Da “Diari di viaggio” a Foco: come Che Guevara divenne un rivoluzionario
Ho voluto dedicare questo articolo nei confronti del Rivoluzionario più disprezzato del pianeta dopo che nel mio ultimo viaggio in Argentina molti luoghi da me visitati presso la provincia di Cordoba facevano riferimento a lui
Nonostante le sue origini pochissimi nutrono stima nei suoi confronti è più facile da queste parti che vi sia una maggiore considerazione nei confronti di Videla che sul Che’ e questo oggettivamente non l’ho mai capito, tutti vedono in lui un criminale Come se Alfonso Batista a Cuba fosse stato un frate benedettino e gli Stati Uniti che lo hanno finanziato e posto a capo del governo fossero l’emblema della più rinomata democrazia mondiale.
Molti fanno riferimento a Cuba come il classico modello comunista fallito, li dove il Che Guevara al contrario di come alle masse è stato dato a credere lo ha sempre bandito, rimane il fatto che questo paese è sottoposto a un embargo totale da oltre 60 anni ed è un miracolo di come sia riuscito a sopravvivere per tutto questo tempo, per avere uni idea del trattamento loro riservato, sommate al quadrato tutte le restrizioni che attualmente in Europa stanno riducendo allo stremo i pesi europei grazie agli embarghi nei confronti della Russia e Iran e protraeteli per lo stesso ordine di tempo.
Credo che la storia sia un po tutta da rivedere e per una volta si devono considerate tutte le parti in causa prima di stabilire a priori chi erano i buoni e i cattivi. 🙁
Toba60
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Come Che Guevara divenne un rivoluzionario
Questi scritti non riflettono ancora la matura dottrina politica del Che, forgiata in seguito alle sue esperienze in Guatemala, in Messico e soprattutto a Cuba, ma contengono i primi segni della sua trasformazione.

Nel 1952, Ernesto Guevara era uno studente di medicina argentino di 23 anni, animato da uno spirito avventuroso e da un’insaziabile curiosità, proprietario di una moto Norton da 500 cm³ piuttosto malandata. Il suo amico Alberto Granado, un biochimico di 29 anni, era il suo compagno di viaggio in un’avventura che li avrebbe condotti attraverso gran parte del Sudamerica.
Nessuno di loro poteva immaginare che quel viaggio sarebbe diventato una delle esperienze determinanti che hanno plasmato uno dei rivoluzionari più emblematici del XX secolo.
I Diari di viaggio in moto sono, a prima vista, le memorie dei viaggi di un giovane. Ma dietro le sue descrizioni di paesaggi, personaggi e avventure si nasconde qualcosa di più determinante: la trasformazione di un giovane privilegiato e curioso in una persona sempre più convinta che la povertà, lo sfruttamento e l’ingiustizia sociale non fossero sventure isolate, ma il prodotto di un ordine sociale inegualitario.
Quel viaggio ha contribuito a plasmare l’immaginario politico di colui che in seguito sarebbe diventato famoso in tutto il mondo con il semplice nome di Che.
Un viaggio fuori dai sentieri battuti
Guevara e Granado partirono a bordo di una Norton del 1939 poco affidabile, che battezzarono La Poderosa II (“La Potente II”). Il loro viaggio, così come lo avevano pianificato, coprì alla fine oltre 14.000 chilometri, conducendoli attraverso l’Argentina, il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela.
Il veicolo si guastò fin dall’inizio del viaggio. Quello che per dei viaggiatori comuni avrebbe potuto essere solo un semplice inconveniente divenne, col senno di poi, un elemento importante dell’esperienza di Guevara. I due giovani furono costretti a fare affidamento sull’autostop, sui viaggi a piedi, sulle navi da carico e sull’ospitalità di sconosciuti.
Liberatosi dal comfort isolante che avrebbe potuto accompagnare un viaggio convenzionale, Guevara incontrò sempre più persone che vivevano ai margini della società.
I paesaggi cambiavano, ma la povertà rimaneva una realtà ricorrente.
Nelle Ande ha visto comunità indigene vivere in condizioni che contrastavano fortemente con la grandezza delle civiltà che le avevano precedute. Lo splendore storico di luoghi come Machu Picchu coesisteva con la spoliazione e la povertà dei popoli indigeni.
Nel deserto di Atacama, in Cile, Guevara incontrò una coppia di comunisti perseguitati che lottavano per sopravvivere lavorando in condizioni estenuanti nella miniera di rame di Chuquicamata. Quella miniera, legata agli interessi delle multinazionali, gli fece prendere coscienza dei legami tra le risorse naturali, i capitali stranieri e la vita dei lavoratori.
Questi incontri hanno gradualmente cambiato il suo modo di vedere il continente.
Medicina, povertà e dignità umana
L’esperienza vissuta nel lebbrosario di San Pablo, nell’Amazzonia peruviana, è stata particolarmente significativa.
Guevara lavorò a contatto con i pazienti e fu testimone non solo delle sofferenze causate dalla malattia, ma anche dell’isolamento sociale imposto alle persone colpite. Questa esperienza mise in discussione i confini tra medicina e politica.
La malattia poteva essere trattata come un problema biologico. Ma la povertà, l’emarginazione e l’indignità che la circondavano non potevano essere comprese solo attraverso la lente della medicina.

Il giovane medico era giunto a considerare sempre più la sofferenza come un fenomeno legato al contesto sociale in cui vivevano le persone.
Questa trasformazione non è avvenuta, quindi, dall’oggi al domani. Guevara non è tornato in Argentina come rivoluzionario a tutti gli effetti. Ma è tornato come una persona diversa.
In seguito, lui stesso ha riflettuto su questa trasformazione:
«Chi ha scritto questi appunti è morto il giorno in cui ha rimesso piede sul suolo argentino; chi li raccoglie e li perfeziona, “io”, non sono più io.»
Questa affermazione riassume bene la portata di quel viaggio. Il viaggio in moto, di per sé, non ha forgiato il pensiero politico rivoluzionario di Che Guevara. Ma gli ha fornito esperienze che hanno influenzato profondamente la visione del mondo da cui quel pensiero sarebbe poi emerso.
Dai confini nazionali a un’identità continentale
La conseguenza politica più importante di quel viaggio fu senza dubbio la crescente consapevolezza, da parte di Guevara, che l’America Latina non potesse essere considerata semplicemente come un insieme di nazioni distinte.
La povertà che incontrò superava i confini nazionali. Lo stesso valeva per lo sfruttamento, la discriminazione e l’influenza economica straniera.
Questo viaggio contribuì quindi a forgiare una coscienza pan-latinoamericana. Guevara arrivò a considerare sempre più il continente come un insieme di popoli che condividevano un’esperienza storica comune e che si trovavano ad affrontare strutture economiche e politiche simili.
Questa presa di coscienza sarebbe diventata un elemento centrale del suo successivo pensiero rivoluzionario.
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Per Guevara, la liberazione non poteva, in definitiva, ridursi a un semplice cambio di governo, paese per paese. La lotta doveva essere affrontata in una prospettiva continentale e anti-imperialista.
Il giovane viaggiatore, partito alla ricerca di avventure, cominciava a intravedere una geografia politica sottesa alla geografia fisica del Sudamerica.
Dall’osservazione alla rivoluzione
I “Diari di viaggio” non riflettono ancora la matura dottrina politica di Che Guevara. Questa si è delineata in seguito, dopo le sue esperienze in Guatemala, in Messico e, soprattutto, a Cuba.
Eppure, queste memorie contengono i primi segni della sua trasformazione.
Guevara è passato dalla semplice constatazione dell’ingiustizia alla domanda su cosa fosse possibile fare per porvi rimedio. Questo passaggio dalla compassione all’azione politica è diventato un elemento centrale della sua vita rivoluzionaria.
Il suo confronto con la povertà lo ha convinto che la carità individuale e l’impegno professionale non fossero risposte sufficienti alle disuguaglianze sistemiche. Era sempre più convinto della necessità di affrontare le strutture che generano lo sfruttamento.
La rivoluzione cubana ha fornito l’esperienza storica decisiva grazie alla quale queste idee si sono trasformate in una strategia rivoluzionaria.
E da questa esperienza è nata quella che sarebbe poi diventata la teoria del foco (ndz: foco = fuoco).
Il punto centrale: creare le condizioni per la rivoluzione
Il “focismo”, o teoria del foco, era associato principalmente a Guevara ed è stato poi oggetto di una formulazione teorica più sistematica da parte dell’intellettuale francese Régis Debray nella sua opera del 1967 intitolata Révolution dans la Révolution ?.
Il presupposto di base era radicale.
Una rivoluzione non doveva necessariamente attendere il verificarsi di “condizioni oggettive” favorevoli. Un piccolo gruppo di guerriglieri disciplinati e determinati poteva dare il via alla lotta armata nelle campagne e, con il proprio esempio e i propri successi militari, contribuire a creare le condizioni per un movimento rivoluzionario più ampio.
Il foco di guerriglia era quindi concepito non solo come un’unità militare, ma anche come il nucleo attorno al quale potesse svilupparsi un movimento rivoluzionario.

Questo concetto rappresentava una rottura significativa rispetto agli approcci marxisti-leninisti classici, che in genere attribuivano un’importanza considerevole all’organizzazione politica, alla coscienza di massa e allo sviluppo di un partito rivoluzionario disciplinato.
Guevara riteneva che fosse proprio l’azione rivoluzionaria a poter accelerare la presa di coscienza politica.
La campagna come campo di battaglia
La teoria del foco attribuiva particolare importanza alle zone rurali.
Le montagne, le foreste e le zone isolate offrivano ai guerriglieri dei vantaggi rispetto a un esercito convenzionale. Una piccola forza poteva spostarsi rapidamente, evitare lo scontro diretto con forze militari superiori e stringere legami con le comunità rurali.
I guerriglieri non si limitavano a combattere. Ci si aspettava che dimostrassero, con il loro comportamento, che era possibile un altro ordine sociale.
La riforma agraria, l’assistenza sanitaria e il sostegno alle comunità locali potevano contribuire a conquistare il sostegno della popolazione.
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In questa visione, la campagna diventava il laboratorio della rivoluzione.
Questa teoria attribuiva inoltre all’organizzazione rivoluzionaria armata un ruolo politico di eccezionale importanza. Anziché attendere che un partito rivoluzionario pienamente sviluppato organizzasse la lotta armata, lo stesso «foco» di guerriglia poteva diventare il nucleo della direzione rivoluzionaria.
Il campo di battaglia era quindi anche una scuola di politica.
Cuba: La rivoluzione che ha dato origine alla teoria
La rivoluzione cubana del 1956-1959 è diventata il fondamento storico della teoria del foco.
Nel dicembre 1956, Fidel Castro, Che Guevara e i loro compagni sbarcarono a Cuba a bordo della Granma. La spedizione fu decimata da un attacco dell’esercito. Solo un piccolo numero di combattenti sopravvisse e riuscì a raggiungere la Sierra Maestra.
Da quella minuscola forza è nato il movimento di guerriglia che alla fine ha contribuito a rovesciare Fulgencio Batista.
I ribelli conducevano operazioni di tipo fulmineo contro le forze governative, instaurando al contempo legami con alcune fasce della popolazione rurale. Il movimento si estese, mentre il regime di Batista perdeva sempre più la propria legittimità politica.
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Radio Rebelde ha contribuito a diffondere il messaggio rivoluzionario oltre le montagne.
Nel 1958, l’equilibrio militare e politico cominciò a vacillare. La campagna condotta da Guevara, culminata con la battaglia di Santa Clara, fu uno degli episodi decisivi della rivoluzione. Batista fuggì da Cuba il 1° gennaio 1959.
Per Guevara e i leader cubani, la lezione sembrava chiara: una forza rivoluzionaria relativamente modesta poteva innescare un processo che avrebbe finito per sfociare in una rivolta nazionale.
L’esperienza cubana li ha spinti a credere che quel modello potesse essere replicato altrove.
La storia si rivelerà ben meno clemente.
La rivoluzione lascia Cuba
Dopo il 1959, Guevara iniziò a considerare sempre più la lotta rivoluzionaria come un progetto internazionale e anti-imperialista.
I leader cubani cercarono di sostenere i movimenti rivoluzionari al di fuori dell’isola. Lo stesso Guevara si impegnò direttamente nelle iniziative rivoluzionarie all’estero.
Ma le condizioni che avevano caratterizzato Cuba non potevano essere semplicemente trasferite in altri paesi.
Il primo grave insuccesso si verificò in Congo nel 1965.
Guevara si recò sul posto per prestare aiuto alle forze anti-imperialiste, in particolare a quelle legate a Laurent-Désiré Kabila. La campagna dovette affrontare profonde divisioni interne, un’organizzazione politica carente, un coordinamento insufficiente e seri ostacoli culturali e linguistici. Soprattutto, la guerriglia non riuscì ad assicurarsi il sostegno popolare locale necessario per una guerra rivoluzionaria duratura.
Guevara finì per ammettere il fallimento di quella campagna.
Questa esperienza avrebbe dovuto sollevare questioni fondamentali riguardo all’applicabilità universale del foquismo come modello.
La Bolivia è invece diventata la prossima e ultima grande prova.
La Bolivia: i limiti del “foco”
Nel 1966, Guevara entrò in Bolivia e costituì un gruppo di guerriglieri nella regione di Ñancahuazú.
Le condizioni erano radicalmente diverse da quelle della Cuba rivoluzionaria.
La popolazione contadina locale non reagì ai guerriglieri come Guevara aveva sperato. Molti consideravano i combattenti come degli estranei. Il governo boliviano aveva già attuato delle riforme agrarie, indebolendo così uno dei potenziali fondamenti del fascino esercitato dalla guerriglia, che si basava sulle rivendicazioni contadine.
Neanche il Partito Comunista boliviano riuscì a fornire il sostegno politico che Guevara si aspettava.
I guerriglieri si ritrovarono sempre più isolati.
L’esercito boliviano, con l’aiuto degli Stati Uniti – in particolare della CIA –, riuscì gradualmente a localizzare e circondare il gruppo.
Gli appunti del diario di Guevara redatti durante quella campagna rivelano la crescente disperazione di una forza che faticava a procurarsi cibo, reclute e sostegno politico, nonché a garantire la sicurezza del proprio territorio.

L’8 ottobre 1967, Guevara fu catturato a La Higuera e giustiziato il giorno successivo.
La morte del Che divenne un simbolo internazionale del sacrificio rivoluzionario. Ma dal punto di vista politico e strategico, la Bolivia segnò il fallimento del suo tentativo di replicare il modello cubano.
Perché il modello cubano ha fallito altrove?
I fallimenti delle campagne condotte in Congo e in Bolivia hanno messo in luce una debolezza fondamentale della teoria del foco : una strategia rivoluzionaria non può essere dissociata dalle condizioni politiche e sociali specifiche del Paese in cui viene attuata.
Cuba si trovava in una situazione particolare.
La dittatura di Batista era profondamente isolata. Esisteva una forte opposizione urbana al regime. Nelle città operavano reti clandestine. Le guerriglie rurali si inserivano quindi in una lotta politica più ampia, piuttosto che costituire l’unico motore della rivoluzione.
La rivoluzione cubana ha inoltre tratto vantaggio dal fatto che gli Stati Uniti non siano intervenuti militarmente per salvare Batista.
La vittoria non può quindi essere spiegata esclusivamente con l’esistenza di un foco di guerriglia nella Sierra Maestra.
La crisi politica più generale del regime di Batista ha svolto un ruolo cruciale.
Questa distinzione ha assunto un’importanza crescente quando altri gruppi rivoluzionari hanno cercato di replicare l’esperienza cubana negli anni ’60 e ’70.
In Argentina, Colombia, Perù, Venezuela e in altri paesi, gruppi armati hanno sperimentato diverse forme di guerriglia. Molti sono stati sconfitti da operazioni statali di controinsurrezione sempre più sofisticate.
Anche gli Stati avevano tratto insegnamento dall’esperienza cubana.
Il problema dell’organizzazione politica
La critica più fondamentale mossa alla teoria del foco riguarda la sua concezione della politica.
Un piccolo gruppo di rivoluzionari determinati può talvolta dare il via a un processo politico. Ma la determinazione da sola non basta a creare un movimento di massa.
Un’organizzazione di guerriglia ha bisogno di punti di riferimento sociali. Ha bisogno di legittimità politica, di una conoscenza del territorio, di reti organizzative e di un sostegno popolare duraturo.
In assenza di questi elementi, l’azione militare può isolare la popolazione anziché mobilitarla.
Questa era una delle principali debolezze dell’ipotesi secondo cui il foco di guerriglia potesse funzionare come un partito rivoluzionario in fase embrionale.
La politica non può essere semplicemente sostituita da un’iniziativa militare.
L’esperienza cubana stessa ha dimostrato l’importanza della resistenza urbana, dell’organizzazione politica e dell’erosione della legittimità dello Stato. Tuttavia, la versione semplificata della lezione cubana che si è diffusa in tutta l’America Latina ha spesso ridotto la rivoluzione a una formula: creare un foco di guerriglia, ottenere vittorie militari, conquistare il sostegno dei contadini e scatenare una rivolta nazionale.
La realtà era ben più complessa.
La contraddizione persistente del Che
Che Guevara rimane una figura storica profondamente controversa.
Per alcuni, egli incarna l’internazionalismo, l’antimperialismo e un’opposizione senza compromessi allo sfruttamento. Per altri, il suo impegno a favore della rivoluzione armata e la sua volontà di subordinare la vita politica alla violenza rivoluzionaria rimangono profondamente inquietanti.
Sia l’ammirazione che le critiche di cui è oggetto hanno talvolta oscurato il percorso intellettuale che lo ha reso un rivoluzionario.

I “Diari di viaggio” rappresentano un utile punto di partenza, poiché mostrano il Che prima che diventasse un’icona rivoluzionaria.
Si vede un giovane che attraversa un continente, incontrando persone la cui vita è radicalmente diversa dalla sua. Le sue esperienze minano poco a poco le certezze con cui aveva intrapreso il viaggio.
La moto si guasta. Il programma previsto va a monte. Il viaggiatore è costretto a entrare in contatto diretto con minatori, comunità indigene, pazienti, operai e persone in condizioni di povertà.
Un viaggio che trasformerà chi lo intraprende.
Ciò che ne seguì non era inevitabile. Ma le esperienze raccontate in I diari di viaggio ci aiutano a capire perché Guevara sia giunto a credere che l’ingiustizia sociale richiedesse qualcosa di più della compassione individuale e dell’impegno professionale.
La sua successiva strategia rivoluzionaria fu molto più controversa e, al di fuori di Cuba, in gran parte infruttuosa.
Eppure, il legame tra il viaggiatore del 1952 e il rivoluzionario degli anni ’60 rimane significativo.
Il giovane Guevara ha scoperto un continente attraverso i suoi abitanti. Il Che, ormai più maturo, ha cercato di trasformare questa scoperta in un progetto rivoluzionario.
La tragedia della fine della sua vita risiede in parte nel divario tra queste due visioni: la profonda consapevolezza che l’ingiustizia è strutturale e la convinzione, in definitiva errata, che una piccola avanguardia armata potesse, con la forza dell’esempio, creare le condizioni politiche di massa necessarie per superarla.
Questo divario è fondamentale per comprendere sia l’eredità rivoluzionaria di Che Guevara sia i limiti della teoria del foco.
Pon Chandran
Fonte: countercurrents.org & DeepWeb
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