La Grande Piramide per Uomini in Cammino nel Tempo
Da secoli ci si domanda come sono state costruite le Piramidi, non datevi pena, perché ufficialmente non vi verrà mai dato a sapere, perché la storia è destinata ad essere una eterna opinione.
Toba60
Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo, capillare ed affidabile, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, la nostra sede è in Italia, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di poter proseguire in quello che è un progetto il quale mira ad un mondo migliore!
I Rotolatori del Sole La Grande Piramide per Uomini in Cammino nel Tempo
La Grande Piramide, secondo gli egittologi, è stata realizzata nel XXVI secolo a.C. e si crede che sia stata progettata da Hemiunu, un sacerdote e alto funzionario egizio. Non c’è concordanza nel sapere quando fu completata e si ritiene che forse fu completata intorno al 2560 a.C
Quando vidi la prima volta la Piramide di Cheope
Affrontare la visione della grandiosità della piramide di Cheope d’Egitto è un’esperienza che influisce sull’interiorità per aprire delle porte dell’anima in alcuni. Non importa tanto se la visione è solo quella di un’immagine fotografica. Avviene inconsapevolmente, almeno all’inizio, come se si aprisse – appunto – una misteriosa porta per farci entrare e farci vedere cose mai viste, un mondo che ci esorta a dare spazio alla Sacralità. È così che può apparire la Grande Piramide, come un edificio maestoso della Sacralità, ma anche una forma geometrica munita due grandi valori matematici, due numeri che troneggiano, pi greco e sezione aurea.

Figura 1: Due realtà quasi inconciliabili fra loro, due uomini che spingono un grande masso di pietra e la grande piramide di Cheope attorniata da turisti che sembrano formiche. Lo Scarabeo Sacro immaginato sulla pietra da l’esatta immagine del suo grande valore di Sole che fa sorgere in cima alla piramide.
Ecco un binomio del sacro e giusto profano, come i due bracci di una croce che vuol rappresentare il sacrificio unita alla sofferenza. Due linee, che simili ad apostoli, rappresentano il “Sale” della terra e senza di esso manca il vero sostegno dell’intera piramide. Ecco il vero “piccolo” uomo, nelle figura 1, che idealmente somiglia allo Scarabeo Sacro chiamato Kephra o Kepher, agente fondamentale per raggiungere lo stadio fondamentale del dio Sole, stampato quasi dogmaticamente sul masso di pietra rotolante.
«Nell’antico Egitto lo scarabeo (chiamato kheperer, termine simile a quello del dio Khepri che rappresentava il sole) era il simbolo della resurrezione. Il dio sole che sorgeva al mattino, era immaginato nelle forme dello scarabeo stercorario (Scarabeus sacer) o di un uomo con uno scarabeo al posto della testa. L’astro solare, Khepri, dotato di tutta la sua forza e maestosità, prendeva le forme dello scarabeo in quanto questi andava a simboleggiare il divenire (sorgere, tramontare e risorgere) del disco solare durante il suo ciclo giornaliero.
Lo Scarabeo, quindi, simbolo sacro, considerato dai sacerdoti perfetto simbolo dell’interpretazione del ripetersi del giorno e della notte, in analogia con le peculiari caratteristiche biologiche e riproduttive del coleottero. Come lo scarabeo spinge, infatti, in avanti una palla di sterco in cui deporrà le uova e da cui nasceranno le larve, allo stesso modo Khepri, il dio sole (interpretato dalla scarabeo), spingeva il disco solare al mattutino illuminando la terra e spazzando via il buio della notte al sorgere dell’alba. Questa similitudine determinò l’identificazione nello scarabeo della divinità solare, che rinasceva ogni giorno a nuova vita. La figura Khepri-scarabeo è quindi simbolo di rinascita, di vittoria della luce sulle tenebre, del potere generativo e della vita sulla morte. Secondo l’esoterista ed egittologo francese René Adolphe Schwaller de Lubicz, l’instancabile avvicendarsi costante, del lavoro dello scarabeo Khepri, incarna il modello delle forze della natura che sono in continuo movimento e trasformazione.»
Ecco il fulgido e brillante “Sale” che appare come una gemma solare che ci spalanca la grande porta della piramide di Cheope e ci fa entrare in un suo misteroso inimmaginato grande corridoio.
Questa porta misteriosa sembra essere quella scoperta avvenuta grazie al progetto ScanPyramids (link) iniziato nel 2015.

«L’ultima notizia è quella del 2 marzo 2023 con la presentazione della prova definitiva di un corridoio nascosto rilevato dietro la facciata nord della stessa piramide. È un tunnel lungo 9 metri, largo 2,10 e alto 2,30 metri che si trova dietro ai grandi blocchi collocati dagli originari costruttori a forma di una V rovesciata, soluzione ingegneristica che fu adottata per proteggere il passaggio e l’antico ingresso dal grande peso della struttura sovrastante.»

Una volta entrati in questo corridoio si spalanca lo sguardo ed il noto esoterista e teosofo austriaco, Rudolf Steiner ci ci racconta la sua esperienza che sembra legarsi:
«Quando l’uomo non era ancora del tutto disceso nel piano fisico, egli poteva apprendere ciò che era stato sperimentato nel mondo spirituale. Lí il candidato poteva conoscere la vera forma di Osiride, di Iside e di Horus. L’Iniziato visualizzava pertanto il contenuto dei miti durante questo viaggio nel mondo spirituale. Poteva quindi a sua volta trasmettere questo contenuto ad altri soggetti dopo averlo rivestito del mito (o saga) appropriato. Egli vedeva tutto questo; visualizzava un modo speciale con cui le influenze di Osiride si erano modellate quando la luna si era ritirato dalla terra; vedeva come Horus nacque da Iside e Osiride; vedeva i quattro tipi umani: il toro, il leone, l’aquila e il vero uomo. Vide anche cosa accadde all’uomo tra la morte e una nuova nascita.

Figura 4: Modello della Sfinge di Giza accanto alla Piramide di Cheope.
La Sfinge gli apparve come una forma reale, la seppe sperimentare. Lui avrebbe potuto anche dire: “Oh, ho visto la Sfinge, com’era quando aveva ancora una forma animale, e il suo corpo eterico, simile all’umano, proiettato fuori da questa forma animale!”. La Sfinge è stata una vera esperienza per l’Iniziato d’allora, vivendone il suo contenuto enigmatico. Vide quindi come il corpo si preparava all’animalità, in un momento in cui la testa era solo una forma eterica, la testa eterica della Sfinge. Questa era la verità per l’Iniziato, come lo erano anche le forme piú antiche degli Dei, che avevano preso poi un diverso corso di evoluzione» (da Miti e Misteri d’Egitto – Lezione XI – L’antica dottrina egiziana dell’evoluzione. La visione cosmica degli organi e la loro grossolanità nei tempi moderni – Lipsia 13 settembre 1908).
Una fase alchemica fondamentale, il Caput Mortuum, il Sale
In alchimia il Sale è uno dei Tre Principi, presenti sia nel cosmo sia nell’uomo: una triade mistica, composta dal sale, dal mercurio e dallo zolfo. Benché si presenti come una polvere bianca, inerte, il sale è uno dei grandi misteri e simboli dell’iniziazione. Nella tradizione alchemica esso era l’emblema di un patto sacro che non poteva mai essere rescisso, simile a quello che il neofita stringeva con la sua scuola o il suo maestro. «Il patto di sale» di cui parla l’Antico Testamento potrebbe avere un significato diverso da quello che gli viene di solito attribuito. Il Nuovo Testamento è meno evasivo al proposito: in Matteo, infatti, «sale della terra» sono gli eletti, ossia gli iniziati e non, come si tende oggi a pensare, quanti sono poco più che semplici contadini. Nei secoli lontani gli eletti sedevano al posto d’onore, «più in alto del sale», perché avevano conquistato il sale che avevano dentro di sé. Come si spiegherebbe altrimenti tutta l’importanza che nei convivi medievali veniva attribuita al salinum, ossia alla saliera? […]
Gli alchimisti ponevano talora a emblema del sale il più semplice di tutti i sigilli: un minuscolo quadrato ☐ o un piccolo rettangolo. Con quelle quattro linee che descrivono uno spazio vuoto – come lo spazio fra l’Aria e l’Acqua – intendevano delineare i misteri dei quattro elementi o disegnare una bara?
C’è forse un nesso fra il sale e la morte? Un altro sigillo del sale – usato con frequenza nei gruppi alchemici rosacrociani – era un cerchio tagliato a metà da una linea orizzontale Θ . Quel sigillo deriva dalla theta maiuscola di Thanatos, che in greco significa «morte».
In numerosi testi alchemici il sale rappresenta il processo mentale, che è un processo di morte. Il sale è il residuo dell’attività spirituale che avviene nella nostra testa: come nelle triade alchemica, è la scoria che resta quando la vita è volata via, è il cranio, il caput mortuum, la polvere bianca residua dopo l’estrazione dell’oro. È la cenere del pensiero.
Quando la testa – o la sua attività spirituale che chiamiamo mente – raggiunge il punto in cui non è più in grado di capire, in cui l’ordine dell’universo sembra frantumarsi, allora produce lacrime salate.
Storia velata sulla costruzione della Grande Piramide
Erodoto, narra ciò che i sacerdoti egizi volevano che lui scrivesse, riguardo la loro storia antica, infatti egli inizia sempre con le parole: “narravano, dicevano”, ciò che la sapienza popolare ha codificato nella frase “c’era una volta”. Cheope regnando su di loro (gli Egizi) li ridusse nella più estrema miseria… E lavorarono a centomila uomini per volta continuamente, ciascuno per gruppo di tre mesi. E passarono per il popolo dieci anni di stenti nella costruzione della strada… (e) per la costruzione delle stanze sotterranee sull’altura su cui sorgono le piramidi… per la piramide stessa passarono venti anni, finché non fu costruita…
Narrano che Cheope giunse a tal punto di malvagità che, avendo bisogno di denari, posta la sua figlia in un postribolo le ordinò di esigere una certa somma di denaro… e a ognuno che veniva presso di lei chiedeva di donare una pietra (per i suoi lavori): E con queste pietre fu costruita la piramide che sorge in mezzo alle tre, dinanzi alla grande piramide. Dicevano gli Egiziani che questo Cheope regnò per 50 anni e che morto lui regnò il suo fratello Chephren… regnò per 56 anni. Questi 106 anni li computano come quelli in cui gli Egiziani ebbero a soffrire di ogni sorta di mali…
Per odio, questi re, gli Egiziani, non vogliono nemmeno nominarli, anzi anche le piramidi le chiamano del pastore Filizio che in quel periodo pascolava i greggi in quei luoghi.
Dopo di questi regnò Micerino figlio di Cheope…che era mite verso i cittadini…
Il racconto è una strana mescolanza di storia e di mito, tipica della mentalità dei sacerdoti egizi che dovevano rispettare il giuramento misterico che imponeva loro di tacere su determinati argomenti, pena la morte.
Queste premesse per quanto noiose possano apparire sono necessarie, per affermare che lo storico Erodoto in questi brani si trasforma nel narratore di miti, vincolato dal giuramento di non dire più di quanto concesso. Viene raccontata una storia di una creazione materiale, di cui la piramide, è il simbolo della collina primordiale, la prima terra solida, collina che dagli Architetti o Maestri Costruttori è poi stata costruita come si vedrà in seguito, con una precisione, un linguaggio matematico e mistico che ha sfidato la forza distruttiva dei secoli, per poter tramandare fino a noi una conoscenza impressa nella pietra, non più grezza, ma squadrata e levigata.
Di qui, appare evidente che si tratta di una grande pietra filosofale che gli antichi sacerdoti egizi si apprestarono ad edificare. E poi si hanno perplessità sul fatto che veramente sul piano della vita normale gli egizi dovettero sottostare ad una vita di estremi sacrifici per erigere la Grande Piramide. Tant’è che i lavoratori che furono impiegati per la sua edificazione non facevano una vita da schiavi, ma è vero anche che in qualche modo si dovevano esprimere i sensi del sacrificio per concepire l’altro “sacerdozio” del Sale.
L’arte di Edificare
La “forza-uomo” e tecnica di trasporto
Esaminando la Piramide di Cheope in trattazione, non è chiaro abbastanza se “l’atto edile” per la costruzione avvenne con il concorso della “violenza”, la qual cosa comproverebbe, senza scampo, la perpetua condanna dell’Uomo eludendo ogni possibilità di futuro riscatto. Più chiaramente, sarebbero incerte le modalità costruttive sopra argomentate in relazione alla gestione degli elementi strutturali giudicati “impossibili” da porre in atto con il corretto umano uso della forza-uomo, almeno sembra, considerata la scarsa e povera tecnologia disponibile nell’epoca in discussione.
Va da sé che si escludono le fantasticherie, in merito, che argomenterebbero l’intervento di forze, addirittura extraumane. Insomma, se risultasse, invece, questa realtà operativa in esame, “amabile”, ovvero, si scoprisse che a quel tempo, potendo far uso di un buon intelletto esercitato alla corretta “geometria”, si poteva erigere il monumento cheopiano dei supposti “guai”, se non altro, almeno, col relativo “beneplacito” delle forze-uomo operative coinvolte, starebbe in piedi l’ipotesi iniziale del riscatto umano con effetto immediato.

Figura 5: Lo scarabeo sacro, mitologico rotolatore del Sole. Foto Museo Egizio di Torino.
Io credo che questo grave dilemma abbia assillato continuamente gli uomini di buona volontà che ora non sono più, e i loro “scritti”, al limite graffiti d’ogni genere sulla nuda pietra, lo attestano. La stessa Piramide di Cheope racchiude in sé cose del genere, ad opera degli stessi che vi posero le mani, per la controparte della fattispecie umana inscindibile. Partendo da questa considerazione, e trovandomi coinvolto in un inspiegabile “percorso” coerente alla questione in discussione, non ho potuto che dispormi ad emulare i suddetti uomini presi dal “dilemma”.
Oggi mi ritrovo ad aver prodotto un lavoro, squisitamente tecnico, sulla piramide di Cheope. Il risultato comprova clamorosamente la tesi iniziale, mettendo in gran risalto la possibilità di poter usufruire, da parte dei costruttori di Cheope, una tecnologia estremamente semplice e a misura d’uomo che è quanto si cercava. Ed ecco come fu che mi venne l’idea di indagare sulla cantieristica della piramide di Cheope.
Da una riflessione su un noto reperto conservato al Museo Egizio di Torino (fig. 5), la rappresentazione dello Scarabeo Sacro, mitologico “rotolatore del Sole” – di cui si è già parlato in precedenza -, mi sorse l’idea di come poteva essere possibile smuovere gli enormi massi con i quali fu costruita la piramide di Cheope d’Egitto, con l’ausilio di poca energia in rapporto a quella comunemente ipotizzata, di gran lunga più grande. Ma prima di entrare nel merito della suddetta idea traccio a grandi linee la situazione della posizione assunta dagli studiosi che hanno cercato di formulare delle ipotesi a riguardo.
L’assillo degli archeologi, in relazione alla costruzione in questione, è stato sempre il problema del trasporto e sollevamento dei 2,3 milioni e più di blocchi, ognuno del peso che va da 2,5 a 72 tonnellate di materiale calcareo e granitico, alle quote d’impiego fino alla quota di sommità di 146,6 metri. Sembra che ci sia unanimità, fra gli esperti accreditati, a considerare sostenibile la teoria delle «rampe», che comporta, ovviamente, il trascinamento dei blocchi, agevolato dall’ausilio di pali di legno rotolanti sotto la base, nonché una buona pista di transito.
Ma è un periodo in cui si poteva far conto solo su due materiali, di per sé da stimarsi “poveri”, il legno e il bronzo. Senza contare che il legno scarseggiava in Egitto e perciò occorreva farlo venire da lontano.
Si pensi al caso del trasporto, a ben 50 metri ed oltre, di altezza dalla base di Cheope, numerosi massi granitici, di cui i più pesante erano di 72 tonnellate circa, necessari per la camera sepolcrale del re, che pur dovettero essere posti al sito assegnato, in qualche modo.

La fig. 6 mostra che fu indispensabile una rampa diritta senza deviazioni per permettere il trasporto di ogni masso con una numerosa squadra di persone per il traino, cosa che imponeva una larga pista di transito. Io credo che forse furono impiegati i buoi per il trasporto, però questo trasporo straordinario va visto dal lato sacrale.
Riprendendo il trasporto per rotolamento dei blocchi di marmo da 2,5 tonn., la rampa per blocchi dello Zed doveva avere lateralmente un tratto adatto per il loro transito. A fine lavori dello Zed doveva essere disposto un percorso laterale alla piramide per il transito dei blocchi da 2,5 tonn. rotolanti, fino alla sommità.
L’ultima cosa riguarda la pendenza da dare al percorso per il trasporto dei blocchi da 2,5 tonn. e da calcoli fatti, sembra sia buono il valore del 5%, ossia 5 metri di salita per ogni 100 di percorso. Naturalmente, questo valore, serve solo per impostare un ragionamento su basi tecniche, non che, sia stato adottato veramente.
Ora tirando le somme sulle possibilità potenziali della tecnica di trasporto per «trascinamento» così starebbero le cose, secondo il mio punto di vista:
1) Per la maggioranza dei blocchi da 2,5 tonnellate cadauno (cubi da 1 metro e più di lato) dovrebbero essere impiegati per lo meno 8 tiratori.
2) Per il caso limite dei blocchi da 72 tonnellate cadauno, essendo adottata, ovviamente, la stessa tecnica del caso precedente, vale il rapporto dei pesi 72 / 2,5 per segnalarci quanti tiratori occorrono, ossia 232. Ma sono tanti, perciò, pur organizzando una squadra di tiratori a diverse colonne, queste risultano, comunque, molto lunghe, tali da non poter essere in grado di adeguarsi al traino allorché si giunge ad ogni svolta della pista intorno alla piramide, come già rilevato. Tutto questo salvo ad adottare una sola rampa di trasporto, ma il numero dei tiratori è pur sempre alto per il traino.
Tutta questa sintetica trattazione sull’ipotetico trasporto blocchi per trascinamento, come si è visto, è stata indispensabile per capire che non è praticabile questa tecnica e che la soluzione deve essere, certamente, un’altra.

Figura 7: Cantiere per la costruzione della piramide di Cheope. Due spintori sono in grado di far rotolare, lungo un percorso in lieve salita (5%), un blocco di pietra del peso di 3 tonnellate.
Come detto all’inizio, lo scarabeo rotolatore egizio mi ha spinto a ipotizzare la tecnica analoga dei blocchi di Cheope da portare in quota: tecnica che ho definita, ovviamente, per rotolamento. Inoltre ritengo che si debba stimare condizionante, per la costruzione di Cheope, il lato sacrale che dovette stare alla base di ogni atto edile, per significare che gli stessi innumerevoli blocchi della piramide costituivano una certa carne in allestimento, come di un riunire concreto dei frammenti di Osiride dispersi nel Nilo secondo la storia religiosa che conosciamo.
Questo per far delineare che per i costruttori di Cheope la movimentazione degli elementi strutturali doveva seguire un certo corso in approssimata armonia con la natura. A questo punto si può passare dalle parole ai fatti visionando la figura 7 grazie alla quale si capisce molto bene l’esplicarsi nei minimi dettagli tecnico-pratici, di facile realizzazione, almeno per questo caso, del metodo di rotolamento che io ho ipotizzato. Si tratta di preparare accuratamente delle centine di legno opportunamente cerchiate con bronzo forgiato, per opera di buoni falegnami e maniscalchi e il miracolo è fatto!
In sintesi, questi sono i risultati che ne conseguono:
Per i blocchi da 2,5 tonnellate, cadauno (fig. 7), occorrono due operatori spintori nei limiti loro consentiti e al riparo da infortuni.
Questi due addetti alla movimentazione dei blocchi a spinta, una volta giunti sul posto d’arrivo, dopo aver eseguito la consegna, si dispongono al ritorno per un successivo traino portandosi a spalla l’attrezzo di legno per il rotolamento.
Per i blocchi da 72 tonnellate, il caso limite, la tecnica del traino è a tiro e come già detto in precedenza occorrono idealmente 232 tiratori, un numero enorme impraticabile e perciò potevano essere impiegati dei buoi, salvo le remore sacrali.
Nel dettaglio presento il computo tecnico delle cose inerenti il primo caso che è quello del rotolamento a spinta dei massi da 2,5 tonnelate (che per sicurezza ho considerato di 3 tonnellate nel calcolo).

Composizione della Grande Piramide
Osservando lo schema della piramide di Cheope della fig. 8, l’ingresso della piramide si trova sul lato nord, a circa 18 metri dal livello del suolo. Procedendo verso il basso un corridoio discendente penetra nella struttura, fino a giungere a una camera sotterranea incompiuta.
Procedendo in alto si percorre un corridoio ascendente, portando alla Grande Galleria, un impressionante corridoio inclinato lungo 46 metri che conduce alla Camera del Re.
Questa galleria è un capolavoro di ingegneria, con un soffitto a volta che si innalza fino a 8,74 metri di altezza.
Recentemente, gli archeologi hanno scoperto un nuovo corridoio nascosto, lungo circa 9 metri, vicino all’ingresso principale della piramide. Se n’è parlato all’inizio nel capitolo Quando vidi la prima volta la Piramide di Cheope.

Figura 8: Composizione della Grande Piramide in prospettiva.
Sulla camera del Re è allestito un complesso importante, lo Zed o colonna Djed e se ne è parlato in precedenza in relazione alla rampa di accesso per il rasporto dei grossi blocchi di pietra di 72 tonn massima.
Lo Zed o colonna Djed, una grande forza spiegata dalla matematica
Nella religione degli antichi Egizi, lo Zed (o colonna Djed), tradotto come “stabilità”, “presenza”, è la rappresentazione della spina dorsale del dio Osiride, re dell’Oltretomba. Per gli Egizi, la spina dorsale era sede del fluido vitale, e simboleggiava la stabilità (ḍdi, parola da cui ha origine “Djed”, significa appunto “essere stabile”) e la vita eterna. Il geroglifico che lo rappresenta somiglia a un pilastro.

Figura 9: Lo Zed o Djed del Vitriol dell’Alchimia (la Forza Verde).
Nel libro Giza la porta dell’Infinito di Guy Gruais e Guy Mouny, a pag. 113, vengono dette delle cose interessanti sul Dy che, nella fig. 10, è il geroglifico a sinistra accanto allo Zed, un bastone con il manico, e al lato opposto si vede l’Ankh (lo si vedrà più avanti in modo matematico nelle figg. 11 e 12 ).
< Questo geroglifico si presenta sotto forma di un triangolo isoscele di 27° al vertice, con il medesimo triangolo più piccolo alla propria base. Questo non è casuale… […] Nelle molteplici ricerche effettuate, i due francesi (gli autori del libro) avevano evidentemente pensato che, dato che gli egiziani lavoravano di profilo, il famoso triangolo potesse in realtà esprimere un cono. Questa idea veniva confermata da un’osservazione pertinente del prof. Leclant, brillante egittologo e segretario a vita dell’Acadèmie des Iscriptions et belles-Lettres. Costui aveva osservato che nell’Egyptian grammar di Gardiner (3° edizione, Oxford, 1959) nella sign-list, sotto il riferimento X 8, la definizione del Dy era conical loaf) pane di forma conica), tuttavia con un punto interrogativo.

Ma, triangolo o cono il Dy rifiutava di parlare. La sola osservazione che s’imponeva è che, contrariamente alle affermazioni ufficiali e candide, all’origine il Dy non poteva essere in nessun caso né essere pane, né un pan… di zucchero. Tuttavia, nessun elemento conosciuto si prestava a una similitudine qualunque. A quel punto, progredendo nell’analisi del cubito reale egiziano, si vide che questo non derivava dall’avambraccio di fellah o di un faraone, ma che aveva la stessa origine di fi o pi greco, e questo è comprovato da un solido studio. Contemporaneamente, emerge una delle quattro forze della natura, il gravitone, non ancora scoperto dagli scienziati ma suscettibile, secondo questi ultimi, di portare la gravità, come illustrato nel Grand Secret du Sphinx.
Se si aggiunge che gli egiziani, incorregibili chiacchieroni, che mostrano tutto (compresa l’eiacuazione notevolmente tecnica da parte di un dio), non hanno mai indicato come furono trasportate le pietre delle piramidi, contrariamente a quelle dei templi, si può comprendere l’interesse rivolto al problema del gravitone. Il termine «levitazione» potrebbe risultare soddisfacente, se non facesse un po’ troppo fachiro, ma si intuisce senz’altro un legame con il Dy (offerta, elevazione?). Quest’impressione ha acquisito intensità con la comparsa di una teoria formulata da altri, di un Egitto riflesso del Cielo e in particolare di Orione.

Figura 11: Schema della risoluzione geometrica della piramide di Cheope col ricorso di una parabola
Mentre, per il comune dei mortali, il Dy può essere soltanto un segno spento, unicamente culturale e convenzionale, se non addirittura simbolico ed esoterico per alcuni, tutte queste osservazioni sfociano, con audacia e con calma, nella presunzione che il Dy debba dare la chiave d’accesso al sistema per «scindere il gravitone» o almeno per liberare la forza di gravità.
Ma passando alla matematica dello Zed e del resto delle altre parti componenenti della piramide in studio, si scoprirà una parte della verità sul Dy, simbolicamente indicato come un bastone col manico.
Il fatto che il defunto faraone Cheope, ritenuto un dio in terra, doveva navigare col dio Ra per raggiungere il regno dei morti, ci suggerisce che il sacello tombale della piramide, in qualche modo, doveva fungere da barca solare. In conseguenza, in qualche modo contemplato nella geometria, la piramide può essere immaginata come una barca a vela di fattezze geometriche, per tradurre dei concetti metafisici derivanti dal viaggio di Cheope col dio Ra, e la parabola al posto della barca solare ce lo permette.
Di qui nulla che scandalizzi immaginare il complesso piramidale unito ad una parabola sottostante, così come è stata considerata dal punto di vista della geometria della fig. 11 e particolarmente come uno speciale cristallo.
Seguono i dati geometrici concepiti sulla base del rapporto aureo e non con la concezione di pi greco, per ottenere un ipotetico circuito energetico confluente nella camera della Regina.
Ed ora ecco i calcoli analitici.
ya’ = √ [2 / (1 + √5)] = 0,786151377…
xa’ = ya² / 2 = 0,309016994…
phi = 38,17270763…°
180° – 4phi = 27,30916948…°
yi = tang (180° – 4 phi) = 0,516341175…
xi = yi² / 2 = 0,133304104…
d = 0,080615621…

Figura 12: Lo schema matematico nel contesto delle struttura della piamide di Cheope. L’asse verticale è il discusso Dy, un bastone col manico.
Il raggio IP è normale alla parabola e si imbatte sulla parete C’B’ riflettendosi in Q della parete opposta C’A’. Prosegue da qui la riflessione luminosa in modo verticale fino in fondo sulla parabola in R. Si sa che tutti i raggi verticali confluenti su una parabola si rifletto convergendo nel fuoco relativo, che nel nostro caso è il punto F.
Naturalmente si è capito che il punto I di partenza del supposto raggio luminoso è unico in modo che la sua inclinazione riferita alla verticale sia 180° – 4 phi, come indicato sulla fig. 11. Phi è il semi-angolo al vertice della piramide. Il simbolo di phi è φ.
Nessun commento su questo raggio salvo a vedere ora il raffronto con lo spaccato della piramide di Cheope (fig. 12), in cui si vedono i vari elementi che vi fanno parte: la tomba del re e della regina, la Grande Galleria ed altro.
Di qui c’è modo di far progredire un certo ragionamento che porta a capire come potrebbe funzionare l’apparato tombale in questione, la cui rappresentazione monumentale può servire, naturalmente, come modello simbolico, al di là di ribadire la credenza di cultori di esoterismo un apparato per dare nuova vita al faraone Cheope per il quale è stato concepito.
I perché della piramide: Misteri, segreti e poteri (In Italiano)
Consideriamolo perciò come una certa immaginaria macchina energetica la cui concezione matematica non era nota ai sacerdoti egizi, tuttavia ne conoscevano il risultato per via occulta.
La tomba del Re è composta da una struttura di elementi granitici che è la parte inferiore dello Zed. (fig. 9)
In particolare interessa la disposizione della parte superiore a questa camera, perché è costituita da cinque ranghi di travi di granito disposte uno accanto all’altro e ognuno pesa mediamente di 72 tonnellate.
Si tratta di elementi che si suppongono capaci di produrre energia elettrica per effetto piezometrico, come spiegherò di seguito.
Dunque, sappiamo che il granito è composto in gran parte di quarzo, che è piezoelettrico, un particolare fenomeno elettromeccanico.
Ossia quando questo materiale è sollecitato da forte pressione, o comunque quando vibra, per esempio in seguito a una percossa, compaiono delle cariche elettriche sulla superficie.
Il passo è breve, a ragione di ciò, per intravedere nell’enorme apparato dello Zed una batteria di produzione di energia elettrica, e questo potrebbe spiegare la natura specifica del raggio verticale passante per questo manufatto (fig. 9). Altrimenti non si fa luce sulla supposta energia segnalata dal particolare andar di vieni del raggio in questione, passante per lo Zed, non avendo modo di alimentarsi.
Potrebbe essere la camera della Regina (vedasi fig. 12, nel punto focale F) questa fonte, ma avendo scoperto la funzione di centrale elettrica dello Zed, si può pensare che sia la Regina l’utilizzatrice dell’energia che confluisce in lei per dar luogo – mettiamo – alla rigenerazione vitale. Di qui il percorso attraverso un condotto orizzontale, poi quello della Grande Galleria e finalmente verso la camera del Re (fig. 9).
Nella camera della Regina è ricavata su una parete una nicchia che ha la sagoma simile a quella della sezione trasversale della Grande Galleria, e questo li mette in relazione diretta.
La particolare forma della Grande Galleria fa progredire il ragionamento per spiegare la reale funzione della piramide cheopiana. Si immagini che l’impianto piramidale costituisca un centro misterico di iniziazione, oltre che sacello tombale del faraone Cheope, che può essere spiegato con l’ausilio del noto papiro di Ani. Nel partic. della fig. 13, Anubi, dalla testa di sciacallo, pesa il cuore di Ani, e nel partic. dell’illustr. 14, successiva, Ani è davanti al tabernacolo di Osiride per il giudizio finale dello scriba Ani. La prova è superata e Ani viene condotto alla presenza di Osiride, seduto in un tabernacolo a forma di sepoltura.

Figura 13: Papiro di Ani (Tav. I,
In queste due figure è chiaro come si svolge il rituale dell’esame di Ani, colui che è in procinto di essere iniziato ai misteri di Osiride. Perciò immaginando che questo rituale si svolge nella Grande Piramide, il neofita al posto di Ani, dopo essere stato giudicato idoneo all’iniziazione si prepara per un certo “viaggio” che avverrà sulla barca solare, ma da solo. Simbolicamente vediamo appunto nella fig. 14, Ani genuflesso su un piccolo piano di acqua (il mercurio filosofale) davanti al tabernacolo di Osiride. In altro modo quest’acqua alchemica si spiega legandosi al noto “lago della verità” della dea Maât del giudizio.

Figura 14: Papiro di Ani (Tav. II, British Museum di Londra). Partic. Ani davanti a Osiride per il giudizio finale
Nel nostro caso della piramide dell’iniziazione, tutto ciò che è rappresentato simbolicamente in questa fase è quanto si attua nella salita della Grande Galleria Di qui il concetto di ascesa e di preparazione all’impatto con la prova finale che avverrà nella Camera del Re. Ecco che si spiega la modulazione del flusso dell’acqua mercuriale determinata dalle serrande, davanti all’entrata della Camera del Re. Il numero delle serrande indica appunto la graduazione del processo di iniziazione. Questo sta facendo Ani davanti a Osiride, ossia lo vediamo “abbeverarsi” appunto con l’acqua fluente dalle serrande aperte, (fig. 15) nel caso della Piramide, mentre si serra sempre più il plico della sua memoria del suo “sapere”. Di qui il parallelo al tema della supposta energia elettromagnetica fluente nello Zed, ossia tramite Osiride. Infatti osservandolo da vicino si è colpiti dalla trama del suo corpo che è come un ideale magnete. Nell’insieme ogni cosa è informata al suo orientamento.

In alto all’esterno i 14 serpenti (i mesi dell’anno) rappresenterebbero le linee di forza magnetiche come quelle della Terra concepita similmente a una geodinamo La fig. 16 mostra la rappresentazione didattica di magneti elementari in un asta di ferro raffigurati come aghi di bussola. A destra è il caso di un asta amagnetica; a sinistra l’asta è magnetica come il corpo di Osiride.

Si capisce che il tabernacolo di Osiride è un modo diverso di rappresentare iconograficamente lo Zed, con la differenza sostanziale che va visto integrato con la concezione della Camera della Regina.
Nel papiro di Ani vediamo appunto alle spalle di Osiride Iside e la sorella, entrambe integrate nella rappresentazione della Camera della Regina.

Figura 17: Piramide di Cheope. Partic. imbarco dell’iniziato per il viaggio di ascesa verso il Tabernacolo di Osiride (lo Zed).
A questo punto non resta che prefigurare nella Piramide di Cheope il viaggio in questione, cosa che non difficile concepire, anche perché con l’occasione si spiega la ragione della concezione architettonica particolare della Grande Galleria dove si compie il viaggio di ascesa iniziatica. Naturalmente con un modello di barca solare non diversa, ma in proporzione ridotta, da quella di 47 metri di lunghezza di Cheope trovata accanto alla sua piramide di Giza.
La fig.17 non ha bisogno di commenti eccetto far capire che il “viaggio” iniziatico è concepito per simulare l’altro “viaggio”, il vero che vi corrisponde e che si attua sul piano delle energie eteriche.
Perciò all’acqua, immaginariamente nell’invaso della Grande Galleria in fase iniziale, corrisponde il mercurio filosofale che è “acqua che non bagna le mani”. Per ragioni di simulazione, la barca perciò è sostenuta da una opportuna incastellatura di legno che è fatta scivolare sulle banchine laterali della Galleria. In questo modo si spiegano anche certe piccole buche a ridosso dei muri a intervalli regolari, fatti apposta per impedire con zeppe alla slitta porta-barca di retrocedere. Ma resta perplessità sulla presenza dell’acqua intorno alla piramide di Cheope essendo il fiume Nilo lontano a quota molto bassa
Le piramidi di Giza sono state costruite accanto a un antico corso d’acqua del Nilo
«Secondo un recente studio, gli antichi monumenti sono stati costruiti vicino a un tratto di 65 chilometri di un ramo del Nilo scomparso da tempo.
Le piramidi di Giza si trovano oggi in un paesaggio desertico di sabbia e roccia, a molti chilometri di distanza dalle lussureggianti sponde del Nilo.
Il loro moderno isolamento accresce il senso di maestose reliquie di un regno scomparso, ma non è sempre stato così: un nuovo studio suggerisce che un tempo le piramidi si trovavano accanto a un importante ramo del Nilo che brulicava di imbarcazioni.
“Pensiamo che questa fosse una sorta di autostrada per l’antico Egitto”, afferma la geomorfologa Eman Ghoneim, docente della University of North Carolina Wilmington.
Fiume fantasma
Oggi, 31 piramidi costruite tra il XXVII e il XVIII secolo a.C. – un periodo di quasi 1.000 anni – sono allineate lungo le pendici dell’altopiano del Deserto occidentale dell’Egitto. I ricercatori sospettavano da tempo che fossero state costruite accanto a un ramo prosciugato del Nilo e studi precedenti hanno trovato prove di un corso d’acqua in diversi siti.
Ma Ghoneim e i suoi colleghi sono stati i primi a mappare una parte del suo antico percorso, scoprendo che era molto più grande di quanto si pensasse.
Il loro studio, pubblicato di recente sulla rivista Communications Earth & Environment, descrive l’individuazione del ramo del Nilo ormai scomparso nelle fotografie satellitari da parte dell’occhio esperto di Ghoneim e include la verifica geofisica del suo percorso.
Il risultato è una mappa di un tratto di circa 65 chilometri della via d’acqua perduta tra la località di Lisht, poco meno di 50 chilometri a sud del Cairo, e il sito delle piramidi di Giza.
Solo un piccolo tratto d’acqua sopravvive ancora oggi, il canale di Bahr el-Libeini, vicino alle piramidi di Abusir, ma un tempo questo ramo del Nilo era largo in alcuni punti oltre 700 metri e a tratti profondo più di 25 metri. Gli autori dell’ultimo studio lo hanno chiamato ramo Ahramat, dalla parola araba che indica le piramidi. […][1] Una prova che l’ipotesi dei ricercatori della presenza di un corso d’acqua nella piana di delle piamidi di Giza è fondata perchè è avvalorata dal libro Giza la porta dell’Infinito di Guy Gruais e Guy Mouny. Nel capitolo L’acqua, si parla di cunicoli di corsi d’acqua sotterranei per servire le tre piramidi e della presenza di un largo e profondo pozzo, presumibilmente per una piattaforma elevatrice (a pag. 67) che mostro con la fig. 18.

Figura 18: Un pozzo, presumibilmente, per una piattaforma elevatrice nelle adiacenze delle piramidi.
La Forza Verde del Vitriol alchemico
In altro modo è possibile spiegare la forza energetica generata dallo Zed o Djed.
Il futuro di molti personaggi celebri della scienza, grazie ad una misteriosa Forza Verde, è prevedibile per gli effetti che le loro scoperte lasciano, permettendo alla scienza di progredire, ma per Adolfo Rol (Torino, 20 giugno 1903 – Torino, 22 settembre 1994) non è la stessa cosa.

Tuttavia la sua traccia indelebile, la sua fama di sensitivo, deve aver potuto fare l’analoga cosa, attraverso il suo spirito che gli ha permesso tanti prodigi. Quello spirito che gli fece dire:
« Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla! ». Ma continuò a scrivere.
Gaetano Barbella
SOSTIENICI TRAMITE BONIFICO:
IBAN: IT19B0306967684510332613282
INTESTATO A: Marco Stella (Toba60)
SWIFT: BCITITMM
CAUSALE: DONAZIONE
