toba60
Menopausia verde.jpg (1)

Il business della menopausa: quando una fase della vita si trasforma in malattia

Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo capillare ed affidabile e rischiamo la vita per quello che facciamo, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, la nostre sedi sono in in Italia ed in Argentina, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di poter proseguire in quello che è un progetto il quale mira ad un mondo migliore!

Merged

Il business della menopausa

Per secoli, la menopausa è stata semplicemente questo: una ulteriore fase della vita delle donne. Né una patologia, né un disturbo, né una “carenza” da correggere. Tuttavia, negli ultimi decenni, qualcosa è profondamente cambiato. Quello che prima era un processo fisiologico oggi viene spesso presentato come un problema medico che richiede un intervento, una cura… e un consumo.

Menopausa quais os sintomas comu

Non è un caso. La medicalizzazione della menopausa non deriva da un’esigenza clinica diffusa, bensì da una costruzione culturale, scientifica e commerciale che si è progressivamente affermata.

Come spiegano i medici Mercedes Pérez-Fernández e Juan Gérvas, del Team CESCA, siamo passati dall’idea della “donna eternamente femminile” a quella della “donna eternamente sana”, in una reinterpretazione interessata di ciò che significa invecchiare.

E in questo contesto, la menopausa è stata uno dei settori più redditizi per il settore sanitario. Perché quando si trasforma una fase naturale della vita in una malattia, si crea automaticamente un mercato.

La narrativa dominante ribadisce che il corpo femminile, smettendo di produrre determinati ormoni, entra in una sorta di «crisi» che va corretta. Vampate di calore, sbalzi d’umore, disturbi del sonno… tutto viene raggruppato sotto un’ etichetta che invita a intervenire.

Ed è qui che entrano in gioco gli integratori ormonali, i preparati “naturali”, le terapie sostitutive e un intero settore che promette di riportare l’equilibrio perduto.

Ma quale equilibrio? La domanda è scomoda, perché mette in discussione le fondamenta stesse del discorso. Ci troviamo davvero di fronte a un problema sanitario che richiede un trattamento generalizzato? O piuttosto a una ridefinizione di parte della normalità?

Pérez-Fernández e Gérvas lo affermano senza mezzi termini: la menopausa è una fase della vita caratterizzata da benessere fisico, psichico e sociale. Non è una malattia.

Eppure, si è diffusa una narrativa che spinge milioni di donne a considerarsi come pazienti.

Chi mette in discussione l’uso massiccio di terapie ormonali o integratori viene subito etichettato come «ormonofobo», un termine che funge da meccanismo di delegittimazione. Non importa se esistono prove scientifiche a sostegno dei dubbi; ciò che conta è mantenere intatto il modello.

E quel modello muove un sacco di soldi

Il mercato dei prodotti destinati alla menopausa —dalle classiche terapie ormonali agli integratori di dubbia efficacia— non smette di crescere. Vengono venduti come soluzioni sicure, personalizzate e persino “naturali”. Ma dietro questa facciata rassicurante si nascondono rischi che raramente vengono spiegati con chiarezza.

Le terapie ormonali, ad esempio, sono state oggetto di accesi dibattiti scientifici per anni. Studi come la Women’s Health Initiative avevano già segnalato un aumento del rischio di cancro al seno, trombosi ed eventi cardiovascolari in determinati gruppi di donne sottoposte a tali trattamenti.

Ciononostante, il discorso commerciale ha saputo adattarsi, minimizzando i rischi e sottolineando i benefici. Si modificano i dosaggi, si cambiano le formulazioni, si rietichettano i prodotti. Ma il nocciolo della questione rimane lo stesso: in molti casi si interviene su un processo fisiologico senza una chiara giustificazione.

A ciò si aggiunge il boom dei cosiddetti «integratori ormonali naturali»: estratti vegetali, fitoestrogeni, combinazioni di vitamine e minerali che vengono presentati come alternative sicure alla terapia ormonale convenzionale.

Il problema è che «naturale» non significa innocuo. Molti di questi prodotti non sono supportati da studi attendibili che ne dimostrino l’efficacia e la sicurezza a lungo termine. Alcuni possono interagire con i farmaci, alterare il sistema endocrino o provocare effetti collaterali non ben documentati.

Eppure vengono consumati in modo massiccio, spesso senza controllo medico. Il paradosso è evidente: da un lato si medicalizza la menopausa con la promessa di un maggiore controllo, ma dall’altro si incoraggia un consumo poco controllato di questi prodotti.

Inoltre, esiste una dimensione sociale che non possiamo ignorare. La menopausa non viene medicalizzata solo dal punto di vista biologico, ma anche da quello culturale. In una società che valorizza la giovinezza sopra ogni altra cosa, invecchiare diventa un problema da risolvere.

E le donne lo vivono in modo particolarmente intenso. La pressione di doversi mantenere «giovani», «attive», «produttive» si traduce in una ricerca costante di soluzioni. Gli integratori ormonali si inseriscono perfettamente in questo immaginario: promettono di alleviare i sintomi, ma anche di prolungare una versione idealizzata della femminilità.

Non è un caso che molti di questi prodotti vengano venduti con messaggi che fanno appello alla vitalità, alla sessualità o alla stabilità emotiva. In fondo, si tratta di una promessa di controllo sul passare del tempo.

Ma il tempo non è una malattia. Trasformare la menopausa in un problema medico ha conseguenze che vanno ben oltre il semplice consumo di prodotti. Implica un cambiamento nel modo in cui le donne percepiscono se stesse, nel modo in cui interpretano il proprio corpo e la propria salute.

Blonde mid aged woman lying on t

Ciò comporta, in molti casi, sostituire la fiducia con la dipendenza. Dipendenza da cure, integratori, controlli costanti. Dipendenza da un sistema che offre soluzioni, ma che genera anche domande.

E in questo processo si perde qualcosa di importante: la capacità di vivere questa fase per quello che è, una transizione naturale con i suoi lati positivi e quelli negativi.

Questo non significa negare che ci siano donne che manifestano sintomi intensi o che necessitano di assistenza medica. Sarebbe assurdo. Il punto fondamentale è distinguere tra assistenza personalizzata e medicalizzazione di massa.

Non tutte le donne hanno bisogno di un trattamento. Non tutti i sintomi richiedono un intervento farmacologico. E non tutti i prodotti disponibili sono sicuri o efficaci.

Tuttavia, il messaggio dominante tende a uniformare l’esperienza. Si parla della «menopausa» come se fosse un blocco omogeneo, quando in realtà si tratta di un processo variegato, influenzato da fattori biologici, sociali ed emotivi.

Perché è più facile vendere soluzioni universali che accompagnare i percorsi individuali. In questo contesto, risulta particolarmente importante riprendere uno sguardo critico sul ruolo del sistema sanitario e dell’industria. Fino a che punto si sta dando priorità alla salute delle donne? E fino a che punto si stanno creando bisogni per sostenere un mercato?

Non si tratta di teorie del complotto, ma di analizzare gli incentivi. L’industria farmaceutica e quella degli integratori hanno chiari interessi economici. E tali interessi influenzano, direttamente o indirettamente, la ricerca, la formazione dei professionisti e l’informazione che arriva alla popolazione.

Per questo è fondamentale promuovere una cultura sanitaria più critica e più informata. Una cultura che non accetti acriticamente l’etichetta di malattia attribuita a processi naturali. Che metta in discussione la necessità di determinati trattamenti. Che esiga prove concrete prima di ricorrere a prodotti che promettono soluzioni rapide.

E, soprattutto, una cultura che restituisca alle donne il ruolo di protagoniste della propria salute. La menopausa non è un malfunzionamento del corpo. È una fase di cambiamento, come tante altre. Può comportare dei disturbi, certo, ma anche nuove forme di benessere.

Ridurla a un problema ormonale significa sminuirne il significato. E trasformarla in una nicchia di mercato è, inoltre, una forma di violenza simbolica che merita di essere segnalata. Non tutto ciò che può essere curato deve essere curato.

E non tutto ciò che viene spacciato per salutare lo è davvero. In definitiva, la questione non è solo medica, ma anche politica e culturale. Ha a che fare con il modo in cui concepiamo il corpo, la salute e l’invecchiamento. Con il ruolo che attribuiamo alle donne in ogni fase della loro vita.

E quali aspetti siamo disposti ad accettare come parte del quadro generale? Forse è giunto il momento di riconsiderare alcune certezze. Di smettere di vedere la menopausa come un problema da correggere e iniziare a considerarla una fase che merita di essere accompagnata, non sfruttata.

Perché quando la salute diventa un business, il rischio non è solo clinico. È anche etico.

Miguel Jara

Fonte: migueljara.com & DeepWeb

ILaso1631468483
QcPIA16858835731
Photo 2024 08 31 12 07
Codice QR
Comments: 0

Your email address will not be published. Required fields are marked with *