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Genocidio del ruanda

I dieci stadi del genocidio: memorizzateli bene perché ce li ritroveremo spesso da ora in avanti

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I dieci stadi del genocidio

La parola è più giovane del delitto che nomina. La coniò nel 1944 il giurista polacco Raphael Lemkin, ebreo scampato alla Shoah dove perse decine di parenti, saldando il greco génos al latino caedere. Quattro anni dopo le Nazioni Unite ne fecero il cuore della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio.

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L’articolo II descrive il delitto attraverso gli atti che lo compongono, dall’uccisione del gruppo alla sua distruzione per fame e stenti, e lo qualifica con il requisito che ne costituisce l’anima giuridica, l’intenzione di annientare in tutto o in parte una comunità nazionale, etnica, razziale o religiosa come tale. Quel dolus specialis separa lo sterminio dalla strage comune, e fa del genocidio il delitto dei delitti.

Stanton viene dopo, e da un altro versante. Antropologo e giurista, formato alla scuola strutturalista di Piaget e ai dilemmi morali di Kohlberg, portò lo sguardo dell’etnografo dentro il Novecento dei massacri. Studiò sul campo la Cambogia dei Khmer rossi e fondò Genocide Watch. Nel 1987, in una conferenza intitolata «Sciarpe azzurre e stelle gialle», isolò la prima sequenza dei processi che conducono allo sterminio. Erano otto in un promemoria scritto per il Dipartimento di Stato nel 1996, sono diventati dieci.

La sua scoperta sta in una formula sobria, il genocidio è prevedibile e non inevitabile. Procede per gradi che annunciano il successivo, e ciascun grado conosce un rimedio capace di arrestarlo. Stanton lo immagina come un termometro, che sale e scende con la temperatura morale di una società, e come una matrioska, con la classificazione racchiusa al centro e i processi che la avvolgono uno dentro l’altro. Il modello coglie questi stadi e grazie a questi è possibile sorprendere il delitto mentre si fa.

Applicare la sequenza alla Palestina prolunga proprio questa lettura. Il colonialismo d’insediamento obbedisce a quella che Patrick Wolfe ha chiamato la logica eliminatoria del colono, una logica che si installa nel tempo lungo e dura come una struttura. La Nakba del 1948 ne è l’atto inaugurale, lo spossessamento di settecentomila palestinesi che ancora attendono il ritorno sancito dalla risoluzione 194. Da allora la macchina ha mutato velocità senza arrestarsi. Quel che segue rilegge i dieci passaggi attraverso gli stermini che Stanton studiò, e attraverso la loro replica odierna a Gaza, mentre in Libano i primi gradini vengono già saliti.

La classificazione divide il mondo in noi e loro, e fonda tutto il resto. Carl Schmitt vi riconobbe l’atto politico per eccellenza, la distinzione tra amico e nemico da cui il sovrano trae la propria forma. La storia la mostra spesso imposta dall’esterno. In Ruanda furono gli amministratori belgi a irrigidire in due razze fisse, hutu e tutsi, ciò che prima della colonizzazione restava una differenza mobile di casta e di mestiere. Il Terzo Reich separò l’ariano dal giudeo prima ancora di marchiarlo, e l’impero ottomano, ordinando i sudditi per millet confessionali, ricavò da quella partizione la categoria del nemico armeno.

Nel caso israeliano la linea precede lo Stato. Il progetto d’insediamento separò fin dall’inizio il colono europeo che giungeva dall’arabo che abitava la terra, come si fa in ogni progetto coloniale, e mutò la separazione in un calcolo demografico che ancora governa la legge del ritorno per gli uni e la sua negazione per gli altri. Senza questa prima divisione nessuno dei passaggi seguenti potrebbe sostenersi. La classificazione, avvertiva Stanton, sta al centro della matrioska.

Alla classe astratta si dà poi un segno visibile, un nome o un marchio che la inchioda ai corpi. Il regime nazista cucì la stella gialla sui cappotti con il decreto del 1941, dopo aver imposto agli ebrei il secondo nome di Israele e Sara. Nelle colline ruandesi bastava la carta d’identità voluta dai belgi, con la voce «tutsi» stampata accanto al nome, a decidere in un istante chi vivesse e chi cadesse al posto di blocco. Stanton trasse il titolo della sua prima conferenza dalle sciarpe a quadri azzurri che i Khmer rossi imponevano ai deportati della Zona orientale, votati alla morte perché riconoscibili da quel solo colore.

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A Gaza il marchio si è condensato in una parola, Hamas, che è l’ultimo gradino, ogni movimento di resistenza, nella storia palestinese, è stato classificato come “terrorismo”, capace di coprire due milioni di persone e di mutarne ciascuna in bersaglio legittimo. Pronunciata quella parola, l’ospedale diventa una centrale di comando e la scuola deposito di armi, e la distinzione tra combattente e civile, cardine del diritto umanitario, si dissolve nella nominazione. Quel simbolo fabbrica il nemico che dice di descrivere.

Il terzo passaggio toglie i diritti con la forza della legge. La discriminazione si scrive nei codici e nelle consuetudini che escludono un gruppo dalla pienezza della cittadinanza. Le leggi di Norimberga del 1935 privarono gli ebrei tedeschi della cittadinanza del Reich e vietarono i matrimoni misti, traducendo il pregiudizio in diritto positivo. Il Sudafrica dell’apartheid governò per decenni con i lasciapassare e con la separazione dei luoghi, e da quel sistema il diritto internazionale ricavò una fattispecie autonoma, il crimine di apartheid, sancito dalla convenzione del 1973 e accolto nello Statuto di Roma.

La Palestina conosce questa condizione da prima della Convenzione che la vieta. La legge sugli assenti del 1950 trasformò la proprietà dei profughi in patrimonio dello Stato. Il regime dei permessi governa ancora i movimenti, e in Cisgiordania convivono due ordinamenti sullo stesso suolo, la legge civile per il colono e quella militare per l’occupato. Amnesty International e l’israeliana B’Tselem hanno qualificato questo assetto come apartheid, e nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegittima l’intera occupazione, intimandone la fine.

Il quarto passaggio è la chiave di tutti gli altri, perché toglie alla vittima la qualità di persona. La psicoanalisi vi riconosce la proiezione e il diniego, lo scarico sull’altro di ciò che si rifiuta in sé, e Albert Bandura vi ha descritto il disimpegno morale che autorizza l’uomo comune a uccidere senza colpa. Victor Klemperer, il filologo ebreo che annotò di nascosto la lingua del Terzo Reich, mostrò come le parole scavino le fosse prima delle fosse. L’apparato nazista chiamava l’ebreo parassita e bacillo, e travestiva lo sterminio da profilassi. La radio degli estremisti hutu, Mille Colline, ordinava di schiacciare gli inyenzi, gli scarafaggi, e di abbattere gli alberi alti, mentre i quadri ottomani derubricavano gli armeni a microbi pericolosi per il corpo della nazione.

A Gaza la disumanizzazione ha parlato dall’alto del governo. Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò l’assedio totale con una formula rimasta agli atti, «stiamo combattendo animali umani, e agiamo di conseguenza». Pochi giorni dopo il primo ministro Netanyahu evocò Amalek, il popolo che la Bibbia comanda di cancellare dalla memoria sotto il cielo, e il Sudafrica avrebbe addotto quella frase davanti alla Corte dell’Aja come indizio dell’intenzione. La stessa lingua, in questi giorni, si è voltata verso il Libano, dove un ministro promette il rogo dell’intero paese e mille madri arabe in lutto per una sola lacrima israeliana.

Lo sterminio esige un apparato. Nessuna folla uccide un popolo per intero. Hannah Arendt lo chiamò massacro amministrativo, e la sua immagine più nitida resta la conferenza di Wannsee del gennaio 1942, dove in poche ore alti funzionari coordinarono la “soluzione finale” come una pratica di logistica. In Ruanda l’organizzazione ebbe il volto delle milizie Interahamwe, addestrate e munite di machete, e quello delle liste di proscrizione compilate in anticipo. La Cambogia affidò la morte all’Angkar, l’organizzazione anonima, e alla rete dei suoi centri di tortura.

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A Gaza l’apparato è uno Stato compiuto, con il suo esercito e i suoi piani per svuotare il nord, mentre le ruspe radono interi quartieri e in Cisgiordania le milizie dei coloni completano il lavoro sotto la protezione dell’uniforme. In Libano lo stesso meccanismo possiede perfino una teoria con un nome, la dottrina Dahiyeh, formulata nel 2008 dal generale Eisenkot, che prescrive la distruzione sproporzionata dei rioni civili come strumento di dissuasione.

La polarizzazione spegne ogni dissenso. All’interno di un genocidio ciò che è più temuto sono proprio i moderati del proprio campo prima ancora dei nemici dichiarati. In Ruanda i primi a cadere, nell’aprile del 1994, furono gli hutu che predicavano la convivenza, a cominciare dalla prima ministra Agathe Uwilingiyimana, uccisa insieme ai caschi blu belgi che la proteggevano. La Germania del 1933 aveva aperto la propria strada con la Gleichschaltung, l’allineamento forzato che nel volgere di pochi mesi ridusse al silenzio la stampa e i partiti, e piegò i tribunali.

A Gaza e attorno a Gaza il bersaglio sono i testimoni. Il dissenso viene criminalizzato, e chi denuncia si vede affibbiare la complicità con il terrore anche all’interno di Israele con sanzioni penali e reclusioni. La stampa, intanto, è colpita a un ritmo che nessun conflitto recente aveva conosciuto, e il Comitato per la protezione dei giornalisti conta centinaia di reporter uccisi, molti con le loro famiglie, perché del massacro non resti immagine. L’occhio che non deve vedere viene chiuso a uno a uno.

La preparazione organizza il delitto e ne addomestica le parole. Il linguaggio dell’eufemismo accompagna ciascun genocidio. Gli ottomani chiamarono trasferimento, Tehcir, la deportazione del 1915 che spinse gli armeni nelle marce di morte verso il deserto di Deir ez-Zor. Il Reich parlò di reinsediamento a oriente mentre incolonnava gli ebrei verso i campi. In Ruanda la preparazione si misurò in machete importati a tonnellate e in elenchi di nomi pronti per il giorno stabilito.

A Gaza l’eufemismo si chiama emigrazione volontaria, oppure zona umanitaria, mentre quasi due milioni di persone vengono sospinte verso un sud che si restringe e il nord viene reso inabitabile perché il ritorno sia precluso. E poi l’Hasbara, nel 2026 700 milioni di dollari dedicati a creare disinformazione sul genocidio in atto e per screditare gli oppositori. In Libano la preparazione porta già una data, il 14 giugno, quando l’esercito ha ordinato in una sola volta lo sgombero di ventinove località del sud.

La persecuzione passa dalla parola al corpo. Le vittime vengono concentrate e affamate, e il diritto riconosce in questo l’atto di chi impone deliberatamente condizioni di vita calcolate per distruggere un gruppo. Il ghetto di Varsavia ridusse alla fame mezzo milione di persone prima dei treni. La Cambogia dei Khmer rossi uccise per lavoro coatto e per carestia indotta una parte enorme della propria popolazione, e in ciascun caso la morte lenta precede e accompagna quella rapida.

A Gaza l’assedio è diventato un metodo. Nell’agosto del 2025 l’IPC e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno confermato per la prima volta in Medio Oriente una carestia, con oltre seicentomila persone nella categoria della catastrofe alimentare. Gli ospedali sono ridotti a macerie e la popolazione è schiacciata in strisce di terra sempre più anguste. La fame viene amministrata come un’arma, e proprio per questo la Corte penale internazionale ha spiccato, nel novembre 2024, mandati d’arresto contro il primo ministro Netanyahu e l’allora ministro Gallant.

Lo sterminio è ciò che il giurista chiama genocidio, la distruzione intenzionale di un gruppo in tutto o in parte. La Shoah ne fu la forma industriale, con sei milioni di ebrei assassinati. Il massacro armeno costò circa un milione e mezzo di vite. La Cambogia ne perse quasi due milioni, e il Ruanda vide cadere fino a un milione di tutsi in cento giorni. La giurisprudenza ha precisato che l’intenzione si deduce dal disegno complessivo e dalle parole dei responsabili, come stabilirono il tribunale per il Ruanda nel caso Akayesu e quello per la ex Jugoslavia su Srebrenica.

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A Gaza lo sterminio si conta in decine di migliaia di morti (se non centinaia di migliaia) e in famiglie intere cancellate dai registri dell’anagrafe. Nel settembre del 2025 una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele sta commettendo un genocidio, riconoscendo quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione e desumendo l’intenzione dalle dichiarazioni stesse dei ministri. Amnesty International era giunta alla medesima qualifica un anno prima, e il ricorso del Sudafrica resta aperto davanti alla Corte dell’Aja, che già nel gennaio 2024 aveva ravvisato un rischio plausibile di genocidio.

La negazione è il decimo passaggio, e il solo che sopravvive al massacro. Stanton la definì la prosecuzione del genocidio con altri mezzi, perché toglie ai morti perfino la memoria e prepara il delitto seguente con l’impunità. La Turchia nega da oltre un secolo il massacro armeno, e ne ha fatto una ragione di Stato. I responsabili nazisti tentarono di cancellare le prove con l’Aktion 1005, dissotterrando e dando alle fiamme i cadaveri delle fosse comuni, e la Serbia contesta ancora la qualifica di genocidio per Srebrenica, malgrado le sentenze.

A Gaza la negazione opera in tempo reale. Viviamo nell’epoca dell’istante. La colpa viene ribaltata sulle vittime con la formula degli scudi umani. Le agenzie dell’ONU e l’UNRWA vengono accusate e tagliate fuori. La Corte penale è respinta come tribunale ostile, e l’accusa di antisemitismo diventa l’arma per mettere a tacere chi denuncia. Intanto si distruggono gli archivi e si eliminano i testimoni che potrebbero provare il delitto. La negazione prolunga lo sterminio e lo autorizza a ripetersi.

Resta l’ossessione che Stanton non smette di ripetere, e cioè, che il diritto va mutato in obbligo. Gli stadi non sono un destino. La Convenzione del 1948 carica gli Stati di un dovere preciso, prevenire il genocidio prima che si compia, e la Corte dell’Aja, nel 2024, ne ha richiamato la portata di fronte a Gaza. A ciascun passaggio corrisponde un gesto capace di arrestarlo, e il primo è anche il più temuto, chiamare le cose con il loro nome. La negazione punta a rovesciare la vergogna, a spostarla dalla cosa alla parola che la nomina. Primo Levi ce lo aveva detto con la sobrietà di chi ha visto accadere un genocidio fuori e dentro di sé, è accaduto, dunque può accadere di nuovo. Accade adesso a Gaza, e in Libano i primi gradini sono già saliti. Conoscere la scala serve a togliere per sempre l’alibi di chi dirà che non sapeva.

Lavinia Marchetti

Fonte: Laviniamarchetti.substack.com

Riferimenti e note finali

Il modello dei dieci stadi è di Gregory H. Stanton, Genocide Watch (conferenza «Blue Scarves and Yellow Stars», 1987; promemoria al Dipartimento di Stato, 1996; ampliamento a dieci stadi, 2012). La definizione giuridica viene dalla Convenzione ONU sul genocidio del 1948, art. II, e dalla nozione coniata da Raphael Lemkin nel 1944. I riferimenti storici, dalle leggi di Norimberga (1935) alla conferenza di Wannsee (1942), dal Tehcir armeno (1915) alle milizie Interahamwe e a Radio Mille Colline (Ruanda, 1994), seguono la storiografia consolidata; le qualifiche di Akayesu (ICTR, 1998) e di Srebrenica (ICTY e CIG, 2007) sono di fonte processuale. Per Gaza: Yoav Gallant (9 ottobre 2023, Middle East Eye e Times of Israel), il riferimento ad Amalek nel ricorso del Sudafrica alla CIG, i mandati della Corte penale internazionale (21 novembre 2024), la carestia confermata da IPC e OMS (agosto 2025), la Commissione d’inchiesta dell’ONU (settembre 2025) e Amnesty International (dicembre 2024). Per il Libano, le dichiarazioni dei ministri israeliani e gli ordini di sgombero del 14 giugno 2026. L’inquadramento biopolitico e d’insediamento è quello del mio «Schegge da un genocidio» (Marco Saya Edizioni, 2025), in dialogo con Lemkin, Arendt, Foucault, Agamben e Wolfe.

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