Democrazia, sadismo e sindrome di Stoccolma
Amare i propri carcerieri è diventato uno stile di vita e purtroppo pochi se ne sono accorti. 🙁
Toba60
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Democrazia, sadismo e sindrome di Stoccolma
La violenza inflitta agli altri è una promessa di violenza nei nostri confronti
Attraverso le loro politiche estere, le democrazie rappresentative occidentali ci rivelano la loro vera natura e ci mostrano ciò che sono in fondo: un’impresa di dominio e di sfruttamento dell’«altro» da parte di una casta che ha bisogno di sentire il potere che esercita facendo soffrire anime innocenti oltre quanto sia necessario per affermare e consolidare tale dominio e tale sfruttamento.

Se gli omicidi di massa commessi dalle nostre democrazie in Serbia, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria, in Ucraina, ecc. fossero solo le conseguenze sfortunate di obiettivi geopolitici legittimi e morali, potremmo rassicurarci un po’ e non vedere nei corpi martoriati di donne e bambini lasciati a marcire sotto le nostre armi o quelle dei nostri alleati in particolare wahhabiti (nello Yemen) e sionisti (in Palestina) — che danni collaterali di nobili intenzioni, i mali e le disgrazie ineluttabili di un bene necessario all’affermazione dei principi democratici.
Ma sappiamo, o dovremmo sapere, che quando i nostri democratici dalle mani sporche cioè i nostri rappresentanti uccidono innocenti a nostro nome, sono i nostri simili che uccidono così impunemente per consolidare un potere che già possiedono e per godere ancora un po’ di più dell’ebbrezza capitalista e materialista a cui si abbandonano da tempo.
L’entità della violenza impiegata è tale, la sproporzione tra gli obiettivi e i mezzi utilizzati è così grande, che il male inflitto non può essere giustificato solo da obiettivi militari e geopolitici pratici — che servano o meno a imperativi democratici o oligarchici. C’è un eccesso di violenza che non può essere giustificato dalla necessità di ottenere una vittoria certa sul campo di battaglia. Il livello delle sofferenze inflitte è talmente al di là dell’umano che bisogna cercare altrove le spiegazioni di questa sproporzione.
La violenza esercitata non è, evidentemente, chirurgica e funzionale, ma sadica ed eccessiva. Una sorta di orgia mortifera accompagna le conquiste dell’Occidente fatta di stupri, massacri di massa, torture che cerca nel caos e nella desolazione il senso della propria esistenza, le prove del proprio dominio e il piacere perverso di far soffrire e vedere soffrire gli altri.
Per l’Occidente si tratta, da un lato, (i) di sottomettere l’anima e i corpi dei popoli sconfitti e di rallegrarsene fragorosamente nel corso di banchetti mediatici e pornografici, il che va da sé, ma, dall’altro, in modo più subdolo, (ii) di piegare la coscienza dei cittadini occidentali e di instillare nella loro psiche il terrore di una violenza irrazionale, sproporzionata e senza limiti che potrebbero a loro volta subire se dovessero dichiararsi insoddisfatti della democrazia rappresentativa occidentale e dei suoi rappresentanti.
I cittadini delle democrazie rappresentative occidentali sono potenziali vittime che, avendo visto di quale brutalità sono capaci i loro governanti nei confronti degli «altri», non possono fare altro che tacere di fronte allo spettacolo delle vittime reali, se non vogliono rischiare di aprire le porte dell’inferno per sé stessi e per i propri cari.
La violenza inflitta agli altri è una promessa di violenza nei nostri confronti. Così, votiamo per i nostri «potenziali» aguzzini perché sentiamo che, se non riconosciamo i nostri padroni per quello che sono — i nostri signori —, ci sacrificheranno. Accettiamo le sconfitte e le umiliazioni continue perché sappiamo di cosa sono capaci. Interiorizziamo tutto questo e ci comportiamo da bravi cittadini rispettosi dell’ordine oligarchico, concedendoci solo i diritti di voto e di manifestare — quei diritti “impotenti” — per liberarci delle nostre paure senza mai liberarci delle nostre catene. Questo va anche oltre: finiamo per sposare il discorso dei nostri padroni democratici e trovare mille e una scusa per i crimini che commettono.
La «democrazia» non è altro che un altro nome (politicamente e psicologicamente accettabile) della sindrome di Stoccolma, di cui siamo vittime vili e consenzienti.
Nevrosi democratiche
Dall’inizio della crisi del Covid-19, non è più solo la politica estera dei nostri paesi occidentali a mettere a nudo in modo lampante la vera natura dei nostri regimi. La tirannia sanitaria imposta dai nostri governi per oltre due anni ci ha dimostrato di cosa fossero capaci all’interno delle frontiere delle nostre «democrazie».
Durante tutto questo periodo interminabile, i nostri governanti hanno dato prova di un sadismo compiaciuto e spudorato, misto a una gioia manifesta, se non addirittura a un giubilo sfrenato, di fronte allo spettacolo deplorevole e odioso dei loro popoli obbedienti e remissivi.

La sindrome di Stoccolma si è manifestata in modo eclatante attraverso l’accettazione quasi unanime delle mascherine, delle misure sanitarie orwelliane di ogni genere e delle vaccinazioni sperimentali da parte di popoli sbalorditi, storditi e sottomessi (ma anche felici, e talvolta orgogliosi, della propria miseria e delle proprie sofferenze).
I popoli occidentali hanno accettato senza battere ciglio (salvo qualche eccezione isolata) le torture (morali, psicologiche e anche fisiche) che sono state loro inflitte dalle élite al potere. Non solo hanno trovato delle scuse per giustificarle, ma hanno anche preso le difese, a volte con zelo, dei propri aguzzini.
Negli ultimi anni sono emersi altri casi di questa sindrome. Tra questi si possono citare alcuni dei più riprovevoli della nostra epoca contemporanea:
1) Il gesto di inginocchiarsi compiuto da poliziotti, calciatori e docenti universitari di fronte alle minacciose esortazioni del movimento estremista (se non addirittura terroristico) Black Lives Matter;
2) La diffusione di discorsi basati sul genere che ci inducono (soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito) ad accettare l’uso di pronomi inadeguati e assurdi per riferirci all’altro;
3) Accettazione e legittimazione della «teoria critica della razza» e disprezzo dell’uomo bianco occidentale eterosessuale, che è portato a vedersi e a considerarsi come l’incarnazione del male (in un certo senso, colpevole di essere vittima del proprio senso di colpa), razzista per natura e incapace, per definizione, di assumere lo status di vittima del razzismo.
Tutte queste manifestazioni, che hanno trovato espressione all’interno del glacis democratico occidentale sono, se le si osserva con l’occhio del medico legale che esamina il corpo sociale in decomposizione, i pruriti delle nevrosi democratiche che abbiamo accettato di coltivare anziché combattere.
Nella sindrome di Stoccolma si manifesta un chiaro carattere patologico: abbiamo fatto nostre le nevrosi dei nostri leader e abbiamo rinunciato a ogni nostra dignità accettando di diventare i loro capri espiatori (il rovescio del sadismo che si traduce in una sottomissione masochistica).
La sindrome di Stoccolma ha qualcosa di ancora più abietto della semplice servitù volontaria. In quest’ultima, infatti, non vi è necessariamente un’adesione al discorso e ai valori del carnefice, né uno sforzo per legittimare le sue violenze e la sua perversità. Chi è affetto dalla sindrome di Stoccolma nelle nostre società democratiche (il borghese urbano colto ne è un esempio lampante) si offre volentieri in aiuto dei propri oppressori e perseguita con la sua vendetta più rabbiosa chiunque tenti di strapparlo dalla loro morsa e dalla sua dipendenza dal tiranno.
I regimi democratici occidentali contemporanei sono diventati delle nevrosi collettive, di cui la sindrome di Stoccolma costituisce una delle manifestazioni più eclatanti e terrificanti.
Fonte: lidiotduvillage.org
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