Psicopatogenesi del potere: quando la guerra diventa una dipendenza
“La guerra di religione: ‘In pratica vi state uccidendo per decidere chi abbia l’amico immaginario migliore’.”
Richard Jeni
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Psicopatogenesi del potere
La storia delle nazioni si scrive con i fatti e si consolida attraverso il modo in cui tali fatti vengono raccontati. Ci sono momenti in cui il linguaggio rivela più dell’azione stessa, perché espone la struttura mentale da cui si decide il destino di milioni di esseri umani e di paesi. Oggi, il governo degli Stati Uniti sta attraversando uno di quei momenti: una fase in cui la politica estera sembra essere stata assorbita da una logica più profonda, più oscura e più pericolosa, che può essere descritta senza ambiguità come una psicopatogenesi del potere.

Non si tratta né di una metafora superficiale né di un espediente retorico esagerato. Si tratta piuttosto di osservare come certi tratti di freddezza emotiva, la disumanizzazione sistematica da parte di Trump e Netanyahu, la loro mancanza di empatia e la normalizzazione della violenza, abbiano smesso di essere semplici deviazioni individuali per diventare principi guida delle loro azioni di governo. Sotto la guida di Donald Trump, questa mutazione ha raggiunto un livello di chiarezza inquietante: la morte non è più un tragico costo della guerra, ma è stata trasformata in uno strumento comunicativo, un segno di potere, un atto di psicopatia annunciato senza pudore e, a volte, con aperta soddisfazione.
Le recenti dichiarazioni del presidente statunitense e del primo ministro israeliano riguardo agli attacchi contro l’Iran evidenziano un’escalation militare improvvisata, contraddittoria, piena di menzogne e crimini contro l’umanità, che cercano di nascondere ricorrendo a una trasformazione del linguaggio politico. Quando Trump afferma che ormai «non c’è più nessuno con cui parlare in Iran», cerca di mettere in evidenza una crisi diplomatica convenzionale, che però non riesce a consolidare. O quando assicura che si sta già raggiungendo un accordo con l’Iran, mette in evidenza il suo progressivo soliloquio mentale, evidenzia il risultato illogico di una strategia che ha scelto di eliminare, fisicamente o funzionalmente, gli interlocutori dell’avversario. Per Trump l’annientamento sostituisce il dialogo, l’assenza dell’altro diventa un vantaggio e la politica, nel suo senso più elementare, cessa di esistere.
Questo fenomeno non può essere analizzato in modo isolato. Infatti, l’alleanza strategica e simbolica degli Stati Uniti con Israele procede in modo indiscriminato, sotto la chiara guida di Benjamin Netanyahu, che ha mostrato una preoccupante convergenza con questa logica di potere. Entrambi i governi condividono interessi geopolitici, economici, territoriali e genocidi, rafforzando una narrativa in cui la sicurezza si giustifica attraverso l’eliminazione sistematica del nemico, senza sfumature, senza limiti visibili e, sempre più spesso, senza alcuna responsabilità.
Ciò che è veramente allarmante non è solo la violenza in sé la storia è piena di guerre ma il cinismo mediatico hollywoodiano, la crudezza con cui questa violenza viene gestita e comunicata. La freddezza con cui vengono descritti i bombardamenti, la leggerezza con cui si parla di strutture statali critiche “scomparse”, la totale assenza di riconoscimento della sofferenza umana, l’omicidio di oltre 170 bambine nella scuola iraniana che questi governi genocidi minimizzano cercando di far sparire il fatto, di non parlarne. Così, uccidendo, manipolano e configurano un modello che va oltre la strategia militare. Siamo di fronte a una desensibilizzazione istituzionalizzata, in cui l’altro smette di essere umano per diventare un obiettivo e un guadagno economico.

In questo contesto, il gabinetto statunitense ha assunto un ruolo fondamentale. Non come contrappeso, né come sede di deliberazione, ma è diventato il prolungamento psicologico e psicopatico del leader. L’assenza di dissenso significativo in questo gabinetto, complice dei crimini di guerra commessi da questi governi nella guerra contro l’Iran, non può essere interpretata come consenso razionale, ma è un chiaro sintomo di una struttura di potere in cui la sopravvivenza politica dipende dall’alienazione assoluta. Il silenzio, in questi casi, non è neutralità: è complicità disfunzionale.
La conseguenza più grave di questa psicopatogenesi non si limita al campo di battaglia. Si estende all’ordine internazionale stesso. Il sistema costruito dopo la Seconda guerra mondiale, basato su principi quali la sovranità, la negoziazione e il contenimento dell’uso della forza, è andato in frantumi con l’amministrazione Trump, che decide guidata esclusivamente dalla propria coscienza, dalla propria volontà; nulla al mondo può fermarla, secondo le sue stesse parole. Quando una potenza decide di operare al di fuori di queste regole, il diritto internazionale si degrada sotto la volontà dello psicopatico narcisista, vassallo di Netanyahu, che per capriccio le ha trasformate in strumenti selettivi, applicabili solo quando gli conviene, per un capriccio improvviso, o per distogliere l’attenzione quando non trova una via d’uscita ai suoi sfoghi.
In questo contesto, l’Organizzazione delle Nazioni Unite si è resa complice, dimostrando una grave mancanza di attenzione nei confronti degli abusi contro l’umanità e dei crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti e da Israele. La vigliaccheria e la sottomissione di tanti paesi sono imperdonabili; la storia li condannerà perché si limitano a stare a guardare, e quando finalmente reagiscono è solo per legare le mani ai paesi sottomessi da questi due genocidi. Questo organismo condanna vigliaccamente il paese invaso o attaccato senza battere ciglio. Quando agiranno questi paesi, con la forza necessaria per cui sono stati costituiti, sono degli ipocriti asserviti, complici di furti, rapimenti, spoliazioni e genocidi, dovrebbero essere giudicati nei tribunali internazionali per omissione. Nel frattempo, la logica di annientamento di questi due leader avanza senza eccezioni, creando precedenti per futuri attacchi suicidi dei loro eserciti.
L’Iran, dal canto suo, è stato per decenni oggetto di una costruzione narrativa che lo dipinge come una minaccia strutturale per il mondo. Senza negare le complessità interne del suo sistema politico, è certo che il suo ruolo nell’immaginario occidentale sia servito da giustificazione costante per azioni che, in altri contesti, sarebbero state immediatamente qualificate come inaccettabili. La disumanizzazione dell’avversario non inizia sul campo di battaglia; inizia nel discorso mediatico, sul grande schermo del cinema americano, nelle chiese, nel discorso dirompente dello psicopatico che normalizza i crimini, che grida al mondo quanto sia soddisfatto di questi omicidi e che ne commetterà altri se l’Iran non si sottomette.
Quello a cui assistiamo oggi non è solo un conflitto geopolitico. Si tratta di una pericolosa ridefinizione dei limiti etici del potere. Quando l’eliminazione dell’altro viene presentata come soluzione, quando l’assenza di interlocutori viene celebrata come un vantaggio, quando Trump e Netanyahu presentano la guerra come il loro grande successo, ci troviamo di fronte a una profonda frattura nella razionalità politica. Soprattutto per la grande disponibilità che mostrano a porre fine al diritto alla vita di un intero continente, continuando a lanciare missili contro la centrale nucleare iraniana per frenarne la capacità nucleare.
La psicopatogenesi del potere non urla. Non si manifesta nel caos irrazionale, ma nel suo contrario: nella freddezza metodica con cui viene amministrata la violenza. Nella capacità di distruggere senza esitazione e di giustificare senza rimorsi. E allora, la domanda smette di essere scomoda per diventare urgente: se il potere ha smesso di riconoscere i limiti, chi ne stabilirà di nuovi? Perché quando uno Stato perde la capacità di vedere l’umanità nell’altro, non solo diventa una minaccia per i propri nemici, ma diventa un rischio per il mondo intero.
Questo modo di esercitare il potere ha normalizzato la violenza come linguaggio e la distruzione come strumento. Per Trump e Netanyahu, la guerra non è una tragedia da evitare, ma uno scenario che viene provocato, gestito e messo in mostra come dimostrazione di forza.
La gravità risiede nelle azioni militari, nella freddezza con cui se ne accettano le conseguenze. La morte dei combattenti, la distruzione delle infrastrutture, lo sfollamento di intere popolazioni e il rischio di un’escalation regionale non generano moderazione in questi “leader”, ma calcolo. Un calcolo in cui la vita umana smette di essere un valore e diventa un dato. Questa è l’essenza della psicopatogenesi del potere: l’incapacità di empatia trasferita nell’ambito dello Stato.

L’escalation contro l’Iran non può essere vista come un conflitto isolato. Si tratta di uno scontro dalle implicazioni globali, incentrato sul controllo delle risorse strategiche e delle rotte energetiche. Il contesto è evidente: il dominio sui flussi energetici mondiali e l’influenza sul mercato globale. Il petrolio non è solo una risorsa; è potere. In questa logica, la guerra è diventata uno strumento di controllo economico totale. E questo gioco di potere ha un costo che non sarà pagato da chi lo sta decidendo. Lo pagheranno i soldati. Lo pagheranno le popolazioni civili. Lo pagherà la stabilità del mondo intero.
Lo schieramento delle forze, l’attivazione delle unità di pronto intervento e la costante preparazione allo scontro non sono segni di prudenza strategica, ma riflettono solo una pericolosa propensione a spingere il conflitto verso esiti imprevedibili. Non occorre un errore perché si verifichi una tragedia. È sufficiente l’accumularsi di decisioni irresponsabili. E al centro di tutto, una domanda scomoda:
Quanto vale la vita umana quando il potere si misura in barili di petrolio e in punti di influenza geopolitica?
Né Donald Trump né Benjamin Netanyahu saranno in prima linea. Non saranno loro a trovarsi sotto il fuoco diretto, né a pagare con la vita le conseguenze di un’escalation militare. Il prezzo lo pagheranno, come sempre, coloro che obbediscono agli ordini, coloro che non decidono, coloro che vengono mandati ad attuare strategie che non hanno ideato. Per questo, parlare oggi non è una scelta retorica. È un’urgenza etica.
Il popolo degli Stati Uniti non può restare indifferente di fronte a un’escalation che potrebbe trascinarlo in un conflitto dalle conseguenze devastanti. La storia ha dimostrato che quando la società tace di fronte alla deriva del potere, quel silenzio si trasforma in consenso. Non si tratta di ideologia. Si tratta di umanità. Perché quando la guerra smette di essere l’ultima risorsa e diventa una tentazione costante, quando il potere si aggrappa alla violenza come mezzo per riaffermarsi, quando la vita umana si riduce a una variabile strategica, non siamo più di fronte a una leadership.
Ci troviamo di fronte a una forma pericolosa di esercizio del potere che deve essere messa in discussione, limitata e, se necessario, fermata dalla stessa società che la sostiene.
Prima che il costo diventi irreversibile
Ana María Garduño
Fonte: astillas4.blogspot.com




