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La realtà è diventata un supermercato e noi siamo la merce

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La realtà è diventata un supermercato

Il mondo è sommerso dalle informazioni. Le crisi si susseguono senza lasciarci il tempo di comprenderle, e gli algoritmi filtrano silenziosamente la nostra percezione. È in atto una profonda trasformazione: non condividiamo più esattamente la stessa realtà.

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Non si tratta qui di una semplice denuncia contro le «fake news». Internet non ha solo accelerato la diffusione delle informazioni; ha industrializzato il nostro accesso al mondo, frammentato le percezioni e minato l’esistenza stessa di una realtà condivisa.

Quando ognuno vive nel proprio universo informativo, il disaccordo non riguarda più solo le opinioni, ma i fatti stessi. E senza fatti condivisibili, il dialogo diventa progressivamente impossibile, anche tra persone in buona fede.

La realtà è diventata un supermercato. Grazie all’intelligenza artificiale, questo supermercato non si limita più a vendere versioni della realtà: le produce su misura, in serie. Ogni corsia costituisce un universo, ogni espositore una verità, e il cliente spesso non si rende conto che non fa più la spesa nello stesso negozio del suo vicino.

Internet non possiede né virtù né vizi propri. Non è né una moda passeggera, né un semplice strumento. È diventato l’infrastruttura stessa della nostra percezione, la condizione strutturale del nostro rapporto con il mondo. Non è più un aspetto del digitale: è il suo stato normale, quasi invisibile proprio perché ovvio.

A questo punto, la questione non è più quella di soppesare pro e contro. Si tratta piuttosto di capire cosa abbia comportato per il nostro accesso al reale: lo ha industrializzato. Il reale esiste ancora, ma il nostro accesso ad esso è ormai mediato, filtrato, ricostruito come un prodotto sugli scaffali di un mercato delle percezioni.

Un tempo, le narrazioni venivano messe alla prova del tempo e dell’esperienza collettiva. Oggi, si seleziona la versione della realtà che ottiene i migliori risultati nell’economia dell’attenzione. Non sono più solo gli spot pubblicitari a essere testati, ma le narrazioni stesse.

La realtà non è più ciò che scopriamo con uno sforzo: è ciò che ci viene proposto, confezionato, ottimizzato. Questo sistema non è un caso tecnico; è un modello economico ben rodato.

L’attenzione è la materia prima. Le piattaforme sono le fabbriche. La realtà è il prodotto finito.

Ma il problema non è solo la manipolazione o la disinformazione. Una società può sopravvivere alla menzogna. È molto più difficile per essa sopravvivere alla progressiva scomparsa di un mondo condiviso. Ciò che cambia non è solo il nostro accesso alle informazioni. È il nostro stesso modo di abitare il mondo.

Un tempo, un cittadino sfogliava due quotidiani al giorno, ascoltava la radio e guardava il telegiornale. Le notizie erano scarse, quindi preziose. Erano anche lente: tempi di stampa, di diffusione, di commento, di riflessione. Questo ritmo imponeva quasi naturalmente una gerarchia, una selezione e una durata – tre condizioni essenziali per la mente umana.

Oggi, un’ora trascorsa a scorrere i feed ci espone a tanti eventi quanti ne capitavano un tempo in un mese intero. Ogni notizia balza all’occhio, cattura per un istante lo sguardo, poi svanisce, sommersa da quella successiva, senza lasciare il tempo di sedimentarsi.

La mente umana ha bisogno di tempo per dare un senso alle cose, per distinguere ciò che è importante da ciò che è secondario, per trasformare le informazioni in conoscenza. Queste condizioni sono state profondamente compromesse.

Il problema non è solo ciò che vediamo. Il problema è questo: non smettiamo mai più di vedere. Un tempo c’erano dei momenti di pausa, dei momenti di silenzio, dei periodi di elaborazione mentale in cui gli eventi potevano depositarsi nella memoria. Una coscienza costantemente saturata finisce per perdere la sua capacità di sedimentazione.

Il risultato non è una migliore comprensione del mondo, ma una crescente incapacità di dare un senso alle cose. Ciò che circola viene visto, a volte condiviso sotto l’impulso dell’emozione, raramente analizzato in profondità, per poi essere spazzato via dall’ondata successiva.

Questa abbondanza non arricchisce: disorienta. Trasforma il nostro rapporto con il tempo, con la memoria collettiva e con la verità stessa. Ciò che non lascia una traccia duratura nella mente non contribuisce più a formare una visione coerente del mondo.

Prima dell’era digitale, l’informazione circolava in modo relativamente centralizzato. Le testate serie erano poche e quindi soggette al controllo reciproco dei propri concorrenti. Mentire deliberatamente o in modo grossolano spesso si rivelava controproducente per loro nel lungo periodo.

Assumevano giornalisti, revisori e verificatori. Questi filtri, per quanto imperfetti e talvolta di parte, svolgevano comunque un ruolo fondamentale: introducevano criteri, requisiti minimi e un senso di responsabilità.

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Oggi il web è un gigantesco laboratorio in cui la realtà è sottoposta a continui test di coinvolgimento. Le piattaforme non si limitano più a diffondere contenuti: ottimizzano le narrazioni proprio come si ottimizza una confezione. Un titolo? Se ne testano diverse versioni. Un’immagine? Se ne propongono diverse varianti per massimizzare il coinvolgimento.

La realtà non viene più documentata; viene adattata in tempo reale per corrispondere meglio alle aspettative misurate di ogni segmento di pubblico. Nessun attore ha bisogno di orchestrare consapevolmente questa frammentazione. Essa emerge naturalmente da un sistema concepito per massimizzare l’attenzione, la fidelizzazione e il coinvolgimento.

Persino le piattaforme non controllano più completamente gli effetti che producono. Il sistema segue una propria logica di ottimizzazione.

Tutte le affermazioni coesistono senza una gerarchia evidente. Competenza, approssimazione, interpretazione e pura invenzione circolano nello stesso spazio, nelle stesse forme. Il problema non è l’esistenza di contenuti di scarsa qualità, ma la loro indistinguibilità.

In un contesto sovraccarico di informazioni, ciò che non può essere valutato rapidamente viene accettato o respinto in base a criteri semplificati: familiarità con la fonte, coerenza con le proprie convinzioni, affinità emotiva con l’autore.

L’intelligenza artificiale non riproduce più la realtà: la simula su larga scala, a un costo quasi nullo. Quella che un tempo era la prova definitiva – «l’ho visto con i miei occhi» – sta progressivamente perdendo valore. Il confine tra documentazione e finzione si sta assottigliando, non per una scomparsa improvvisa, ma per un’erosione accelerata.

Il pericolo non sta quindi solo nel fatto che alcuni credano a cose false, ma nel fatto che non ci siano più abbastanza fatti condivisi per appianare i disaccordi.

La pubblicità non si limita più a soddisfare un bisogno: plasma i desideri grazie al targeting comportamentale. Ogni utente riceve una serie di offerte e informazioni su misura per il proprio profilo digitale – il che sembra pratico, ma lo rinchiude progressivamente in uno spazio sempre più ristretto.

I motori di ricerca e i social network fanno lo stesso. Non offrono risposte neutre, ma risultati in linea con le presunte convinzioni dell’utente. Ciò che conferma le convinzioni attira l’attenzione. Ciò che le contraddice richiede uno sforzo cognitivo che l’ambiente non ricompensa.

Poiché l’attenzione è una risorsa scarsa, il sistema tende naturalmente a ottimizzarsi per favorire la ritenzione. A poco a poco, il flusso di informazioni diventa uno specchio. Non cerchiamo più il mondo nella sua complessità: ritroviamo ciò che ci assomiglia.

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La nostra visione della realtà si sta restringendo. Confondiamo ciò che vediamo (il nostro flusso personalizzato) con ciò che esiste realmente. La gerarchia della visibilità finisce così per diventare una gerarchia della verità. Ciò che è costantemente visibile acquista una forma di realtà sociale. Ciò che scompare dagli schermi tende progressivamente a scomparire anche dalla nostra coscienza.

Tuttavia, l’analisi critica richiede il confronto tra tesi contrapposte. Comprendere significa confrontare, mettere in discussione ed esaminare ipotesi scomode. Questo confronto tende a diventare sempre più raro e, soprattutto, richiede un dispendio sempre maggiore di energia cognitiva.

In questo contesto, la mente adotta una strategia razionale di sopravvivenza: privilegiare ciò che richiede il minimo sforzo. Ciò che conferma viene assimilato rapidamente. Ciò che contraddice viene spesso scartato o minimizzato.

Non si tratta di una debolezza morale o intellettuale individuale. È un contesto che logora sistematicamente le nostre capacità.

Il problema principale non è tanto la presenza di informazioni false, quanto il fatto che le persone non siano più esposte alle stesse informazioni. Ognuno vive nel proprio universo informativo, plasmato dagli algoritmi, dalle scelte passate e dalle affinità sociali.

Non si trattava più semplicemente di divergenze di opinione. Stiamo gradualmente vivendo realtà diverse.

Eventi identici vengono interpretati, gerarchizzati e talvolta percepiti in modo diverso a seconda dei canali utilizzati. I contenuti generati dall’intelligenza artificiale accelerano questa dinamica: diventa possibile creare prove visive o sonore su misura che avvalorino qualsiasi tesi, senza alcun segno visibile di falsificazione.

Il reale non viene più solo interpretato in modo diverso. Viene distribuito in modo diverso.

In queste circostanze, il disaccordo non riguarda più solo le conclusioni, ma le basi stesse della discussione. Come si può discutere se non condividiamo più gli stessi fatti? Come si può convincere se l’altro non riconosce alcuna legittimità alle tue fonti?

Il linguaggio comune si sta indebolendo e, con esso, la stessa possibilità di una sfera pubblica condivisa. Una società può sopportare i conflitti di idee; ma sopporta molto più difficilmente la scomparsa di una realtà comune che consenta ancora di risolvere tali conflitti.

Due vicini guardano le stesse immagini di un evento. Il giorno dopo si incontrano. Uno vi vede una palese ingiustizia, l’altro una risposta necessaria. Non parlano più dello stesso evento.

Ecco cosa comporta la progressiva scomparsa di una realtà condivisa: non riusciamo più a metterci d’accordo su ciò che è accaduto sotto i nostri occhi. La memoria si frammenta, il dubbio diventa un fardello insopportabile.

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In un mondo in cui ogni versione è in competizione con le altre, mettere in discussione le proprie convinzioni significa rischiare di perdere l’orientamento nella corrente. Più la propria versione viene contestata, più ci si aggrappa ad essa con forza.

Nessuna società si regge esclusivamente sulle proprie istituzioni; essa si regge su ciò che definisce collettivamente, su un nucleo minimo di fatti e riferimenti condivisi. Eppure, questo nucleo sta andando in pezzi.

In questo sistema in cui l’attenzione è la risorsa fondamentale, in cui i contenuti vengono ottimizzati come prodotti e i flussi personalizzati, la manipolazione non ha più bisogno di produrre falsità su larga scala. Basta organizzare la visibilità: far emergere una narrazione e relegarne un’altra significa già scegliere quale realtà sarà accessibile a chi.

Viviamo in un contesto in cui coesistono informazioni affidabili, incerte ed errate, ma la nostra capacità di distinguerle si sta indebolendo. La convinzione di essere informati spesso prevale sulla reale capacità di comprendere.

Internet non ci mente. Ci mostra ciò che siamo disposti a vedere e tiene il resto fuori dalla nostra portata.

Fermiamoci un attimo: avete appena letto queste righe su uno schermo. Non sapete con certezza se gli esempi qui riportati rispecchino una realtà concreta o siano semplicemente ben costruiti. Eppure, forse, per il tempo della lettura, avete accordato loro un credito intuitivo.

Ecco quanto siamo diventati vulnerabili.

Forse questo stesso testo non è altro che un prodotto in più nel mercato delle percezioni. Forse, in un mondo in cui tutto può essere ottimizzato per convincere, anche la lucidità diventa difficile da distinguere dal marketing.

La realtà è diventata un supermercato. Quando ognuno fa la spesa in un negozio diverso, nessuno riesce più a convincere nessuno. Il dibattito democratico si svuota di significato, mentre le tensioni geopolitiche si inaspriscono in un mondo in cui gli Stati e i popoli non condividono più né gli stessi fatti, né le stesse interpretazioni della realtà.

Non si tratta più di chiedersi chi plasmi la realtà, ma di chiederci: possiamo ancora ammettere, tutti insieme, che ne esista una sola?

Perché se la verità smette di essere condivisibile, la democrazia diventa strutturalmente più difficile e la convivenza sia a livello nazionale che internazionale più precaria.

Mounir Kilani

Fonte: reseauinternational.net & DeepWeb

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