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Julius Evola e L’insegnamento degli Ariani

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L’insegnamento degli Ariani

La “conoscenza” produce “distacco”

Julius Evola è stato un pensatore e filosofo integrale con un’eredità spirituale e uno stile di vita eroico sul modello degli antichi nobili guerrieri. Una dottrina ascetica, separata nel modo più autosufficiente, dallo spirito materialistico non autosufficiente e inerte della massificazione moderna, che si rivolge chiaramente verso un centro trascendente al di fuori e al di là della causalità e della necessità della creazione e della distruzione dipendenti. Lo spirito di una mente olimpica, assiale, che imperturbabile e serena illumina come il sole i deliri e le illusioni delle creazioni infinite e del ciclo della vita.

In questa marcia discendente della civiltà umana, che Ebola paragonava all’età oscura dell’indù Kali Yunga, il genere di ferro di Esiodo, ma anche al Crepuscolo degli Dei, egli forniva una moltitudine di “punti di riferimento trascendentali”, proponendo in sostanza sia la via dell’azione individuale sia quella del “Sapere in Lui”.

Il suo scopo era il risveglio e la liberazione del principio energetico dell’uomo e il suo salto verso il suo centro interiore, l’istintivo. Al centro di tutto questo c’è il problema dell'”inviolabilità dell’esistenza”, l’Essere, l’Anima, faccia a faccia con il Divenire vorace e insaziabile che ci circonda.

“Ognuno è padrone di se stesso, non c’è altro padrone, e padroneggiando se stessi si avrà un padrone difficile da trovare”.

“Se, da un lato, questa civiltà miete più vittime di qualsiasi altro idolo pagano conosciuto, dall’altro, la sua natura è tale che al suo interno anche l’eroismo, il sacrificio e la lotta, quasi senza eccezioni, mostrano un oscuro carattere “elementare” e meramente terreno, proprio per la mancanza di un qualche elemento di riferimento superiore e trascendente”.

Le tecniche di realizzazione spirituale che presenta nei suoi libri possono essere viste come tentativi, a volte a livello esterno e a volte a livello interno, di promuovere un cambiamento nella mentalità dell’italiano, che egli stereotipa come il ragazzo che suona il mandolino, mangia gli spaghetti ed è tutto pizza, mafia-politica e chiesa. Simili descrizioni possono essere fatte spontaneamente del moderno borghese greco, asservito alle sue predisposizioni per il pane e lo spettacolo, accompagnato da inni di chiesa e canzoni popolari.

“Una volta che il distacco viene interpretato principalmente in termini di questo senso interiore, sembra forse più facile da raggiungere oggi in qualche cultura più normale e tradizionale. Quello che è ancora uno spirito “ariano” in una grande città europea o americana, con i suoi grattacieli e l’asfalto, con la sua politica e i suoi sport, con le sue folle danzanti e urlanti, con i suoi sostenitori della cultura secolare e della scienza senz’anima e così via – in mezzo a tutto questo può sentirsi più solo, distaccato ed errante di quanto sarebbe stato ai tempi del Buddha in condizioni di isolamento fisico e di vero e proprio vagabondaggio.

La difficoltà maggiore, a questo proposito, sta nel dare a questo senso di isolamento interiore, che oggi può capitare a molti quasi spontaneamente, un carattere positivamente pieno, semplice e trasparente, eliminando ogni traccia di vuoto, malinconia, discordia o ansia. L’isolamento e la solitudine non devono essere un peso, una miseria, qualcosa che si subisce, che nasce involontariamente, senza volerlo, né una sorta di rifugio o asilo portato con la forza o in base alle circostanze, ma al contrario una disposizione mentale naturale, semplice e libera. In un testo leggiamo: “La solitudine è chiamata saggezza, chi è solo scoprirà di essere felice”

Filosofo neoplatonico schietto, oppositore dello spirito cristiano e delle moderne rivoluzioni socio-politiche che hanno portato, in un modo o nell’altro, all’urbanizzazione e al livellamento del particolare principio individuale dell’uomo, questo Eraclito contemporaneo ha seguito una linea libera da pregiudizi di fede filosofica, politica o religiosa.

In questo senso, ha abbracciato l’idea di Nietzsche secondo cui le credenze sono nemiche della verità, peggiori delle bugie, perché ogni menzogna, per quanto tessuta ad arte, ha sempre come nemico l’analisi critica, la capacità di D I A C R I S T I O N E .

La sua acuta e fredda capacità analitica considera e trascende i sistemi politico-sociali, come quello religioso-monarchico, primitivo e animistico, illuminato e feudale, borghese-commerciale e selettivo, collettivista e capitalista. In assoluto la sua analisi teorica trascende il bene e il male e si pone come proposta di azione diretta e di ribellione contro l’establishment contemporaneo, a prescindere dalle convinzioni politiche, dai dogmi e dai credi.

“Uno spirito perfettivo terrestre può considerare del tutto normale un’oscura autoidentificazione con la creazione e le sue potenze elementari, al punto da non percepirne nemmeno l’aspetto tragico – come accade talvolta tra i negri, tra i popoli selvaggi, primitivi e incivili, persino tra certi slavi. Uno spirito “dionisiaco” può considerare l’impermanenza universale di scarsa importanza, contrapponendola al carpediem (l’afferrare il giorno), alla gioia dell’attimo, all’eccitazione di un essere corrotto che gode momento per momento di cose corrotte, di una gioia sempre più intensa in esse.

Uno spirito “lunare”, religiosamente predisposto, può a sua volta vedere nell’imprevisto della vita un’espiazione o una prova, nell’affrontare la quale deve comportarsi con modestia e fatalismo, avendo fede nell’impenetrabile e imperscrutabile volontà divina, mantenendo il senso di una “creatura” creata dal nulla. Da altri ancora, la nostra morte è considerata un fenomeno perfettamente naturale e definitivo, il cui pensiero non deve sconvolgere nemmeno per un attimo una vita orientata alle ambizioni terrene. Infine, uno spirito “faustiano”, “titanico” o nietzschiano può credere e proclamare un “eroismo tragico”, desiderare la creazione e perfino desiderare l'”eterno ritorno”. E così via.

Da questi esempi è facile vedere che la Conoscenza produce l’Astrazione solo nel caso di una particolare razza di spirito, quella che con un’eloquenza speciale abbiamo chiamato EROICA. Solo in coloro che questa razza sopravvive e che lo desiderano, è possibile che lo spettacolo dell’imprevisto universale diventi il principio del risveglio, determini la scelta delle inclinazioni, provochi e stimoli la reazione seguita da “No, non voglio più questo”, così come da “Questo non mi appartiene, io non sono questo, questo non sono io”, estesa a tutti gli stati dell’esistenza samsarica.

“L’insegnamento degli ariani è chiamato al di là dell’immaginazione ed è inassimilabile da qualsiasi processo di ragionamento. Ciò che non può essere compreso dalla ragione. Si presenta invece come un “risveglio”. Si può notare subito la corrispondenza tra questo metodo e le opinioni di Platone sul ricordo, la reminiscenza o la memoria, il superamento dello stato di dimenticanza. Nella dottrina del risveglio, Evola ha presentato il buddismo ascetico primordiale con un carattere aristocratico, che definisce nell’uomo un nucleo essenziale di metafisica e di preveggenza.

“Il ruggito del leone” è l’identificazione del principe Siddharta – il Buddha. Egli appartiene alla casta dei guerrieri, un guerriero ascetico che ha aperto una strada da solo con le proprie forze. Contrariamente all’interpretazione data dai rappresentanti religiosi del Buddismo, “come semplice codice morale basato sulla compassione, sull’umanesimo e sull’essersi sottratto alla vita perché è una “superstizione” considerata esogena, profana e superficiale”.

Il significato primario del termine esercizio – da askeo, “allenare” – era semplicemente l’allenamento e, in senso romano, la disciplina. Il termine indo-ariano corrispondente è tapas e ha un significato simile, con la differenza che la radice tap, che significa “essere caldo” o “brillare”, contiene anche l’idea di una concentrazione intensa e feroce di bagliore, come di fuoco.

Con lo sviluppo della civiltà occidentale, tuttavia, il termine esercizio ha assunto un significato particolare, diverso da quello originario. Non solo assume un significato esclusivamente religioso, ma dallo stile generale di fede e di dottrina religiosa che si è imposto nel mondo occidentale, l’ascesi è indissolubilmente legata a idee che hanno a che fare con la mortificazione e l’umiliazione della carne, oltre che con la dolorosa e sofferta rinuncia al mondo: è venuta così a rappresentare il metodo con cui questa fede viene abitualmente propugnata e sostenuta come la più appropriata per ottenere la “salvezza” e riconciliare l’uomo con il suo creatore, sempre oberato dai peccati primari.

“L’odio del cristianesimo primitivo per ogni forma di spiritualità fecondante, il suo bollare come follia e peccato d’orgoglio tutto ciò che può aiutare in una trascendenza attiva della condizione umana, esprimono in modo chiaro la mancanza di comprensione del simbolo eroico.

Il potenziale che la nuova fede sapeva produrre tra coloro che sentivano il mistero vivo di Cristo, il Salvatore, e da questo traevano la forza per una frenesia di martirio, non impedisce che l’avvento del cristianesimo significhi una caduta. Con questo potenziale complessivo, si verificò una forma speciale di quella castrazione che appartiene ai cicli lunari-sacerdotali.

L’attuale crisi delle religioni occidentali basate sulla fede è ben nota a tutti e non è necessario sottolineare il carattere totalmente secolare, materialista e samsarico della mentalità che domina i nostri tempi moderni. È lecito chiedersi, in queste condizioni, quale sistema, basato rigorosamente sulla conoscenza, libero da elementi sia di fede che di mentalismo, non legato a una tradizione organizzata localmente, ma anzi diretto verso l’istintivo, potrebbe offrire. È evidente che questa via si adatta solo a una piccolissima minoranza, dotata del dono di un eccezionale potere interiore”.

Il tentativo di Evola di presentare l’uomo come una persona totalmente spirituale, che lotta sul campo di battaglia e non rinuncia vigliaccamente alle avventure della vita, è in linea con il suo ideale di vincere la resistenza fisica con la forza della volontà e con l’obiettivo di risvegliarsi dalle illusioni. La sua determinazione – è meglio morire combattendo che vivere sconfitti – pone l’uomo di fronte alla responsabilità della propria esistenza, distaccandolo dallo spirito non autoesistente e dipendente del materialismo.

“La conoscenza in un testo è paragonata al lampo di un fulmine. Si viene esortati ad ‘alzarsi e svegliarsi’ quando ci si rende conto della propria passività, della propria pigrizia, del non lasciar passare il momento – se si lasciasse passare il momento giusto, quel momento in cui si potrebbe superare il potere a cui sono soggetti sia gli uomini che gli dei, il demone della morte confermerebbe il suo potere. Dobbiamo entrare in battaglia ogni giorno: domani potremmo non esistere. Non c’è tregua per noi con il grande esercito della morte. Solo chi vive in questo modo, chi lotta instancabilmente giorno e notte, raggiunge la beatitudine, ottiene la beatitudine e viene chiamato saggio benedetto”.

La natura del divenire inconsistente e transitorio è intesa come un flusso, una corrente, qualcosa che non inizia con la nascita né si interrompe con la morte. Quando le condizioni che hanno determinato la combinazione di elementi e stati in un germoglio non sono più efficaci, l’individuo in quanto tale cioè in quanto individuo particolare si dissolve, si consuma e ritorna, secondo le inclinazioni e le predisposizioni, a un nuovo “nome e forma”, né assolutamente simile né assolutamente diverso – modellato, determinato e dipendente dal contenuto, che è transitorio. La vita stessa, quindi, si modella e si anastomizza, in modo autocontinuo, incessante e indefinito, in un ciclo impersonale ed eterno di desiderio e sete di creazione e distruzione. Il ciclo delle nascite, delle scarificazioni e delle necessità.

Così vediamo che l’eredità, al di là degli accenni a una direzione biologica terrena, è vista come qualcosa di molto più vasto. Nel contesto più ampio di un processo di combustione e resurrezione, dove generi, razze, specie sono ora collocati, in una catena di predisposizioni e desideri, identificati con l’illusione dell’ego, ma essenzialmente soggetti al non-sé.

Anche la presenza di un’entità, un “demone”, che ha un’esistenza pre e inter-natale, alimentata dal “desiderio” e portata da impulsi alimentati da altre vite, e che cerca di manifestarsi in una nuova esistenza attraverso il processo di una nuova “combustione”, è percepita dall’occhio sovrasensoriale. È una vita che non si esaurisce tra i confini dell’individuo, ma che è piuttosto vista come la “vita” di questa vita e che è associata ai concetti di “demone”, “doppio” e “genio” in varie mitologie ed è registrata come una presenza necessaria, oltre a quella dei genitori, perché avvenga una nascita.

“Se vogliamo trovare l’origine del fuoco che arde con un determinato ceppo, sarebbe assurdo cercare l’origine dell’albero da cui il ceppo proviene, e della foresta a cui l’albero appartiene, e così via – al massimo potremmo scoprire la qualità del combustibile. L’origine del fuoco, invece, va ricercata nella natura del fuoco stesso, e non in quella del legno, cercando la scintilla che ha acceso la fiamma, e poi la fiamma da cui è scaturita la scintilla, e così via. Allo stesso modo, l’eredità “diretta” più sostanziale e vera di una persona non si trova nella genealogia dei suoi genitori terreni. Gli esseri umani sono eredi, successori e figli di atti, non di un padre e di una madre. Accanto all’eredità del proprio corpo, c’è l’eredità samsarica e infine c’è la sua eredità, che è il principio ‘dall’alto’ oscurato dall’ignoranza”.

“Partendo dalla premessa fondamentale che il praticante dell’insegnamento è veramente umano, e tenendo conto del fatto che non tutti coloro che sembrano essere umani sono veramente “umani”, a seconda di come le forze elementari plasmano le varie specie, abbiamo l’impulso primario per il risveglio. Questa possibilità è possibile proprio negli esseri umani ed è legata a una libertà fondamentale che trascende persino il livello degli “dei”. Questo, a causa della dualità della sua natura, in parte mortale, dipendente e posseduta e in parte ed essenzialmente immortale, gli dà la possibilità di raggiungere il culmine sovra-teistico, che è appunto una “liberazione sublime”.

“Ci sono alcuni che in certi momenti riescono a staccarsi da se stessi, a trovarsi sotto la superficie, sotto le oscure profondità del potere che governa il loro corpo e dove questo potere perde il suo nome e la sua identità. Hanno la sensazione di questa forza che si estende e racchiude l’io e il non io, che satura tutta la natura, che sostiene e documenta il tempo, che sostiene miriadi di esseri come ubriachi o deliranti di sostanze tossiche, che si reinstalla in mille forme, irresistibile, inespugnabile, indomabile, inesauribile, illimitata, che brucia di un’eterna inadeguatezza e senso di fame.

Chi raggiunge questa terribile realizzazione, come un abisso che si apre all’improvviso, afferra il mistero del samsara e della coscienza samsarica e realizza e vive pienamente l’insegnamento della non autosufficienza, del “non sé”. Il passaggio dalla pura coscienza individuale a questa coscienza samsarica che contiene vaghe possibilità di vita, sia infernale che celeste – questa, infatti, è la base dell’insegnamento del Risveglio”.

Evola stesso operò in un’epoca de-idealizzata rispetto allo spirito tradizionale delle antiche civiltà eroiche. La razza umana, avendo assimilato come vero il suo attaccamento a uno spirito religioso di tipo passivo e lunare, ha subito nel suo nucleo un livellamento del suo principio attivo solare e ha rinunciato al suo potenziale di liberazione immediata. L’anima dell’uomo moderno ha cessato di percepire e discernere istintivamente e direttamente quelle energie che lo collocavano nel pantheon degli eroi ed è caduta in una massiccia frenesia di illusione, martirio, violenza ed espiazione da parte di agenti esterni e profani. La domanda che sorge è se l’uomo si sia volontariamente redento creando e perpetuando la sua elaborata prigione secolare con il suo stile di vita irresponsabile e inerte, oppure se sia stato espulso dal suo centro metafisico, frammentato ed esiliato dall’istinto e dalla fonte.

Parlano del “tumulo, al di là del quale anche la notte sembra giorno, poiché il mondo del brahman è luce immutabile“, un tumulo composto da atma contro il quale né il decadimento, né la morte, né il dolore, né le buone azioni, né le azioni malvagie possono prevalere. Si parla della “via degli dei” che conduce dopo la morte all’assoluto e all’istintivo, al quale non c’è ritorno. Ma allo stesso tempo si prende in considerazione un’altra via, lungo la quale si ritorna, LA PERSONA DOPO LA MORTE SIGA SIGA È SOSPESA IN DIVERSI DEI PER I QUALI SI FA UN’ALIMENTAZIONE, IN MODO CHE SIA FINALMENTE RILASCIATA SULLA TERRA. Nei testi antichi non si considera la possibilità di una liberazione per chi percorre questa seconda via”.

“Siamo, oggi, alla fine di un ciclo. Per secoli, senza rendersene conto all’inizio, molteplici sviluppi hanno distrutto in Occidente ogni ordine naturale e giuridico, e hanno legittimato ogni concezione elevata della vita, dell’azione, della conoscenza e della lotta. Il movimento di questa caduta, la sua velocità, la sua assurdità, è stato chiamato progresso. Oggi siamo in mezzo a un mondo di rovine. La domanda è questa: ci sono persone che stanno in piedi tra queste rovine? E cosa dovrebbero, cosa possono fare queste persone?

Come spirito c’è qualcosa che può servire da mantello ai nostri poteri, poteri di Rinascita e Rettificazione: è lo Spirito del Cavaliere. È l’atteggiamento di chi ha saputo combattere anche se sapeva che la battaglia era “materialmente” persa. Chi ha saputo dare forza alle parole dell’antico detto “la fede è più forte del fuoco”. Dobbiamo essere messi alla prova. Dobbiamo sapere chi siamo. Di fronte a un mondo inondato di noia e al principio che “prima viene lo stomaco e poi le autorità” dobbiamo resistere. Non possiamo fare altrimenti. Questa è la nostra strada.

Julius Evola

Fonte: Archivi Privati

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