stessa. La guarigione coincide con la disobbedienza percettiva.

Lavinia Marchetti

Fonte: aviniamarchetti.substack.com & DeepWeb

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