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Ecco come hanno svenduto l’Italia e negarsi dell’opportunità di saperlo sarà la fine definitiva

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Ecco come hanno svenduto l’Italia 

Dal 1992, l’Italia ha compiuto il più vasto processo di privatizzazioni nella storia del mondo. Soltanto il Giappone supera i ricavi ottenuti, ma essi sono stati frutto di poche operazioni in condizioni favorevoli negli anni ’80.

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L’ampiezza, la profondità, l’intensità della vendita di industrie e asset pubblici in Italia non hanno pari.

Il totale ammonta a 152 miliardi di euro, largamente sottostimati rispetto al valore reale di quelle aziende, spesso vendute a prezzo di sconto a imprenditori che hanno dilapidato veri e propri gioielli industriali.

Tutto questo è stato fatto per accordarsi alle regole dell’Unione Europea ed entrare nella moneta unica.

Oggi, questo Eurosuicidio lo stiamo pagando con un’assenza di politica industriale, di autonomia geostrategica, di irrilevanza geopolitica.

E’ ora di riprendere il controllo di snodi fondamentali dell’economia, di compiere una vera e propria rivoluzione culturale.

Negli anni Ottanta, in un momento di difficoltà dell’Iri, si era scelto di privatizzare alcune aziende e procedere con iniezioni di capitali per migliorare i conti. C’erano state le vendite parziali nel settore delle telecomunicazioni (Sirti e Stet), la vendita di Alfa Romeo, di una quota di Alitalia, Enimont, Crediop e della Banca Commerciale Italiana. Ma le privatizzazioni non venivano viste come la soluzione ordinaria alle necessità gestionali delle partecipazioni statali.

Nel 1992 ci fu la svolta: il nuovo clima culturale europeo imponeva una modifica senza ambiguità dell’approccio italiano all’industria di Stato. La prospettiva dell’entrata nell’euro richiedeva una grande dismissione. La promulgazione della legge 359/1992 segna l’avvento di una delle più grandi stagioni di privatizzazioni che il mondo abbia mai osservato: si imponeva la trasformazione in società per azioni dei conglomerati pubblici, a cui doveva seguire un drastico progetto di vendite nel settore bancario e assicurativo.

Diverse banche strategiche (tra cui Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, Bnl, Banca di Roma, Mps, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Imi) e l’Ina furono privatizzate, in gran parte mediante quotazione sulla Borsa di Milano. L’Iri disinvestì tutte le sue partecipazioni nel settore alimentare e riavviò la privatizzazione della Stet. Si quotò Eni e si vendettero le prime quote. Ci fu la vendita di quote di Ilva, del 100 per cento di Nuovo Pignone e di Acciai Speciali Terni. Tra il 1996 e il 2000, il processo di privatizzazione raggiunse il picco: progredì la privatizzazione di Eni, con una sequenza di tre offerte pubbliche di vendite, si fusero Stet e Telecom Italia per privatizzare la newco, riprese la privatizzazione del settore dei trasporti, furono vendute ulteriori partecipazioni bancarie e assicurative nella Banca di Roma, nell’Istituto Mobiliare Italiano, in Bnl, in Mps, in Ina.

Ai sensi delle nuove liberalizzazioni del settore elettrico, il monopolio di Stato dovette ridurre la sua quota di mercato a un livello inferiore al 50 per cento. L’Enel realizzò lo spin-off di tre generatori che furono in parte comprati da tre delle più grandi società elettriche europee: Electricité de France (edf), Endesa, e Electrabel. Nel 2003, il Mef trasferì a Cassa Depositi e Prestiti , trasformata intanto in S.p.A., quote significative di Eni, Enel, Poste Italiane e Stmicroelectronics, per poi collocare il 30 per cento del capitale di cdp a un consorzio di 66 fondazioni bancarie. Poi ci furono operazioni di secondo livello, cioè dismissioni promosse da società partecipate dal mef: l’OPV del 9,5 per cento di Snam, l’Ipo

di Terna. Ci fu anche la terza tranche di collocamento di Enel, un’altra vendita di una parte di Terna da parte di Enel e poi la quarta tranche di Enel, per un altro 9,3 per cento. La stessa Enel vendette la controllata Wind al gruppo egiziano Weather Investments.

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Come ha riportato la Corte dei Conti nel 2010, la conseguenza di questo immenso, profondo, pervasivo e sbrigativo processo di vendita fu che «a fronte di un peso del 18 per cento nel 1991, il contributo al pil delle imprese partecipate dall’amministrazione centrale è oggi pari al 4,7 percento»

Il capitalismo italiano preferì spesso accaparrarsi, magari a debito, pezzi dell’industria di Stato piuttosto che investire in nuovi progetti industriali. Poco dopo, infatti, queste stesse aziende potevano essere rivendute generando facili plusvalenze. Il capitalismo privato si dimostrò spesso più pigro, autoreferenziale e avido rispetto a come aveva agito lo Stato italiano in decenni di industria pubblica. La lungimiranza, il prendere in considerazione aspetti diversi da quelli immediatamente finanziari e una logica non retorica di interesse nazionale avevano portato a ottime performance aziendali per diversi decenni e indipendenza strategica in molti settori.

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Al contrario della vulgata dominante, infatti, l’intervento dello Stato aveva costituito uno dei motori fondamentali per lo sviluppo economico italiano. Nel 1982 l’iri produceva da solo il 3,6 per cento del Pil italiano (il 5 per cento includendo i rapporti indiretti), esportava il 20 per cento della sua produzione, il doppio rispetto alle imprese private negli stessi settori, mostrava una maggiore produttività del lavoro, era più capital-intensive e maggiormente presente nei settori ad alta tecnologia.

Inoltre, nel 1986, occupava mezzo milione di lavoratori e rappresentava il 15 per cento della spesa totale italiana in ricerca e sviluppo 21. Ancora nel 1992, l’Iri era il decimo gruppo industriale al mondo in termini di vendite e il terzo in Europa. Era il quarto gruppo al mondo per asset posseduti e il primo in Europa; il quinto datore di lavoro nel settore manifatturiero e il terzo in Europa22. Era cioè una delle più grandi aziende al mondo.

Tutto ciò fu attuato per assolvere proprio a quei compiti che i trattati europei ci richiedevano e a cui la nostra classe dirigente si adeguò con lo spirito bastonato degli scolaretti rimproverati dalle maestre severe.

L’adesione alle regole europee ha così impresso una svolta radicale all’economia italiana. Il nostro paese si è posto in un’attesa millenaristica verso i nuovi dogmi che provenivano dagli ambienti di Bruxelles, nella presunzione – ideologica in quanto mai verificata – che il mercato fosse strutturalmente più efficiente dello Stato.

Il nostro declino non è perciò un effetto collaterale dell’UE. È un suo prodotto. È proprio perché si è adeguata ai suoi dettami, con il conformismo cieco della nostra classe politica, che l’Italia ha messo in atto un’efficacissima strategia per la propria marginalizzazione. Ed è forse arrivato il momento di prenderne una nuova e più radicale consapevolezza, proprio quando questa stessa Unione pretende oggi di assumere – senza una modifica sostanziale alla sua impostazione – nuovi poteri nei mutati scenari internazionali. Per l’Italia, assecondare queste tendenze vorrebbe dire non solo non voler imparare dai propri errori, ignorando del tutto l’esperienza storica, ma anche prediligere una forma un po’ perversa di masochismo politico.

Gabriele Guzzi

Fonte: Eurosuicidio & Deepweb

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