Atlantide Vista da un Punto di Vista Scientifico
Avvisiamo che la prima parte è molto dettagliata e di facile comprensione, mentre la seconda obbliga il lettore a fare un piccolo sforzo, ma ne vale la pena, anche perché all’interno ci sono molte altre sorprese che avrete modo di scoprire nel prosieguo della lettura.
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Atlantide
Nel nostro immaginario collettivo il mito di Atlantide è quella storia che riunisce tutti i popoli e le culture prima della grande catastrofe del Dryas Recente del 10.000 Avanti Cristo.
Nell’aprile del 1987 usciva su “Topolino” (n. 1638) la storia Topolino e l’Atlantide continente perduto, scritta da Giorgio Pezzin e disegnata da Massimo De Vita. In questa avventura Topolino e Pippo, grazie alla macchina del tempo inventata dal professor Zapotec, tornano nel 10.000 a.C. per assistere alla fine, provocata dall’impatto di una cometa con il nostro pianeta, della misteriosa terra descritta da Platone nel Timeo e nel Crizia intorno al 360 a.C. Al ritorno i due amici, raccontando le loro incredibili peripezie al professor Zapotec, si interrogano sul destino degli abitanti di Atlantide: “Dove saranno andati a finire?”, chiede Pippo. “In ogni parte del mondo”, risponde con sicurezza Zapotec, “nel Messico, a fondare la civiltà Maya, sulle Ande a costruire l’impero Inca, e sulle sponde del Mediterraneo, dove hanno posto le fondamenta della civiltà egizia e di quella mesopotamica”. Infatti, “solo così si spiega come miti e leggende del Diluvio e del continente scomparso siano rimasti nella memoria di tutti i popoli, giungendo fino a noi”.

Il mito di Atlantide come origine delle civiltà storiche conosciute, le quali avrebbero conservato il ricordo di quella antica catastrofe nelle loro leggende è un’invenzione della cultura moderna. Vediamo di capire brevemente come si arriva alla costruzione di questa idea.
Platone ci racconta di Atlantide
Nel Timeo, Platone aveva fatto riferimento a “un racconto assai singolare, ma assolutamente vero”, nel quale erano narrate le “antiche gesta” della città di Atene, in seguito “cancellate dal tempo e dalle catastrofi che hanno colpito l’umanità”. Quel racconto era dovuto a Solone, il quale, nel corso di un suo viaggio in Egitto, aveva raggiunto la città di Sais. Discutendo con i sacerdoti locali, Solone aveva iniziato a narrare gli eventi conosciuti dai Greci, “ossia di Foroneo, che si dice sia stato il primo uomo, e di Niobe”, e poi ancora di come Deucalione e Pirra si erano salvati “dopo il diluvio”. Tuttavia, secondo il parere di uno dei sacerdoti interpellati, quelle riferite da Solone erano storie che avevano un’origine molto recente. Era infatti esistito un tempo, “prima del Diluvio più grande”, in cui “quella che è ora la città degli ateniesi” era stata in assoluto “la migliore in guerra e quella dotata dei migliori ordinamenti da ogni punto di vista”; da essa “furono compiute le imprese più belle e che ebbe le più belle istituzioni, fra tutte quelle di cui, sotto il cielo, noi abbiamo avuto notizia”.
Solone, meravigliato da queste affermazioni, pregò il sacerdote di raccontare tutto nei dettagli. Questi acconsentì alla richiesta di Solone, riferendogli dei suoi concittadini vissuti “novemila anni” prima e della più grande delle loro imprese, la quale pose fine ad “una grande potenza, che avanzava con arroganza su tutta l’Europa e l’Asia insieme, proveniente dall’esterno, dall’oceano Atlantico”: “Infatti, a quel tempo, era possibile attraversare quel mare, perché davanti a quella foce che viene chiamata, come dite, Colonne d’Eracle, c’era un’isola. Tale isola, poi, era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e a coloro che procedevano da essa si offriva un passaggio alle altre isole, e dalle isole a tutto il continente che stava dalla parte opposta, intorno a quello che è veramente mare.
Infatti, queste parti del mare, che stanno dentro alla foce di cui stiamo parlando, sembrano essere un porto che ha una sola entrata stretta. Invece, quello si potrebbe chiamare veramente mare, e la terra che lo circonda si potrebbe chiamare giustamente continente. In questa Isola Atlantide, dunque, si era formata una grande e mirabile potenza di re, che dominava tutta quanta l’isola, e molte altre isole e parti del continente. E, inoltre, dominavano anche su regioni da questa parte dello stretto sulla Libia fino all’Egitto e sull’Europa fino alla Tirrenia”.
Gli abitanti di Atlantide cercarono ad un certo punto di soggiogare l’antica Atene. I greci, tuttavia, nonostante la defezione degli altri popoli che inizialmente avevano partecipato alla guerra, riuscirono a sconfiggere gli invasori e a liberare coloro che abitavano «all’interno delle Colonne d’Ercole». Ma di tutto questo si era ormai persa la memoria. Infatti, “nei tempi che seguirono, a causa di tremendi terremoti e catastrofi naturali, nell’arco di un solo giorno e di una sola notte terribili”, tutto l’esercito ateniese fu inghiottito sotto terra e anche Atlantide scomparve nell’oceano. Ecco perché, ormai, quel mare lontano era “impraticabile e inesplorabile”, a causa del “fango affiorante che l’isola ha prodotto inabissandosi”

Nel tempo il mito cambia
Nel corso dell’antichità, eruditi, storici, geografi e filosofi formularono molte congetture intorno al racconto di Platone e all’esistenza di Atlantide, sostanzialmente riassumibili in tre posizioni principali, poi individuabili anche nel dibattito che caratterizzerà l’età moderna e contemporanea: 1) Atlantide è un’invenzione di Platone; 2) Atlantide è esistita realmente e Platone ha fornito precise informazioni sulla sua posizione geografica, la struttura geologica, la configurazione urbanistica e sociale; 3) l’Atlantide di Platone rappresenta il ricordo impreciso, poi rielaborato e romanzato, di un importante evento geologico avvenuto in un tempo lontano.
Furono i viaggi di esplorazione geografica e, in particolare, la scoperta dell’America, a donare nuova credibilità al racconto di Platone sulle isole e sul continente situato al di là delle Colonne d’Ercole. Inizialmente, le discussioni sull’esistenza e la collocazione di Atlantide furono portate avanti soprattutto da storici ed eruditi preoccupati di stabilire la legittimità dei possedimenti coloniali delle potenze europee e di inserire le popolazioni americane all’interno di una cornice storica e cronologica che non fosse in contraddizione con la Bibbia. Il dibattito cinquecentesco pose le basi per una serie di teorie e speculazioni strettamente legate allo sviluppo del sapere scientifico.
Coinvolta progressivamente all’interno di problematiche della massima importanza, come la storia della Terra e dell’umanità, la controversia su Atlantide si sviluppò sostanzialmente lungo due direttrici specifiche, una di ordine geologico, naturalistico e geografico, ed una di natura cronologica. Nel primo caso, la ‘questione Atlantide’ ripercorre da un lato la storia dei dibattiti sulla creazione, la struttura, l’evoluzione del globo terrestre, dall’altro quella delle scoperte geografiche.
Nel secondo caso, essa diventa parte integrante delle dispute sui problemi della cronologia, strettamente legate al tema dell’origine dell’uomo e delle civiltà. Tale controversia non riguardò soltanto storici, eruditi e filosofi, ma coinvolse anche autorevoli scienziati e naturalisti come Kircher, Hooke, Stensen, Tournefort, Newton e molti protagonisti dell’Illuminismo.
Anche se numerosi interpreti avevano ritenuto che Atlantide dovesse essere identificata con l’America, l’ipotesi più accreditata era quella che collocava Atlantide oltre lo stretto di Gibilterra, ed individuava negli arcipelaghi atlantici i resti di quell’antico continente sprofondato, come era riportato anche nel primo volume (1751) dell’Encyclopédie, alla voce Atlantique ou Isle Atlantique. A questa ipotesi aderirono, in una qualche misura, anche Buffon, Voltaire e d’Holbach. Quando Jules Verne iniziò a pubblicare Vingt mille lieues sous les mers, nel 1869, l’esistenza di una antica terra spazzata via da un “cataclisma”, della quale “Madera e le Azzorre, le Canarie, le isole di Capo Verde” non potevano che rappresentare “le sue cime più alte”, costituiva per molti ancora una plausibile ipotesi scientifica.
Storie di Diluvi Universali e sopravvissuti
Fino a quel momento, la controversia su Atlantide si era sviluppata all’interno di un quadro cronologico, basato sull’interpretazione delle Sacre Scritture, secondo il quale la creazione del mondo era avvenuta intorno al 4000 a.C. ed il Diluvio universale verso il 2300 a.C. Per dare una risposta alla delicata questione cronologica sollevata da Platone, che aveva collocato la fine di Atlantide 9000 anni prima del suo tempo, alcuni interpreti avevano affermato che il calendario platonico si basava sul sistema degli Egizi, i quali definivano gli anni in riferimento alla Luna e non al Sole. In sostanza, i 9000 anni dovevano essere calcolati come 9000 mesi, corrispondenti alla rassicurante cifra di 750 anni. Ecco che la fine di Atlantide poteva essere avvenuta, più ragionevolmente, intorno al 1300 a.C. circa.
Il tema dell’origine dell’umanità era da tempo strettamente intrecciato con quello dell’origine delle diverse tradizioni facenti capo ai popoli dell’antichità. A partire dalla fine del Quattrocento alcuni umanisti cristiani, fra cui Marsilio Ficino, avevano tentato di accordare fra di loro le diverse testimonianze religiose e mitologiche, ritenendole derivate da un’unica fonte. Il punto di partenza della storia era naturalmente rappresentato dagli eventi narrati nella Bibbia e accaduti dopo il Diluvio universale. Tuttavia, nel corso dell’Ottocento, i dibattiti sull’origine della Terra, sull’esistenza dei fossili e sulla trasformazione delle specie avevano contribuito a rafforzare la convinzione, ormai presente da almeno un paio di secoli fra i cultori di storia naturale, che la storia dell’universo, del sistema solare e del nostro pianeta dovessero essere spostate all’indietro (e di molto) rispetto alla cronologia tradizionale.
Fra gli anni ’50 e ’60 del XIX secolo, le prove dell’esistenza di fossili umani appartenenti ad epoche assai lontane, rispetto a quella in cui si supponeva si fosse verificato il Diluvio universale, divennero sempre più evidenti. Da dove provenivano, dunque, quelle tradizioni a cui avevano fatto riferimento gli umanisti cristiani?
Dopo l’uscita dell’Origine delle specie (1859) di Charles Darwin, molti testi vennero dedicati ad esaminare il tema dell’origine e dell’antichità dell’uomo, questione che Darwin aveva inizialmente escluso dalla sua trattazione. Un numero sempre maggiore di scienziati e uomini di cultura maturò così la convinzione che la comparsa dell’umanità sulla Terra risalisse ad un’epoca assai lontana nel tempo e che l’inizio della civiltà dovesse essere di molto retrodatato rispetto alle stime tradizionali.

Sensazionali scoperte archeologiche, come le favolose città dei Maya nello Yucatan, individuate da John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood, il quale realizzò splendidi disegni di Copán, Palenque, Uxmal e Chichén Itzá (1839-41), e della mitica Troia da parte di Heinrich Schliemann (1868), stavano inoltre a dimostrare come nel passato potessero celarsi ancora numerosi segreti, che riguardavano la storia dell’uomo e che non potevano non rimandare al mito dell’antica sapienza (già sviluppato a partire dal Quatrocento, ma all’interno della cronologia biblica), cioé all’idea che in un passato remoto gli uomini avessero raggiunto un livello di conoscenza superiore a quello attuale.
La scoperta di Schliemann, in particolare, ebbe sull’immaginario collettivo un impatto senza precedenti, dando un impulso straordinario alla ricerca archeologica sul campo e alla ricerca delle civiltà perdute e dimenticate; inoltre, i successi dell’avventuriero tedesco rafforzarono la convinzione che in questa materia i dilettanti avessero da dire molte più cose interessanti ed importanti di quanto non potessero fare gli esponenti della cultura ufficiale. La nascita delle riviste di divulgazione scientifica, favorendo la circolazione di tematiche talvolta estranee ai veri e propri obiettivi della scienza accademica, contribuì indubbiamente allo sviluppo di questa convinzione, unitamente alla progressiva specializzazione delle discipline, sia scientifiche che umanistiche, caratterizzate sempre più da un linguaggio di non facile accesso ai non specialisti.
Atlantide faro della civiltà e colonizzatrice
In questo contesto, Atlantide iniziò ad assumere un significato ben diverso da quello che gli era stato attribuito dopo la scoperta dell’America. E non deve sorprendere che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, sia stato un altro personaggio ‘non accademico’ a fornire al dibattito sull’esistenza di Atlantide una nuova, straordinaria popolarità: Ignatius Donnelly, uomo politico (fu, tra l’altro, vice governatore del Minnesota e membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti) e cultore di storia antica (al pari del celebre collega inglese William Ewart Gladstone). Fu grazie a Donnelly se le discussioni su Atlantide cominciarono ad uscire dalle stanze degli specialisti per diventare uno dei terreni privilegiati di azione di appassionati e non professionisti. Nel 1882 Donnelly pubblicò l’opera dal titolo Atlantis: The Antediluvian World, nella quale veniva presentata una personale e disinvolta rielaborazione di tutte le tipiche tematiche che avevano attraversato il dibattito sull’esistenza di Atlantide nei due secoli precedenti, attraverso l’enunciazione di tredici affermazioni fondamentali:
1. Un tempo nell’oceano Atlantico, di fronte alle Colonne d’Ercole, esisteva un’isola immensa, che era quanto restava di un continente noto nell’antichità con il nome di Atlantide.
2. La descrizione di tale isola fornita da Platone non era – contrariamente a quanto si era a lungo ritenuto – frutto di fantasia, ma un autentico resoconto storico.
3. Atlantide fu la prima area del mondo dove l’uomo passò dalla barbarie alla civiltà.
4. Nel corso del tempo Atlantide divenne una nazione popolosa e potente, dalle cui migrazioni le coste del Golfo del Messico, del fiume Mississippi, del Rio delle Amazzoni, della costa pacifica del Sud America, del Mediterraneo, delle coste occidentali di Europa e Africa, del Baltico, del Mar Nero e del Mar Caspio furono colonizzate, sviluppando a loro volta popolazioni locali civilizzate.
5. Si trattava del vero mondo Antidiluviano, ossia del Giardino dell’Eden, del Giardino delle Esperidi, dei Campi Elisi, del Giardino di Alcinoo, del Mesomphalos, dell’Olimpo, dell’Asgard delle storie degli antichi popoli, a rappresentanza della memoria universale di una grande terra, popolata a lungo da un’umanità arcaica, pacifica e prospera.
6. Gli dei e le dee degli antichi Greci, dei Fenici, degli Indù e degli Scandinavi non erano altro che re, regine ed eroi di Atlantide, e le azioni attribuite loro nella mitologia sono un insieme confuso di eventi storicamente accaduti.
7. Le mitologie di Egitto e Perù ritraevano la religione originaria di Atlantide, veneratrice del sole.
8. La colonia più antica degli Atlantidei fu probabilmente in Egitto, la cui civiltà riproduceva quella dell’isola originaria.
9. I manufatti dell’Età del Bronzo europea avevano avuto origine in Atlantide; furono gli Atlantidei a lavorare per primi il ferro.
10. L’alfabeto fenicio, progenitore di tutti gli alfabeti europei, derivava da quello di Atlantide, che fu trasmesso ai Maya dell’America centrale.
11. Atlantide fu l’originaria dimora del gruppo dei popoli Ariani o Indo-Europei, così come dei popoli Semitici e probabilmente anche dei Turanidi.
12. Atlantide perì a seguito di un terribile disastro naturale, in cui l’intera isola sprofondò nell’oceano, trascinando con sé quasi tutti i suoi abitanti.
13. Solo alcuni scamparono a bordo di navi e zattere e, ovunque approdarono, narrarono la spaventosa catastrofe; quelle storie sono giunte a noi in forma di leggende su inondazioni e diluvi avvenuti in diverse zone del mondo antico e moderno.
Donnelly utilizzò molte delle più recenti acquisizioni scientifiche per corroborare la bontà delle sue speculazioni. Si appoggiò, ad esempio, ai risultati delle spedizioni che, in quegli anni, dettero inizio alla moderna oceanografia, fra cui quella fondamentale del Challenger (1872-1876). John Murray, uno dei padri di questa nuova scienza e tra i più importanti membri del Challenger, dubitava (siamo nel 1913) che gli scandagli effettuati dalle spedizioni oceanografiche dimostrassero, come riteneva Donnelly, l’esistenza di un antico continente collocato nell’Atlantico: “Si è supposto che le montagne occidentali dell’Europa e le montagne orientali degli Stati Uniti altro non siano che i resti delle grandi catene montane dell’Atlantide, ora seppellita sotto il fondo del Nord Atlantico; si è supposto inoltre che parti del Sud America, dell’Africa e dell’India siano i resti di un continente ora sepolto sotto i piani sommersi del grande Oceano del Sud; ma lo studio delle profondità oceaniche e dei sedimenti rocciosi non pare diano ragione all’ipotesi che una terra continentale abbia potuto sparire sotto il fondo del mare nel modo testé indicato”. Queste affermazioni, tuttavia, non avevano ancora la forza per essere decisive.

La scoperta di Machu Picchu
Nel 1911 il ritrovamento di Machu Picchu, la città perduta degli Inca, ad opera di Hiram Bingham, destò un’enorme sensazione nell’opinione pubblica, grazie anche alle foto diffuse dalla celebre rivista «National Geographic». Negli anni successivi Bigham tornò varie volte a Machu Picchu, contribuendo a rendere l’archeologia sempre più popolare. In breve tempo anche la città degli Inca sarebbe stata messa in collegamento alla storia di Atlantide e all’esistenza di un antichissimo popolo che aveva diffuso la civiltà in tutto il mondo.
Datazioni tutte da definire, remote culture, mondi perduti, sorprendenti scoperte e fantastici miti, contribuivano a rendere ancora molto incerto il quadro degli studi archeologici e antropologici. In una guida turistica dell’Egitto, pubblicata all’indomani della scoperta della tomba di Tutankhamon, ufficialmente aperta il 29 novembre 1922, si poteva leggere: “La Sfinge resta ai nostri giorni il grande ‘enigma della sabbia’ degli egittologi. Le è attribuita un’antichità molto grande.
Sembra essere esistita molto tempo prima della costruzione della Grande Piramide di Cheope, vecchia 5700 anni, e rappresentare l’unica testimonianza di una civiltà molto remota esistita prima dell’era della costruzione delle piramidi”. Fu proprio l’Egitto, in quegli anni, a stimolare lo sviluppo del cosiddetto “diffusionismo” (la concezione secondo la quale è impossibile che un’invenzione o un’innovazione possano realizzarsi in maniera autonoma in popoli situati in luoghi diversi e lontani fra loro), contribuendo a rendere plausibili le ipotesi relative ad Atlantide come punto di origine della civiltà: bastava semplicemente sostituire Atlantide con Egitto e il gioco era fatto.
Soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo sviluppo delle ricerche scientifiche sarà in grado di mostrare con certezza, sulla base di nuove prove e documenti, l’inconsistenza delle affermazioni di Donnelly, prima fra tutte quella relativa all’esistenza di un antico continente nell’oceano Atlantico. Tali prove, tuttavia, hanno fatto fatica a imporsi al grande pubblico e hanno continuato ad essere ben presenti sia in ambito pseudoscientifico sia in quello del cinema, della letteratura e dei fumetti. Come ci dimostrata l’esempio iniziale di “Topolino”, l’idea che Atlantide abbia rappresentato il luogo di origine della prima civiltà umana, poi cancellata da una catastrofe, è stata ampiamente presente nella cultura popolare della seconda metà del Novecento, e continua ad esserlo tutt’oggi.
Nel 1956, nel suo Altmexikanische Kulturen (Civiltà dell’antico Messico) Walter Krickeberg presentava le più recenti scoperte archeologiche relative ai popoli dell’antico Messico, che smentivano l’esistenza di una relazione fra le antiche civiltà del Vecchio e Nuovo Mondo e, conseguentemente, buona parte dell’impianto di Donnelly: “questa ipotesi ebbe un’apparenza di verità soltanto fintantoché furono malamente note le antiche civiltà americane e perciò si poteva credere giusto giungere a tale conclusione sui rapporti fra esse e le civiltà mediterranee o europee basandosi su vaghe somiglianze”.
Due anni dopo, Peter Kolosimo, il noto divulgatore di misteri, ribaltava tranquillamente queste conclusioni nel suo primo libro, Il pianeta sconosciuto (più volte aggiornato in numerose edizioni): “Troppi sono, infatti, i misteriosi legami che paiono unire la cultura egizia a quella dei preistorici abitanti d’America, dalla mitologia all’arte, all’architettura (è sotto il comune segno delle piramidi che fioriscono le due lontanissime civiltà), al folclore, al simbolismo, alla stessa scrittura, che presenta elementi di straordinaria affinità, persino caratteri geroglifici del tutto simili”. Nel marzo 2015, la rivista Archeo Misteri Magazine, ha dedicato un articolo ad Atlantide (I Re di Atlantide diventarono gli dei), riproducendo un estratto dell’opera di Donnelly, che viene presentata in questo modo: “a oltre 120 anni di distanza, le sue argomentazioni non hanno minimamente perso la propria attualità”. Forse per i fumetti e il fantasy; non certamente per la ricerca scientifica.
Una nuova ipotesi fornisce una base per la realtà dei leggendari continenti di Atlantide e Lemuria
La scomparsa dell’attuale teoria dell’estensione del fondale marino e della tettonica a placche
Per i geologi non è più un’ipotesi. È ormai una teoria. Ogni scienziato della Terra crede che sia vera. Giusto? E che cos’è? Sto parlando della teoria della diffusione dei fondali marini e della tettonica a placche.
In seguito a una revisione completa pubblicata alla fine dello scorso anno, è stato dimostrato che la diffusione dei fondali marini e il suo corollario della tettonica a placche non spiegano correttamente l’origine dei bacini oceanici e dei continenti del nostro pianeta. E se la “teoria” attuale non fosse corretta? Se si rivelasse errata, verrebbe eliminata un’enorme barriera all’accettazione della storia delle letture di Cayce sui continenti perduti di Atlantide e Lemuria.
Non sarà più illusorio considerare i movimenti crostali verticali per spiegare l’origine dei bacini oceanici della Terra. La “tettonica dell’ascensore” sarà in e la “tettonica a scacchiera” (a placche) sarà fuori, quasi completamente. Sebbene la diffusione dei fondali marini avrà ancora un piccolo posto nella comprensione da parte dei geologi di alcuni aspetti dell’origine e del mantenimento dei continenti e dei bacini oceanici, il quadro generale dell’elevazione dei fondali oceanici e, in misura minore, dei continenti si baserà su un modello guidato dai mantelli.
I geologi sanno, ad esempio, che un’ondata globale di mantello terrestre è iniziata nel Mesozoico. Al suo culmine, nel periodo Cretaceo, i fondali oceanici dell’Atlantico e del Pacifico si elevarono sopra il livello del mare. I continenti oceanici risultanti erano pieni di terranei vulcanici. L’evento di risalita del mantello nel Mesozoico fu poi seguito da un graduale raffreddamento e dal collasso degli edifici vulcanici oceanici.
Per comprendere questa svolta radicale nella nostra comprensione del comportamento convettivo del mantello e dei suoi effetti sulle strutture crostali della Terra, dobbiamo rivedere brevemente l’attuale modello di diffusione dei fondali marini e di tettonica delle placche.

Ipotesi di diffusione dei fondali marini. Come illustrato nella Figura 1, i geologi attualmente ritengono che i pennacchi termici di magma caldo si muovano semi-continuamente verso l’alto sotto le dorsali presenti in tutti gli oceani del mondo. Questa roccia basaltica semi-fluida viene emessa qua e là lungo la cresta della dorsale. Il processo spinge le placche crostali del fondale marino su entrambi i lati ad allontanarsi dalla dorsale oceanica e a dirigersi verso i continenti. I continenti possono essere trascinati dal fondale marino adiacente, oppure il fondale marino in espansione può spingere al di sotto un continente relativamente immobile. Si veda la Figura 1 per esempi di entrambe le situazioni ipotetiche.
Un determinato impulso di magma, su una distanza relativamente breve lungo una dorsale oceanica, si magnetizza quando il materiale semi-fuso si raffredda al di sotto di una temperatura specifica. I minerali di ferro presenti nel magma basaltico vengono quindi congelati nella roccia e puntano nella direzione del campo magnetico prevalente. I metodi di indagine geofisica possono quindi essere utilizzati per rilevare se le rocce del fondale marino erano magnetizzate in un campo geomagnetico normale (come quello attuale) o in un campo invertito. Poiché il campo magnetico terrestre si muove e/o si inverte nel tempo, le direzioni di orientamento magnetico delle essudazioni di basalto permettono di correlare le lastre di roccia del fondo marino tra loro. Questo processo si traduce in una sorta di “registrazione” della formazione e del movimento delle masse rocciose del fondo marino in espansione, o almeno così si ipotizza.
La roccia cristallizzata di ogni nuova essudazione si divide quindi in due lungo un asse che coincide con la valle centrale della dorsale oceanica. Nella Figura 2, due lastre di colore marrone di basalto del fondo oceanico appena cristallizzato sono separate da una linea nera che rappresenta la valle centrale di una dorsale medio-oceanica.

Fig. 2. Strisce magnetiche e l’attuale modello di diffusione dei fondali marini. Le strisce del fondo marino sono formate da magma oceanico che si è raffreddato e cristallizzato con una specifica orientazione del campo magnetico. Queste masse rocciose possono essere spostate successivamente lungo faglie di trasformazione o fratture su larga scala che corrono perpendicolarmente alla dorsale oceanica. (Fig. adottata da una pagina del sito web dell’U.S. Geological Survey.).
La presenza di bande magnetiche sul fondo dell’oceano è stata ritenuta una prova prima facie della diffusione del fondo marino e la base del modello della tettonica a placche (PT) del movimento crostale. Si noti nel diagramma che i segmenti di bande magnetiche della stessa età sono confinati su entrambe le estremità da faglie di trasformazione che corrono perpendicolarmente alla dorsale oceanica. All’inizio dello sviluppo della teoria PT si ipotizzò che segmenti di strisce della stessa età fossero sfalsati l’uno dall’altro a causa della diversa quantità di effusioni successive di magma sulla cresta della dorsale. Le effusioni più grandi avrebbero spinto le placche più lontano di quelle più piccole.
Ecco quindi una descrizione abbreviata del modello di diffusione dei fondali marini e della tettonica a placche per il comportamento dinamico della crosta e del mantello sottostante. La maggior parte dei geologi ha ritenuto corretto questo modello negli ultimi 25 anni circa. La sua accettazione da parte dei geologi ha naturalmente causato grandi difficoltà a coloro che vogliono accettare la storia di Atlantide e Lemuria raccontata dalle letture di Cayce. Come è possibile che ci siano stati continenti nell’Oceano Atlantico o nell’Oceano Pacifico dove ora ci sono i fondali oceanici? Perché tutte le prove non indicano forse la stabilità dei fondali oceanici sommersi e il movimento sostanzialmente orizzontale delle placche crostali in tutto il mondo?
I problemi del modello convenzionale, secondoil Prof. MacKenzie Keith (ora deceduto)
Ora arriva un trattato convincente su ciò che potrebbe realmente accadere nel regno della crosta globale e della dinamica del mantello superiore. Baserò il resto di questo articolo sull’esame completo di MacKenzie Keith sulla diffusione dei fondali marini e sulla tettonica delle placche, pubblicato lo scorso autunno.1 Il suo articolo contiene circa 300 riferimenti ed è il prodotto della vita di ricerca e di insegnamento di Keith sul campo, in laboratorio e in classe. Alla sua morte, era professore emerito di geochimica alla Pennsylvania State University.
Il Dr. Keith inizia modestamente dicendo che, sebbene le caratteristiche essenziali dell’ipotesi PT siano ampiamente accettate, alcuni aspetti del modello sono discutibili. Semplicemente, sono in conflitto con le proprietà note dei materiali della Terra e con il sistema dinamico globale crosta/mantello. La prima obiezione di Keith riguarda l’ipotesi che le placche siano internamente rigide. Se una sollecitazione viene applicata a un lato, viene trasmessa al lato opposto senza alcuna deformazione dell’interno della placca. Ma questo non è coerente con i risultati degli esperimenti sulla resistenza delle rocce e con i fattori che regolano la resistenza di grandi masse di roccia nel corso del tempo geologico. In realtà, le grandi masse rocciose sono deboli, e si deformano sotto l’influenza del calore.
Keith afferma poi che è necessario riesaminare l’ipotesi della risalita del magma sotto l’asse di una dorsale oceanica. I modelli computerizzati del flusso di calore sotto le dorsali oceaniche si basano sull’evidenza di un ampio pennacchio di basalto fuso ascendente che produce le effusioni di magma lungo la dorsale. Ma come può, si chiede Keith, un ampio pennacchio generare la stretta zona di vulcanismo assiale della dorsale, la separazione “a coltello” dei regimi di flusso adiacenti su entrambi i lati di una faglia trasformata (vedi Fig. 2) e l’incredibile “sovrapposizione dei centri di diffusione” sostenuta da alcuni geologi?
Da Atlantide alla Sfinge
Altre domande riguardano il concetto di diffusione dei fondali oceanici e il modello del registratore per la generazione delle bande magnetiche oceaniche. Sui fianchi opposti delle dorsali oceaniche si trovano spesso rocce di composizione chimica diversa. Le rocce dovrebbero avere la stessa composizione se provengono dalla stessa effusione magmatica. E che dire dell’incapacità di trovare la stretta zona di accrescimento crostale richiesta, con la proprietà di dividersi ordinatamente in modo che le metà corrispondenti si spostino su entrambi i lati?
Keith ora procede con certezza per rispondere a queste domande. Egli afferma che non è necessario alcuno spreading per spiegare le caratteristiche del fondo marino osservate. Invece, le bande magnetiche oceaniche possono essere spiegate con il rimpicciolimento di una zona vulcanica medio-oceanica precedentemente molto ampia e con la conseguente migrazione verso la cresta di un fenomeno che egli chiama “temperatura di blocco”, di cui si parlerà più avanti. Egli ipotizza che un’ondata mesozoica di flusso di mantello e di espansione della zona vulcanica, che ha raggiunto il suo apice nel Cretaceo (tra 66 e 144 milioni di anni fa), abbia prodotto una diversa “faccia vulcanica” della Terra. I fondali oceanici elevati hanno poi iniziato a collassare nel corso di milioni di anni, portando alle caratteristiche che troviamo oggi.
Infine, Keith postula un modello di flusso del mantello superiore alternativo a quello attuale. Il suo modello concettuale prevede la risalita del mantello sotto i continenti, il flusso del mantello da sotto i continenti a sotto gli oceani (per i margini tipo Oceano Atlantico) e il flusso convergente del mantello sub-oceanico verso gli assi delle dorsali medio-oceaniche. Afferma che le dorsali medio-oceaniche sono i principali confini delle celle di convezione nel mantello. Riassume poi un’ampia varietà di informazioni nel resto del suo articolo di revisione per concludere che “il peso delle prove supporta chiaramente il modello alternativo [il suo modello] ed è contrario al modello di diffusione [dei fondali marini] della tettonica a placche”.
Modello alternativo della dinamica mantello/crosta
Come funziona il modello di Keith. Inizieremo considerando ciò che accade rispetto alla dorsale medio-atlantica (MAR) dell’Oceano Atlantico in prossimità della dorsale di Reykjanes, ora sommersa, a sud dell’Islanda. Il materiale caldo e plastico del mantello superiore, invece di fluire lontano dalla dorsale medio-oceanica, come mostrato nella Figura 1, è fluito verso di essa e ha sollevato l’intero fondo oceanico, come mostrato nella Figura 3.

Fig. 3. Sequenza semplificata di una serie di sezioni trasversali che rappresentano il raffreddamento e lo sprofondamento della cresta di Reykjanes, parte della MAR che corre a sud-ovest dell’Islanda (Fig. 4). Questa figura è modificata da Keith, 2001, Fig. 11. Le sezioni mostrano il modello alternativo di Keith per la generazione delle bande magnetiche oceaniche attraverso il raffreddamento della dorsale in seguito a un picco di attività vulcanica dell’era cretacea. I tre primi stadi di raffreddamento (e la migrazione dell’isoterma di blocco B) rappresentano le condizioni alle età delle anomalie magnetiche di 36, 24 e 16 milioni di anni fa (Ma). L’isoterma di blocco è la temperatura alla quale i minerali magnetici acquisiscono il magnetismo residuo normale o inverso e quindi registrano l’orientamento del campo geomagnetico terrestre.
Nella Figura 3 mi sono permesso di etichettare la parte emersa della dorsale di Reykjanes come “Atlantide”. Non c’è davvero nome migliore da usare per questo continente oceanico un tempo elevato e ora sommerso. Per l’effettiva prova fisica che parti della dorsale medio-atlantica erano al di sopra dell’acqua in tempi recenti, si veda sotto.
Per continuare a chiarire la spiegazione di Keith sull’origine delle bande magnetiche sul fondo dell’oceano, citiamo da p. 268 quanto segue.
“Una caratteristica essenziale del sistema di dorsali oceaniche proposto è che tutte le caratteristiche anomale che sono risultate dall’impennata mesozoica del flusso di mantello: …sollevamento della dorsale, vulcanismo accelerato, allargamento della zona vulcanica attiva, sono state soggette a un graduale rilassamento e arretramento dal Mesozoico al Recente, verso un sistema di stato stazionario, un effetto prevedibile del rallentamento del ribaltamento convettivo e del vulcanismo, e della graduale diminuzione, attraverso i vortici di ritorno, del grande volume accumulato di miscele di subduzione del ponte. Si propone che la sequenza di anomalie magnetiche, convenzionalmente attribuita alla diffusione del fondo marino, derivi invece dal graduale restringimento della zona vulcanica attiva”.
Banda magnetica secondo il modello di raffreddamento di Keith. La figura 4 può aiutare a spiegare la citazione di cui sopra, in quanto si applica specificamente alle bande magnetiche. L’idea di base è che un restringimento della zona di vulcanismo basaltico della dorsale medio-oceanica (Fig. 4, porzioni rossastre delle barre) sarà accompagnato da una migrazione verso la cresta dell’isoterma di temperatura di blocco (Fig. 3). Questa è la temperatura alla quale i minerali magnetici acquisiscono il magnetismo residuo e quindi registrano le inversioni del campo magnetico terrestre.

Fig. 4. Istantanee idealizzate di un lato di una dorsale medio-oceanica, per mostrare lo sviluppo delle bande magnetiche oceaniche, dalla metà del Cretaceo del Mesozoico al presente, come risultato del graduale restringimento della zona vulcanica attiva medio-oceanica. A è l’asse della dorsale. Questo diagramma, modificato da Keith, Fig. 10, mostra la migrazione dell’isoterma di temperatura di blocco B. Il colore rossastro a destra di B indica la porzione di dorsale per la quale la principale sorgente magnetica rimane al di sopra della temperatura di blocco. [La polarità geomagnetica (normale o inversa) e la scala temporale geologica sono tratte da D. Kent e F. Gradstein, 1986, “Jurassic to Recent chronology”, in The Western North Atlantic Region. Geol. Soc. America, Geology of North America, v. M, pp. 45-50, Plate 1].
Keith propone che le zone di frattura e le faglie trasformi (cfr. Fig. 2) siano espressioni della superficie del fondale oceanico dei confini dei “rotoli convettivi” nel mantello sottostante. Tali rotoli sono ritenuti “la principale forma di convezione secondaria all’interno dello strato limite superiore del mantello sub-ponte, una regione a bassa viscosità stimata a 75-125 km di spessore….” (p. 240). (p. 240). Traducendo le parole di Keith per il lettore non geologo, immaginiamo che il flusso primario, guidato dal calore, del mantello superiore sia verso l’esterno, da sotto un continente come l’Africa, e verso il MAR. Mentre il mantello si muove, si verifica una successiva perdita di calore nella regione oceanica.
Nella regione a valle del flusso laterale e della perdita di calore si sviluppa uno strato limite del mantello superiore che alla fine diventa instabile e produce un modello regolare di “rotoli” di mantello superiore allineati nella direzione del flusso principale. I confini che si sviluppano lungo ciascun bordo di un rotolo danno luogo a fratture del fondo oceanico e a faglie trasformi. (Una faglia trasformata è semplicemente una superficie quasi verticale su cui un lato scivola sull’altro, ma è unica in quanto lo spostamento si arresta improvvisamente o cambia forma).
Per concludere la descrizione della formazione delle bande magnetiche sul fondo marino, Keith cita le misurazioni di laboratorio, i modelli numerici e le misure sul campo. Conclude affermando che le prove sono coerenti con la sua proposta di flusso convergente nell’alto-mantello e contrarie al modello della tettonica a placche di upwelling e flusso divergente nel medio-oceano.
Per citare Keith sulle implicazioni delle figure 3 e 4, “il modello proposto di raffreddamento delle dorsali per la formazione delle bande magnetiche non coinvolge la diffusione o la scissione dei continenti, e non ci sono implicazioni per quanto riguarda la deriva dei continenti, tranne che per il fatto che si presume che i continenti galleggino nel mantello, ciascuno concentrando uno o più pennacchi di upwelling, e siano liberi di muoversi in risposta ai cambiamenti nel modello di convezione globale [del mantello]. La principale deriva dei continenti sarà legata a episodi di risalita del mantello e ci sarà una forte tendenza dei continenti a ristabilire le loro posizioni separate come parte di un ritorno a un regime di flusso stazionario”.
Modello ipotetico di Keith della dinamica e della struttura delle dorsali medio-oceaniche proposte. Keith propone una struttura per una dorsale medio-oceanica che soddisfi le osservazioni geofisiche e la sua intuizione su come, dinamicamente, si comportano la crosta del fondo oceanico e il mantello sottostante. Egli chiama questa struttura “sinclinale di flessione”. Una sinclinale è semplicemente una piega delle rocce terrestri, il cui nucleo contiene materiale più giovane ed è generalmente concavo verso l’alto. L’aggettivo flessione è usato per sottolineare gli effetti della flessione prodotta dalla gravità sul regime di stress crostale.
Nel modello proposto per il ponte oceanico, la struttura della zona crestale è attribuita principalmente alla deformazione gravitazionale che deriva da due tipi di carico: il carico vulcanico crescente verso la cresta e la densificazione crescente verso il basso. Keith cita prove che dimostrano che il maggiore sprofondamento per flessione “non è limitato alla zona quasi assiale, ma è ampiamente efficace sotto i fianchi della dorsale e in passato si estendeva su tutta la larghezza delle dorsali oceaniche dal Mesozoico all’inizio del Terziario”.
Che aspetto avrà il diagramma di una sezione trasversale della struttura di una dorsale medio-oceanica per il modello di Keith di collasso crostale-sotto raffreddamento? La Figura 5 ci fornisce il quadro.

Fig. 5. Modello di M. Keith della dinamica e della struttura del ponte medio-oceanico, compresa la convergenza e il downflow del sottoponte, adattato dalla Fig. 4 del suo articolo. Lo spessore della crosta è fortemente esagerato per mostrare la struttura. Si tratta di una sinclinale “flex load” di estensione precedente che riflette un aumento del carico vulcanico e della subsidenza verso la cresta. Il rosso rappresenta la regione tra il mantello e il cuneo sub-assiale di crosta sottratta, ed è una zona di fusione. Le linee blu rappresentano la stratificazione crostale, che si immerge verso la valle assiale.
Le linee solide sono isoterme non specifiche (linee di uguale temperatura). Il verde rappresenta la zona a bassa velocità (per la propagazione delle onde sismiche) che caratterizza il mescolamento di crosta e mantello. Il marrone indica il residuo basaltico impoverito. La “M” indica la “Moho”, un confine che separa la crosta terrestre dal mantello sottostante.
Prove dirette di un’Atlantide emergente
Quasi incidentale rispetto agli sforzi di Keith per sostenere uno dei suoi punti su un ex continente emergente nell’Oceano Atlantico è il materiale che riassume su ex siti di acque poco profonde o emergenti campionati dal Deep Sea Drilling Project (DSDP). I siti di campionamento sono attualmente sommersi nella regione della dorsale medio-atlantica (MAR). Le posizioni di tre di questi siti (Keith, 2001, Tabella 1) sono indicate da grandi punti rossi sulla Figura 6, una mappa in rilievo della regione delle Azzorre che abbiamo utilizzato in precedenti articoli sul sito web del THC. I punti rossi sono piuttosto grandi perché, mentre le coordinate di campionamento elencate indicano i gradi di latitudine nord, non indicano i gradi di longitudine ovest. Resta comunque inteso che i campioni sono stati prelevati in prossimità della valle assiale di MAR, chiaramente visibile nella Figura 6.
Ecco cosa è stato trovato nel punto A, a una profondità di 12.802 piedi: basalto altamente vescicoloso, basalto ossidato e degradato, e un’importante lacuna nella sezione sedimentaria basale che indica un’erosione subaerea. Nel sito B, a 12.440 piedi di profondità, sono stati rinvenuti ciottoli basaltici e basalto ossidato e degradato. Nel sito C, a 12.313 piedi di profondità, sono stati trovati ancora una volta ciottoli basaltici e basalto ossidato ed esposto agli agenti atmosferici. Tutti questi ritrovamenti sono forti indicatori di un MAR precedentemente emerso. E suggeriscono che questo terreno vulcanico è sprofondato di almeno 12.300 piedi da quando è stato esposto all’atmosfera.
Si noti che la Tabella 1 di Keith elenca altri sei siti di campionamento MAR a sud di quelli tracciati nella nostra Figura 6 e fino all’equatore. Due di questi siti di campionamento mostrano cime di creste appiattite dall’erosione delle onde, uno ha rivelato sedimenti di acque basse dell’età terziaria e un altro ha rivelato sedimenti di acque basse dell’età cretacea. Un’ultima scoperta, piuttosto sorprendente, è costituita da canyon e da un sistema di drenaggio a traliccio, molto probabilmente formatosi per via subaerea a una profondità superiore a 9800 piedi. La località MAR si trova tra 26° e 27°N.

Fig. 6. Diagramma fisiografico della regione delle Azzorre, basato su un diagramma di B. Heezen e M. Tharp. Si veda il testo per la spiegazione dei punti rossi A-C, siti di campionamento in acque profonde di materiale subaereo rappresentativo di un continente emergente. (Subaereo si riferisce alle condizioni e ai processi che esistono o operano all’aria aperta su una superficie terrestre e nelle sue immediate vicinanze). Un deposito per i documenti della civiltà atlantidea può trovarsi nell’area indicata dall’ombreggiatura blu. Il deposito dei documenti atlantidei si troverà in un tempio specifico “dove una parte dei templi potrebbe ancora essere scoperta”. (Vedi lettura 440-5).
Come riportato da Keith (p. 266), un’ulteriore prova della precedente esposizione del MAR è costituita da
“… un’estesa denudazione della crosta oceanica [e] lo sviluppo di canyon profondi e di modelli di drenaggio a traliccio lungo le cicatrici di faglia del MAR (Tucholke et al., 1997). Tucholke et al. hanno attribuito la topografia modificata al mass wasting sub-oceanico, ma le caratteristiche erosionali … fino a circa 300 km dall’asse, favoriscono la recente esposizione subaerea e l’erosione della cresta. La stratigrafia di queste sezioni di foro fornisce prove di un’ampia esposizione della cresta seguita da un cedimento della stessa e da un restringimento dell’attivo….”. (Keith, p. 266).
Esempio di raffreddamento, affondamento e restringimento del MAR nel tempo
Per illustrare il processo sopra descritto nella visualizzazione a mappa, abbiamo modificato la Figura 9 di Keith e l’abbiamo trasformata nella nostra Figura 7.

Fig. 7. Istantanee di una sequenza temporale dal Cretaceo al recente per un settore dell’inabissamento della dorsale medio-atlantica (MAR) tra le Azzorre e la zona di frattura di Charlie-Gibbs, per mostrare il restringimento della zona vulcanica attiva, il meccanismo proposto per la generazione delle bande magnetiche oceaniche. Il disegno a colori del restringimento mostra l’estensione del vulcanismo attivo in ogni fase selezionata di sprofondamento e raffreddamento della dorsale.
L’allontanamento del limite esterno del vulcanismo, che si ritira verso la cresta, è associato al progressivo raffreddamento della dorsale e alla migrazione della traccia dell’isoterma di temperatura di blocco, in corrispondenza della quale il magnetismo residuo viene congelato, registrando così l’inclinazione e le inversioni del campo magnetico terrestre. Le età approssimative delle anomalie magnetiche in alto a destra di ciascun pannello sono tratte da Kent e Gradstein (1986). Per la citazione completa si veda la didascalia della Fig. 4. Ma = milioni di anni prima del presente.
La Figura 7 mostra quattro viste cartografiche di una porzione settentrionale della ristretta zona vulcanica attiva del continente oceanico in lento raffreddamento, contrazione e sprofondamento, qui chiamato “Atlantide”. Le due bande più esterne del pannello 78 Ma non sono visibili nel pannello 55 Ma. Ciò è dovuto al fatto che, nel corso dei 23 milioni di anni tra 78 Ma e 55 Ma, i bordi esterni del mantello e della crosta che si stanno raffreddando sono scesi al di sotto della temperatura di blocco.
Questi bordi si sono spostati progressivamente fino a diventare i bordi esterni della zona vulcanica a 55 Ma. In questo processo, le rocce precedentemente plastiche delle bande più esterne della Figura 7, pannello 78 Ma, si sono cristallizzate e hanno bloccato gli orientamenti magnetici dei minerali ferromagnetici contenuti. Questo dà origine al tipo di strisce del fondale oceanico mostrato nella Figura 2.
Per apprezzare questo processo in sezione verticale, si può fare riferimento alla Figura 3. Qui si trovano quattro istantanee nel tempo di una sezione trasversale della metà occidentale del continente. Il pannello 38 Ma della Figura 3 corrisponde all’incirca al pannello 35 Ma della Figura 7. Il movimento dell’isoterma di blocco della temperatura B nella Figura 3 si riferisce all’incirca al bordo d’uscita della banda rossa occidentale sul pannello M 35 della Figura 7. Si noti che le rappresentazioni altamente schematizzate dei cambiamenti nel continente nelle figure 3 e 7 non possono catturare tutte le variazioni naturali nelle relazioni terra-mare. Così, i pannelli 16 Ma e 2 Ma della Figura 3 mostrano una superficie di “Atlantide” completamente sommersa, mentre il MAR si è notevolmente ristretto fino a diventare una banda stretta nel pannello Ma 8 della Figura 7.
La risposta delle masse rocciose alla contrazione della crosta oceanica e del mantello superiore non è tuttavia così semplice. Si può ipotizzare che i locali innalzamenti del fondo marino verso posizioni superiori al livello del mare siano sopravvissuti allo sprofondamento continentale generalizzato in alcuni punti, rimanendovi molto più a lungo di quanto indicato dai diagrammi. Pertanto, i Poseidonis della ricerca di Zhirov (Fig. 6) e i Poseidia delle letture di Cayce potrebbero essere esistiti al di sopra del livello del mare fino alla fine del secolo scorso.
Sintesi del modello globale proposto dal Prof. Keith
Questo articolo sarebbe troppo lungo se dovessi approfondire gli aspetti del meraviglioso lavoro analitico del professore. Le prove della comparsa di Lemuria saranno trattate in un articolo a parte. L’applicazione da parte di Keith dei risultati della sua revisione della letteratura alle spaccature continentali e alle loro associazioni con le spaccature oceaniche, alle dinamiche delle catene insulari oceaniche nel Pacifico e a una serie di altri argomenti importanti come i punti caldi deve essere rimandata.
Limpronta di Atlantide Il passato è il nostro futuro
Basti dire che Keith riteneva che l’essenza del modello globale da lui proposto “è che la crosta oceanica sia un serbatoio principale e che il riciclo selettivo dei suoi componenti sia in contrasto con gli agenti atmosferici e il trasporto fluviale [dei sedimenti] dal continente all’oceano, nonché un processo chiave nel sistema terrestre autoregolante” (p. 282). L’autore ha poco da dire sulle forze che hanno determinato l’innalzamento del mantello nel Mesozoico, se non che esiste una forte possibilità che sia stato innescato da un gruppo di impatti di meteoriti nel Pacifico equatoriale occidentale.
Questi impatti potrebbero aver riattivato il mantello inferiore, durante un cambiamento promosso dall’ondata, passando dalla convezione a strati a quella a mantello intero. Si deduce che il riciclaggio del mantello profondo “roll-margin”, associato al cambiamento da stratificazione a convezione di tutto il mantello innescato dall’impatto, e il conseguente surge del mantello abbiano formato una serie di miscele che apparentemente costituivano una fonte di
La storia di Atlantide di Reading a confronto con il modello di Keith
Cosa dicono le letture. Tre frammenti di lettura descrivono l’estensione di Atlantide, a partire da circa 10 milioni di anni fa e poi giù nel tempo fino ai giorni di Amilio, il cui “tempo” potrebbe essere iniziato circa 200.000 anni fa.
Descrivete la superficie terrestre all’epoca della comparsa delle cinque proiezioni.
Questo è stato dato. Nel primo, o in quello conosciuto come l’inizio, o nel Caucaso e nei Carpazi, o nel Giardino dell’Eden, in quella terra che ora si trova in gran parte nel deserto, ma in gran parte in montagna e in gran parte nelle terre ondulate. Le estreme porzioni settentrionali erano allora le porzioni meridionali, o le regioni polari erano allora rivolte verso le regioni tropicali e semi-tropicali; quindi sarebbe difficile discernere o diffondere il cambiamento. Il Nilo entrava nell’Oceano Atlantico. L’attuale Sahara era una terra abitata e molto fertile. Quella che oggi è la parte centrale di questo Paese, o il bacino del Mississippi, era allora tutta nell’oceano; esisteva solo l’altopiano, o le regioni che oggi sono porzioni di Nevada, Utah e Arizona, che costituivano la maggior parte di quelli che conosciamo come Stati Uniti.
Quella lungo la costa atlantica costituiva allora la parte esterna, o le pianure di Atlantide. Le Ande, o la costa pacifica del Sud America, occupavano allora l’estrema porzione occidentale di Lemuria. Gli Urali e le regioni settentrionali si trasformarono in una terra tropicale. Il deserto della Mongolia era allora la parte fertile. Questo vi permetterà di farvi un’idea dello stato delle rappresentazioni della Terra in quel periodo! Gli oceani furono poi stravolti; non portano più il loro nome, ma da dove hanno preso il loro nome? Qual è la leggenda, addirittura, sui loro nomi?
364-13; 17 novembre 1932
La posizione occupata dal continente di Atlantide è quella che si trova tra il Golfo del Messico da un lato e il Mediterraneo dall’altro. Testimonianze di questa civiltà perduta si trovano nei Pirenei e in Marocco da un lato, nell’Honduras britannico, nello Yucatan e in America dall’altro. All’interno di questo territorio ci sono alcune porzioni sporgenti che devono essere state un tempo o l’altro una porzione di questo grande continente. Le Indie Occidentali Britanniche o le Bahamas, e una porzione delle stesse che può essere vista nel presente – se l’indagine geologica fosse fatta in alcune di queste, in particolare a Bimini e nella Corrente del Golfo che attraversa queste vicinanze, queste potrebbero essere ancora determinate.
364-3; 16 febbraio 1932
D Quanto era grande Atlantide al tempo di Amilio? [Forse a partire da circa 200.000 anni fa].
Un confronto, quello dell’Europa che include l’Asia in Europa – non l’Asia, ma l’Asia in Europa – vedete? Questo componeva, come si è visto, nella o dopo la prima delle distruzioni, quella che oggi verrebbe definita con la posizione attuale – la porzione più meridionale della stessa le isole come create da quelle delle prime (come le chiamerebbe l’uomo) forze vulcaniche o eruttive messe in gioco nella distruzione della stessa.
D Atlantide era un grande continente o un gruppo di grandi isole?
R Non sarebbe bene leggere solo quel dato? Perché confondere le domande? Come è stato detto, quello che sarebbe stato considerato un grande continente, fino a quando le prime eruzioni portarono quei cambiamenti da quello che sarebbe ora, con l’attuale posizione della terra nella sua rotazione, o i movimenti intorno al suo sole, attraverso lo spazio, intorno ad Arturo, intorno alle Pleiadi, quello di un intero o un unico continente.
Poi con la disgregazione, producendo più che altro la natura di grandi isole, con i canali o i burroni, i golfi, le baie o i corsi d’acqua che intervengono, come risultato delle varie forze ELEMENTALI che furono messe in moto da questa CARICA – per così dire – delle forze che furono raccolte come base per quegli elementi che avrebbero prodotto forze distruttive, come potrebbero essere collocate nei vari quartieri o luoghi di raccolta di quelle bestie, o nei periodi in cui gli animali più grandi vagavano sulla terra – CON quel periodo di permanenza dell’uomo.
364-6; 17 febbraio 1932
Un’altra lettura descrive l’avvicinarsi dell’emersione di parte di Atlantide. Ciò potrebbe derivare da uno spostamento del polo di alcuni gradi (10° circa?) e/o dall’inizio di una nuova ondata di mantello.
Sarebbe bene che questa entità cercasse una delle tre fasi dei modi e dei mezzi in cui queste registrazioni delle attività degli individui sono state conservate – quella nella terra di Atlante, che è affondata, che risorgerà e sta risorgendo….
2012-1; 25 settembre 1939
La posizione del tempio dei record conservato nella terra atlantidea è riportata nella Figura 6.
Ora, se deve iniziare una nuova ondata di mantello – e inizierebbe molto lentamente dalla nostra prospettiva temporale – allora la seguente lettura potrebbe essere rilevante. Il “fuoco” in questo frammento di lettura si riferirebbe all’attività vulcanica associata a una nuova ondata di mantello. L’esteso vulcanismo mondiale potrebbe includere enormi trasudazioni di basalti alluvionali sulla terraferma, che ricordano le trappole del Deccan in India, i basalti alluvionali del Pacifico nord-occidentale e le trappole siberiane.
Questa entità vedrà di nuovo questo (il diluvio) verificarsi sulla Terra? Sarà tra coloro ai quali potranno essere date indicazioni su come, dove, gli eletti potranno essere preservati per la ricostituzione della Terra?
Ricordate, non dall’acqua – perché è la madre della vita nella Terra – ma piuttosto dagli elementi, il fuoco.
3653-1; 7 gennaio 1944
Altre tre letture si riferiscono chiaramente alla parte del modello di Keith che riguarda il raffreddamento, il restringimento e il crollo dell’edificio che chiamiamo Atlantide. Uno degli eventi citati, tuttavia, ha un’origine umana. Si tratta dell’eruzione provocata dall’uomo che ha fatto “sprofondare” una parte della dorsale vulcanica ormai ristretta (il MAR), circa 19.400 anni fa. La Tabella 1 fornisce un riepilogo di tutte le date geofisiche che sono riuscito a trovare per la scomparsa di Atlantide.

Inoltre, diverse letture forniscono riferimenti non datati al “periodo della seconda distruzione”. Si tratta delle letture 5096-1, 2344-1, 3022-1, 2987-1, 2390-1, 2157-1, 1610-1, e 268-3. Non credo che questo periodo coincida con quello della “seconda eruzione”. La seconda distruzione è probabilmente quella del 19.400 a.C., ma questo richiede ulteriori ricerche. Si dice che la terza distruzione, o quella finale, sia avvenuta “quasi diecimila anni prima della venuta del Principe della Pace”. (288-1) Questo fa sì che la distruzione finale sia avvenuta all’incirca a 11.900 a.C., supponendo che “quasi” equivalga a circa 100 anni.
Confronto tra le relazioni. È difficile sapere quanto la storia di Atlantide raccontata dalle letture sia compatibile con il modello di Keith di un MAR emergente chiamato Atlantide e della sua distruzione finale dopo circa 78 milioni di anni di esistenza. La Figura 7, ad esempio, mostra (pannello inferiore) che 78 milioni di anni fa (“78 Ma”) Atlantide avrebbe potuto essere ragionevolmente conforme alla descrizione che ne viene data nelle letture 364-3 e 364-13. Ma una striscia lineare molto stretta del MAR, forse sporgente verso l’esterno mentre la striscia si dirigeva verso l’Islanda, avrebbe dovuto soddisfare come Atlantide, secondo la lettura 364-6. È impossibile dire molto di più su questo argomento, vista la mancanza di informazioni più definitive dalle letture.
Importanti informazioni mancanti nelle letture fornirebbero dati sull’estensione e la forma di Atlantide in vari momenti del tempo. E ognuno di questi momenti dovrebbe essere collegato alle varie fasi della storia della civiltà atlantidea. Tutte queste cose diventeranno molto più chiare una volta che i documenti della storia di Atlantide saranno recuperati dai tre depositi di tali informazioni menzionati nelle letture.
Keith, M., 2001, “Evidence for a Plate Tectonics Debate“, Earth-Science Reviews, 55 pp. 235-336.
Fonte: nibiru2012.it & Archivi Privati
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