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IL vittimismo come pratica politica

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Come si governa una massa che si sente vittima e come chi aggredisce arriva a sentirsi aggredito?

«Il potente manda gli altri alla morte per essere risparmiato dalla morte: distoglie la morte da sé. Non solo la morte degli altri gli è indifferente, ma si sente spinto a provocarla in termini di massa. In particolare, ricorre a questa soluzione radicale quando la sua sovranità sui viventi è contestata. Non appena si sente minacciato, la sua passione di vedere «tutti» morti dinanzi a sé può ben difficilmente essere domata da considerazioni razionali. La volontà di rimanere l’ultimo dei viventi è la più profonda tendenza di ogni potente ideale,. […] Nella paranoia è fondamentale la sensazione d’essere «circondati» da una «muta di nemici» che, tutti, ci prendono di mira». (E. Canetti, Massa e potere, 1960)

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La paura governa le folle meglio di qualunque argomento. Una popolazione persuasa di trovarsi sull’orlo della propria distruzione si stringe attorno a chi promette la “salvezza” e perde l’abitudine di chiedersi se la minaccia sia reale (ogni riferimento alla Russia e ad Israele è assolutamente non casuale). Elias Canetti, in Massa e potere, ricondusse a un bisogno simile la natura stessa della massa, che resta unita finché si sente accerchiata. Il vittimismo politico nasce da questa scoperta e la mette a frutto. Chi convince un popolo di essere perseguitato ottiene in cambio l’obbedienza, e con l’obbedienza la rinuncia al giudizio. La sicurezza promessa vale, agli occhi di chi teme, assai più della libertà di pensare. Per questo il potere che amministra il sentimento della minaccia lo custodisce come la propria risorsa più preziosa.

«Fra le vene più salienti della vita di massa c’è qualcosa che potremmo chiamare senso di persecuzione: una particolare e irosa suscettibilità nei confronti di nemici designati come tali una volta per tutte. Le loro azioni sono sempre interpretate come se scaturissero da un’imperturbabile malvagità, da una mentalità negativa nei confronti della massa, da un’intenzione preconcetta di distruggerla apertamente o subdolamente. La massa è sempre una sorta di fortezza assediata, ma assediata in senso duplice: ha il nemico dinanzi alle mura e il nemico in cantina. Il senso di persecuzione della massa non è altro che la sensazione di questa duplice minaccia» (E. Canetti, Massa e potere, 1960).

Perché la presa duri, la minaccia deve restare viva. Un pericolo che si esaurisce restituisce alla folla la calma e, con essa, quel discernimento che il capo ha interesse a sospendere. È dunque necessario che il nemico sopravviva. Indebolirlo fino alla resa sarebbe un errore di calcolo, perché un avversario sconfitto non incute più timore e, senza timore, la presa si allenta. La pace disarmerà chi ha fondato la propria autorità sull’accerchiamento. La storia del Novecento ha più volte mostrato questa fedeltà segreta del despota al proprio avversario e l’interesse a tenerlo in vita. Il conflitto alimenta il potere di chi si dichiara aggredito.

Resta da capire come un uomo solo possa parlare a nome di una collettività che si ritiene offesa. Freud, nella Psicologia delle masse, descrisse il legame che tiene insieme un gruppo di individui che hanno collocato la stessa figura nel luogo del proprio ideale. Alla folla importa molto di più la somiglianza con il capo piuttosto che la sua ragione. Il capo del vittimismo sente al posto dei suoi, dà un nome alla loro angoscia confusa e la restituisce amplificata. Deve apparire egli stesso assediato, perché solo un perseguitato può comandare a un popolo di perseguitati. La sua potenza viene letta come la corazza necessaria di un debole e i colpi che vibra passano per gesti di difesa. Si spiega così lo spettacolo altrimenti grottesco dell’uomo fortissimo che si professa vittima.

«Si potrebbe riconoscere il tipo paranoico del potente in colui che, con ogni mezzo, tiene lontano il pericolo dal proprio corpo. Invece di provocare il pericolo e affrontarlo, o di lottare e affidarsi a una sorte che potrebbe anche essere sfavorevole, cerca di sbarrargli la strada con l’astuzia e la circospezione. Egli crea intorno a sé uno spazio vuoto che può abbracciare con lo sguardo, spiando attentamente ogni segno dell’avvicinarsi del pericolo. Si terrà sulla difensiva in ogni direzione, perché la consapevolezza di avere a che fare con molti che potrebbero attaccarlo tutti insieme, lo rende sempre vigile e in ansia per l’eventualità di essere accerchiato. Il pericolo è ovunque, non solo davanti a lui. È anzi maggiore alle sue spalle: potrebbe non accorgersene in tempo». (E. Canetti, Massa e potere, 1960)

Il rovesciamento è il momento decisivo. Chi aggredisce comincia col negare la propria violenza e attribuirla a chi la subisce, così il gesto offensivo appare come una risposta a un’offesa temuta. La psicoanalisi conosce bene il passo successivo. Chi ha subito violenza, per sottrarsi al ritorno dell’antica impotenza, assume i modi del persecutore e continua a vedersi come la vittima della violenza. Sándor Ferenczi e Anna Freud lo hanno chiamato “identificazione con l’aggressore” e, su scala più ampia, questo processo genera la figura più insidiosa: il carnefice convinto della propria innocenza. Più tardi, l’accusa si ritorce contro chi l’ha pronunciata.

Chi documenta il massacro viene dichiarato fanatico e amico del nemico, mentre chi lo compie recupera la posizione dell’aggredito che si difende. La vittima reagisce, ma non provoca, per definizione, quindi la sua violenza appare sempre come una risposta legittima a un torto che la giustifica in anticipo. I morti che produce appartengono al nemico, accusato di averli esposti per ricavarne un vantaggio. Se la provocazione tarda, il potere sa come procurarsela, perché un avversario tranquillo lo priverebbe della ragione che lo sostiene.

Israele offre la versione più riuscita di questo meccanismo, grazie alla rara concentrazione delle condizioni che lo rendono efficace. Una nazione sorta dalla più grande catastrofe del secolo scorso può tenere viva nel tempo presente la memoria di quella catastrofe, considerandola un pericolo che incombe nell’istante stesso in cui se ne parla. Idith Zertal ha ricostruito il modo in cui il ricordo dello sterminio è diventato materia di Stato, a partire dal processo a Eichmann del 1961, fino a saldarsi a un’immagine di sé segnata in modo permanente dalla condizione di perseguitato. In questo contesto, l’avversario assume i tratti del nuovo sterminatore e l’operazione militare più sproporzionata si presenta come una forma di difesa.

La superiorità schiacciante delle armi convive con la certezza interiore di essere i più deboli, i prossimi alla scomparsa. Una potenza che si percepisce inerme si rivela la più pericolosa, perché avverte i propri colpi come la reazione scomposta di chi è messo alle strette. Il rovesciamento si fa così politica di Stato. La popolazione assediata e affamata, inferiore sotto ogni punto di vista materiale, viene descritta come l’aggressore mortale, mentre chi conduce i bombardamenti rivendica il diritto di difendere la propria sopravvivenza. Il potere ribattezza odio la critica e tratta da tradimento perfino le voci ebraiche che dall’interno denunciano la deriva.

La stessa logica governa l’interno. Nel pericolo estremo il dissenso si converte in diserzione, e chi critica il capo nell’ora dell’assedio scivola dalla parte dello sterminatore. L’opposizione viene trattata da quinta colonna. Il vittimismo serve allora due fini insieme, giustifica la violenza verso l’esterno e ripara il governante dai suoi, poiché dubitare di lui mentre infuria la minaccia somiglia a un tradimento della salvezza comune. La paura che compatta la folla contro il nemico la piega anche verso chi la comanda, e l’obbedienza prende l’aspetto della legittima difesa.

Il fascino della pratica, in patria come fuori, sta nell’innocenza che regala. Sostenere l’aggressione e sentirsi al tempo stesso vittime non costa nulla alla coscienza, perché toglie la colpa e lascia la ragione. Il capo offre questa assoluzione anticipata e garantisce ai suoi la condizione di reduci che difendono la vita, e una popolazione accetta quasi tutto pur di risparmiarsi il pensiero della propria colpa. Il prezzo si paga sulla realtà condivisa. Per credere alla vittima che colpisce bisogna distogliere lo sguardo da chi uccide e da chi muore, sicché il governo del vittimismo logora a poco a poco la facoltà pubblica di legare le cause agli effetti, finché i fatti scorrono via senza depositarsi in giudizio.

Arendt aveva individuato in questo lo scopo ultimo della menzogna politica: logorare il senso comune della verità fino a rendere indistinguibili il vero e il falso. Una pratica simile non può concludersi, perché si nutre del nemico e con il nemico finirebbe. Le resta un solo avversario reale: la regola valida per tutti, il torto subito che non autorizza nulla e il “mai più” che ha senso soltanto quando vale per chiunque. Ridotto a “mai più” per noi soli, continuerà a fabbricare, con la coscienza tranquilla, le vittime di cui il potere si dirà aggredito domani.

 Lavinia Marchetti

Fonte: laviniamarchetti.substack.com & DeepWeb

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