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La Follia Della Normalita MINIAT (2)

Anestesia generale

“La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.”
CORRADO ALVARO

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Anestesia generale

Si definisce follia ciò che trabocca, ciò che non rientra più nelle categorie ben definite della comoda razionalità. Ma forse l’unica vera irragionevolezza nasce proprio lì: quando il cuore, quel muscolo indisciplinato, inizia a pensare più velocemente della testa. Si vive allora troppo intensamente, troppo realisticamente, troppo vicino alla realtà. Si soffre di più, sì, ma è il prezzo della lucidità. Il mondo preferisce gli spiriti freddi, ordinati, impermeabili.

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Chi reagisce ancora viene considerato pazzo. Chi non ha messo il proprio cuore in stand-by per permettere alla macchina sociale di funzionare senza intoppi. La follia, oggi, non è delirare: è rifiutare l’anestesia. È sentire troppo forte in un mondo che valorizza l’insensibilità come competenza professionale.

Quando il cuore è colpito, non chiede il permesso. Non rispetta né le convenzioni linguistiche né le buone maniere. Mette il dito dove fa male, proprio dove tutti hanno giurato di non guardare più. E subito si parla di irragionevolezza. Si psichiatrizzerà ciò che è solo un eccesso di lucidità. Si chiamerà “instabilità” il semplice fatto di non accettare l’inaccettabile.

La normalità contemporanea si basa su un patto tacito: non provare troppe emozioni, non pensare troppo e, soprattutto, non collegare le due cose. Il cuore è tollerato fintanto che rimane decorativo, un supplemento d’anima per i discorsi di fine anno. Ma se si intromette davvero, se interferisce con i numeri, le decisioni, le rinunce, diventa un pericolo pubblico.

Il pazzo, in questo mondo, non è colui che perde il controllo. È colui che rifiuta di perdere il senso. Colui che non si accontenta di mezze verità, di bugie educate, di codardia collettiva mascherata da pragmatismo. Toccare il cuore significa rompere l’equilibrio degli ipocriti. È ricordare che dietro ai sistemi ci sono delle scelte; dietro alle scelte, delle responsabilità; e dietro alle responsabilità, dei volti.

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Si preferiscono quindi i cuori aridi. Costano meno. Protestano meno. Accettano l’assurdo purché sia ben presentato. Si indignano su comando e dimenticano su istruzione. Chiamano «maturità» ciò che spesso non è altro che una resa prolungata. E guardano con un misto di disprezzo e preoccupazione coloro che, evidentemente, non hanno ricevuto l’aggiornamento.

Ma c’è una semplice verità: sono i cuori toccati che rimangono in piedi quando tutto crolla. Non perché sono più forti, ma perché non hanno reciso il legame con ciò che fa male. Il dolore non è un bug, è un segnale. Ignorarlo non ha mai risolto nulla.

Quindi sì, quando il cuore è colpito, si vacilla. Ci si arrabbia. Si disturba. Si diventa insociabili. A volte si perde il senso della misura, ma è perché il mondo ha perso il suo da tempo. Questa “follia” non è una patologia: è una reazione sana a un ambiente malato.

Se questo significa essere pazzi, allora il vero pericolo non è l’eccesso di sensibilità, ma la sua assenza. Coloro che non provano più nulla non urlano: sorridono. E nel frattempo, il mondo si svuota fino a diventare un vuoto.

Il cuore colpito non è un problema da risolvere. È un richiamo alla vita.

Amal Dejebbar

Fonte: amaldjebbar.wordpress.com

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