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Seriamente, chi crede ancora alle teorie complottiste su “Trump contro Bibi”?

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Chi crede ancora alle teorie complottiste su “Trump contro Bibi”?

In politica, le parole non contano. Contano solo i risultati. Non c’è disaccordo tra americani e israeliani finché le bombe americane continuano a cadere sui bambini arabi.

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All’alba di venerdì 19 giugno, i caccia sorvolavano già il sud del Libano. All’alba, il Ministero della Salute libanese contava quasi cinquanta morti e circa un centinaio di feriti a Tiro, Nabatieh e Kfar Tebnit, villaggi i cui nomi non creeranno mai difficoltà di pronuncia ai conduttori americani.

L’esercito israeliano ha annunciato una campagna su larga scala contro quelle che ha definito “infrastrutture di Hezbollah”, prendendo di mira oltre centocinquanta obiettivi in una sola notte, presentata come una risposta a presunte violazioni del cessate il fuoco. Ben-Gvir, quel delinquente condannato che ordina ai propri soldati di trasmettere in diretta sul suo computer personale le torture e le aggressioni inflitte alle vittime palestinesi e che dirige la polizia del Paese trasformandola in una distopia fascista di depravazione, ha pubblicato un messaggio in cui afferma che il Libano deve essere completamente ridotto in cenere. Smotrich, che ha trascorso due anni presentandosi come ministro delle Finanze della carestiaha esigito che le porte dell’inferno fossero aperte

È la mattina del giorno in cui ci è stato chiesto, ancora una volta, di stupirci di fronte alla presunta “rottura” tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

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La stampa americana, che io chiamo i “media di Stato delle grandi aziende”, quei docili stenografi che hanno da tempo rinunciato alle prerogative del giornalismo in cambio del comfort di un trattamento di favore, ci ha proposto l’ultimo episodio della telenovela. Trump era turbato. Trump era furioso.

Trump ha urlato al telefono. In un podcast,  lo stesso presidente ha raccontato di una telefonata burrascosa durante la quale avrebbe chiesto a Netanyahu se avesse perso la testa nel prolungare la guerra in Libano, avrebbe ricordato al primo ministro che senza la protezione americana Israele semplicemente non esisterebbe, e avrebbe lasciato che la notizia trapelasse come al solito, verso una stampa desiderosa di trasformare una disputa commerciale in un dramma morale. Il vicepresidente, J. D. Vance, ha fatto il giro dei programmi televisivi domenicali per mostrare la sua delusione studiata a tavolino, la sua preoccupazione con le sopracciglia aggrottate per un alleato in difficoltà che, secondo le sue stesse parole, ha bisogno di «svegliarsi!»

Poi, dopo aver pronunciato queste repliche, lo stesso Vance si è presentato al podio della sala stampa James Brady e, in un impeto di involontaria franchezzaha smontato l’intera messinscena. Nel concludere la sua conferenza stampa sul nuovo protocollo d’intesa con l’Iran, ha avvertito i detrattori israeliani dell’accordo che Trump rimane l’unico leader straniero ancora favorevole alla loro causa, che gli Stati Uniti sono l’ultimo potente protettore di cui dispone Israele e che, per inciso

Ecco, in una frase, lo spettacolo nella sua essenza. Le bombe cadute su Tiro alle quattro del mattino erano americane. Le bombe non guidate da una tonnellata che hanno raso al suolo interi edifici a Dahiyeh erano americane. Le bombe anti-bunker che hanno perforato le lastre di cemento nella periferia sud di Beirut erano americane. Gli F-35 che le hanno sganciate, i kit di guida che le hanno orientate, i dati di puntamento che le hanno selezionate: tutto questo era americano. E i morti, ovviamente, sono libanesi.

Non vi è alcuna divergenza tra un re e il suo intendente.

Ci viene chiesto di credere che lo Stato più dipendente dal punto di vista militare di tutto il pianeta, un paese la cui aviazione militare vola con aerei americani e il cui Tesoro pubblico dipende dai sussidi statunitensi, stia conducendo una campagna di distruzione a livello regionale, in spregio ai desideri espliciti del suo unico protettore.

Vediamo cosa hanno fatto i contabili imperiali mentre i cortigiani recitavano la loro pantomima delle coscienze. A gennaio, prima ancora che la guerra contro l’Iran avesse inizio, l’amministrazione Trump ha dato il via libera a circa sette miliardi di dollari di nuovi trasferimenti di armi verso Israele, ai quali si aggiungevano, per buona misura, altri nove miliardi in missili Patriot destinati ai sauditi. Alla fine di aprile, nel corso di un’operazione logistica condotta in 24 ore, il Pentagono ha consegnato circa 6.500 tonnellate di munizioni e attrezzature a Israele via mare e via aerea, una processione di camion, bombe e ancora camion per trasportare quelle bombe.

Il 2 maggio, mentre le telecamere riprendevano le telefonate rabbiose e gli attacchi di isteria su  Truth Social, l’amministrazione Trump ha discretamente sospeso la consueta procedura di esame da parte del Congresso al fine di accelerare la consegna di quasi nove miliardi di dollari in missili di difesa aerea e sistemi di guida laser a Israele e alle monarchie del Golfo. Durante la guerra non si è mai smesso di firmare assegni. Anzi, il ritmo si è accelerato.

Non si tratta di una relazione in crisi. È al suo apice. Il flusso di munizioni è aumentato sotto Trump, non è diminuito. Le finzioni umanitarie di facciata che l’amministrazione Biden a volte fingeva di far rispettare sono state ufficialmente abbandonate. I bulldozer che radono al suolo le case palestinesi a Tulkarm arrivano ormai con la benedizione ufficiale di una Casa Bianca che ha deciso di non fingere più.

Quando i responsabili statunitensi si torcono le mani in pubblico di fronte a un Netanyahu fuori controllo, ci dicono, in un raro momento di onestà teatrale, che hanno scelto di finanziare il massacro pur negando di esserne gli autori. Il dito puntato funge da alibi. L’accordo siglato è la politica.

Il melodramma “Trump contro Netanyahu” non ha lo scopo di frenare Israele. Serve solo a gestire l’opinione pubblica occidentale. Gli spettatori che, altrimenti, potrebbero scandalizzarsi alla vista di madri che dissotterrano i propri figli dalle macerie di cemento frantumato, vengono così placati dall’idea che qualcuno, da qualche parte a Washington, sia arrabbiato a loro nome. Le dichiarazioni volgari rese pubbliche e i briefing ufficiosi fanno credere che ci sia un conflitto tra un sovrano imperiale scettico e il suo cliente disobbediente, e queste apparenze danno i loro frutti. Le bombe continuano a cadere. I cadaveri si accumulano. Ma la coscienza dell’impero è stata placata, mentre i valori morali della classe consumistica sono stati preservati.

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Il rituale più antico del potere consiste nel mettere in scena il rimorso senza provarlo. Il Senato romano poteva piangere la distruzione di Cartagine proprio mentre si spargeva sale sui suoi campi. Il Parlamento britannico poteva adottare risoluzioni umanitarie durante la carestia del Bengala, mentre le navi cariche di cereali facevano rotta verso l’Europa. Queste stesse pratiche sono oggi messe in atto da una classe di «professionisti del rammarico» che invadono i nostri canali di informazione continua e ricoprono incarichi di sottosegretari aggiunti a Foggy Bottom [quartiere di Washington]. Sono profondamente dispiaciuti di non poter, in tutta coscienza, smettere di portare avanti la loro opera.

Ci viene quindi chiesto di credere all’incredibile. Ci viene chiesto di pensare che lo Stato più dipendente dal punto di vista militare del pianeta, un paese la cui aviazione militare pilota caccia americani e il cui Tesoro pubblico dipende dai sussidi statunitensi, stia conducendo una campagna di distruzione regionale in spregio alle esplicite richieste del suo unico protettore. Ci viene chiesto di credere che le volontà dell’impero rimangano lettera morta perché Bibi (quanto odio questo nome da orsacchiotto) si rifiuta di rispondere al telefono. Ci viene chiesto di prendere atto del flusso evidente di nove miliardi di dollari di forniture supplementari di munizioni e di concluderne che la rottura è ormai consumata.

La credulità necessaria per abboccare a questo gioco di prestigio è sbalorditiva. Eppure funziona, settimana dopo settimana, su chi si ritiene ben informato. Funziona perché l’alternativa è insopportabile. Riconoscere che questa carneficina non è un malfunzionamento della politica americana, ma piuttosto la sua attuazione riuscita, equivale a riconoscere ciò che le nostre stesse tasse hanno finanziato.

In quegli angoli di Internet che si vantano di essere dissidenti, si è affermata una narrativa diversa. I portavoce della frangia anti-imperialista hanno dichiarato che l’Iran ha vinto, che Netanyahu è stato messo da parte, che il protocollo d’intesa firmato questa settimana rappresenta un’umiliazione per il progetto sionista e l’alba di un’era multipolare.

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Anche se avrei tanto voluto che fosse vero, anche in questo caso ci troviamo di fronte a una messa in scena, destinata a un pubblico diverso.

Il protocollo d’intesa che ha “posto fine” alla guerra rinvia tutte le questioni di fondo, offrendo però, nell’immediato, l’unica cosa che conta davvero per il capitale mondiale: la riapertura dello stretto di Ormuz. Israele ha annunciato che, indipendentemente da ciò che hanno firmato gli americani, le sue truppe rimarranno nel Libano meridionale e che non si considera vincolato da alcuna cessazione delle ostilità che coinvolga Hezbollah. L’esercito israeliano sta occupando il territorio libanese proprio in questo momento. Le bombe stanno cadendo proprio in questo momento. I ministri di estrema destra stanno incitando a dare fuoco a un intero Paese proprio in questo momento.

Se è questa la vittoria, viene da rabbrividire al solo pensiero della sconfitta.

La tesi secondo cui “l’Iran ha vinto” è il pendant dialettico di quella della “rottura tra Trump e Netanyahu”. Entrambe servono a occultare la stessa cruda realtà, ovvero che la macchina imperialista ha esteso la propria guerra, ucciso un capo di Stato, devastato una regione e ottenuto una tregua di sessanta giorni che può rompere quando meglio crede. I media indipendenti che diffondono la narrazione della vittoria offrono ai propri lettori un analgesico confortante, lo stesso che somministrano per evocare il mondo multipolare anti-imperialista che Russia e Cina starebbero costruendo, un mondo che non esiste. I media mainstream offrono ai propri spettatori una formula diversa della stessa droga: l’analgesico della telefonata rabbiosa, delle parole volgari rese pubbliche, delle sopracciglia aggrottate del vicepresidente. Questi due narcotici sono destinati alla stessa patologia: l’incapacità di affrontare ciò che viene fatto a nostro nome e con i nostri soldi.

I politici e i giornalisti ci racconteranno molte storie su questi eventi, ma l’unica cosa che conta è sapere chi detiene le armi e chi ne paga le conseguenze. Il resto è solo teatro.

Mentre in Libano si contano i cadaveri, la classe politica del cosiddetto Sud globale ha scelto di dedicarsi alla propria elaborata messinscena fatta di assenze. Il presidente e il ministro degli Affari esteri iraniani hanno lanciato, più volte e pubblicamente, un appello al blocco dei BRICS, di cui l’Iran è membro dal 2024, affinché rompa il silenzio sulla guerra condotta contro di esso. Il blocco, composto da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e dai nuovi membri provenienti dal Golfo, non ha battuto ciglio.

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Un raggruppamento di Stati che si presenta come l’alternativa all’egemonia statunitense è incapace, mentre uno dei suoi membri permanenti viene bombardato e il suo capo di Stato viene assassinato, di rilasciare un comunicato stampa.  Due riunioni consecutive dei BRICS tenutesi in India questa primavera non hanno permesso di raggiungere un consenso sulla formulazione da utilizzare per designare gli aggressori. L’Iran ha chiesto una condanna. Gli Emirati, le cui basi aeree sono utilizzate dagli aerei rifornitori statunitensi, l’hanno respinta. L’India, che detiene la presidenza, ha preferito mantenere il silenzio.

Il motivo di questa paralisi non è un mistero per nessuno. L’India, nella persona del primo ministro Modi, ha recentemente elevato le relazioni del proprio Paese con Israele al rango di quello che Nuova Delhi definisce un  “partenariato strategico speciale”, si è recata a Gerusalemme pochi giorni prima dell’inizio della guerra, ha abbracciato Netanyahu alla Knesset, per poi consegnare l’Iran nelle grinfie del nemico con tutto il calore di un Cesare che consegna un capo sconfitto. Gli Emirati si sono rifiutati di permettere al blocco di denunciare ciò che era stato appena inflitto al suo nuovissimo membro. Il tanto decantato ordine multipolare si è rivelato, proprio nel momento critico, nient’altro che un forum cortese destinato a gestire alcune contraddizioni, e non un contrappeso alla violenza americana.

Il ruolo di mediatore è infine toccato al Pakistan. I paesi del BRICS si sono distinti per la loro assenza.

Questa è la verità che i romantici della multipolarità non riescono a sopportare di affrontare. Il capitale non tiene conto dei discorsi dei presidenti. I flussi commerciali, di armi e di energia legano i grandi Stati del Sud al centro imperiale molto più strettamente di quanto la retorica della solidarietà li leghi tra loro. Lula può pronunciare bei discorsi su Gaza. Putin può definire la guerra illegale. Nessuno di loro ha imposto sanzioni né interrotto una fornitura allo Stato che occupa la Palestina e il Libano. Il blocco che avrebbe dovuto inaugurare un nuovo ordine mondiale non è riuscito a trovare la coesione necessaria per difendere uno dei propri membri dall’annientamento, e questa realtà, più di qualsiasi comunicato, suona la campana a morto per il progetto così come è attualmente costituito.

I politici e i giornalisti ci racconteranno molte storie su questi eventi, ma l’unica cosa che conta è sapere chi detiene le armi e chi ne paga le conseguenze. Il resto è solo teatro.

Questo è il rigore che richiede un bilancio onesto della situazione attuale. La messa in scena è impressionante. È onnipresente. Comprende registrazioni telefoniche rese pubbliche, foto di vertici, comunicati ministeriali, confessioni nei podcast, sondaggi d’opinione che valutano se gli israeliani ritengano di aver vinto la guerra, articoli di opinione che discutono se Trump stia finalmente voltando le spalle a  Bibi, e discussioni online di analisti capaci di recitare a memoria tutte le formazioni politiche della Knesset ma incapaci di decidersi a contare i morti a Nabatieh.

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L’artiglieria è l’artiglieria. È americana. Viene spedita da Dover e Norfolk, e dalla riserva strategica situata proprio in Israele, quella che Washington mantiene sul suolo israeliano fin dagli anni ’80 proprio a questo scopo. Arriva nelle stive delle navi mercantili ad Ashdod e Haifa, seimila tonnellate al giorno, centoventicinquemila tonnellate al mese, per poi essere caricata su camion e a bordo di aerei che la sganciano sui villaggi del sud del Libano, sui campi profughi della Cisgiordania e sui campi di macerie di Gaza, dove uccide bambini i cui nomi non saranno mai pronunciati sulla CNN.

Il Ministero della Salute libanese stima che il numero dei morti causati dai bombardamenti israeliani dal mese di marzo sia ben superiore a tremilacinquecento, con oltre undicimila feriti. È una cifra che non sentirete mai sui canali di informazione continua, ossessionati dall’ultima crisi di follia di Trump. Aggiungetevi i morti di Gaza, che da tempo sono diventati una realtà statistica in cui l’aritmetica dei valori morali non regge più. Aggiungetevi i palestinesi uccisi a Jenin, Nablus e Tulkarm da soldati armati di fucili americani carichi di munizioni americane. Aggiungetevi gli yemeniti. I siriani. Gli iraniani. L’architettura del massacro è bipartita, multipolare, generosamente finanziata e straordinariamente efficace.

È il pubblico a costituire il vero scandalo. Quel pubblico che assiste allo spettacolo e piange di fronte ai lamenti simulati del principe, mentre il suo esercito massacra nella valle vicina. Quel pubblico, condizionato da decenni di spettacolo imperiale, al punto da confondere l’apparenza della dissidenza con l’opposizione al potere. Quel pubblico che preferisce una finzione rassicurante fatta di moderazione a un’autentica presa di coscienza della propria complicità.

Noi siamo quel pubblico. I biglietti sono stati pagati con il sangue altrui. Gli applausi non ci sono ancora costati nulla.

Hannah Arendt aveva avvertito che i grandi mali del XX secolo non sono stati commessi da mostri, ma da individui che hanno rinunciato al proprio spirito critico, che hanno sottomesso il proprio giudizio all’autorità e la propria coscienza alla procedura. Gli Eichmann della nostra epoca indossano abiti eleganti e si esprimono con il tono dei podcast pubblici. Spiegano che la situazione è complessa. Fanno notare che il primo ministro è «difficile». Osservano che il presidente «fa quello che può». E sono «davvero dispiaciuti per quei bambini».

Le bombe cadono. Le fabbriche lavorano senza sosta per ricostituire le scorte. Il presidente risponde a un’altra telefonata. I BRICS pubblicano un nuovo comunicato in cui segnalano divergenze di opinione. I media indipendenti celebrano una nuova vittoria della resistenza. I media mainstream riportano una nuova frattura all’interno dell’alleanza.

E negli obitori di Tiro e Nabatieh, i morti sono allineati in lunghe file, e a loro non importa nulla di tutta questa messinscena, perché le bombe che li hanno uccisi erano ben reali.

 BettBeat Media

Fonte: substack.com/@bettbeat

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