Come Instagram ha ucciso la libertà, da Sade all’algoritmo, l’ascesa del totalismo pulsionale
Ma vi siete mai guardati attorno? Zombi che dialogano con una sottile scatoletta in mano sull’orecchio e che si dimenticano di essere al mondo credendo pure di essere in vita. 🙁
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Come Instagram ha ucciso la libertà
Dal 2010, anno del rilascio pubblico di Instagram, il mondo è cambiato. È cambiato il modo in cui usiamo il nostro tempo libero, quello in cui costruiamo le nostre relazioni sociali, quello in cui comunichiamo.

Sapete già tutto questo. Ma due altre cose forse, meno evidenti sono cambiate.
La prima riguarda il modo in cui Instagram seleziona i contenuti da mostrarci. Inizialmente, la questione era semplice: vedevamo le foto degli utenti a cui avevamo messo il “segui”. Oggi, algoritmi progettati per renderci dipendenti dai social ci indirizzano in un tunnel infinito di contenuti ad alta carica emotiva: guerra, violenza, scandalo, stili di vita faraonici, bellezza apollinea.
La seconda è una conseguenza della prima: passiamo sempre più tempo online, consumando quel tipo di contenuti. Nel lungo periodo, questo provoca un cambiamento non solo nelle nostre abitudini, ma anche nei nostri valori.
Giorno dopo giorno, stiamo venendo educati a vivere in un totalitarismo pulsionale.
Un sistema di controllo che fa leva sui nostri istinti più profondi, e si impone senza il bisogno della forza fisica. La libertà – quella vera – viene sostituita da una libertà fittizia, svuotata e riservata solo a pochi eletti.
Lo so: potreste pensare che sto esagerando. Cercherò di convincervi del contrario. E, per farlo, torneremo nel Settecento.
Cos’è la libertà?
Per capire perché Instagram sta uccidendo la libertà, dobbiamo prima darne una definizione concreta.
Ci sono due modi di concepire il termine.
Alcuni, come il marchese de Sade (1740-1814) avevano un’interpretazione radicale della libertà. Il termine “sadismo” deriva da lui: il marchese si dilettava nella scrittura di opere letterarie colme di violenza estrema.

Per de Sade, l’unico modo dell’uomo per raggiungere la reale felicità è seguire le proprie pulsioni naturali; non importa quanto estreme esse siano.
Non esiste una legge morale o divina al di sopra di ciò che la natura ci indica. Anche quando ciò prevede la sopraffazione, la violenza o l’odio sugli altri individui. Se il mio istinto naturale mi dice di rapinare un negozio, è perfettamente accettabile seguirlo.
La libertà di Sade è quindi individuale e totale.
Il secondo modo di intendere la libertà ci viene fornito da un filosofo molto più celebre di Sade: Immanuel Kant (1724-1804).

Per Kant, la libertà è tale solo se incontra un limite. E quel limite riguarda la libertà di tutte le altre persone: non posso seguire il mio istinto naturale di rapinare in negozio, in quanto quell’istinto viola il diritto di un altro. O, come vi hanno sicuramente detto a scuola, “la tua libertà finisce dove inizia quella di un altro”.
La libertà di Kant è quindi collettiva e limitata.
Potrete facilmente constatare perché, per lungo tempo, la nostra società abbia scelto prevalentemente la strada di Kant. Come potremmo sopravvivere e progredire se ognuno si comportasse come se vivessimo nel regno animale?
La libertà totale di Sade porterebbe a un continuo “tutti contro tutti” in cui prevarrebbero i più forti, prepotenti o fortunati, trasformandosi ben presto in una tirannia della minoranza. La libertà di Kant è, di fatto, l’unica vera libertà attuabile in una società. Eppure, piattaforme come Instagram agiscono come acceleratore culturale della visione di Sade, alimentando e cronicizzando gli istinti delle persone: paura, bisogno d’approvazione, invidia, scontro, individualismo competitivo. E, con essi, l’ascesa di una nuova tirannia.
La vendetta di Sade: il totalitarismo pulsionale
Nell’ultima riga di questo post abbiamo accennato al concetto di totalitarismo pulsionale: un sistema di controllo che non si impone con la forza, ma con lo sfruttamento dei nostri istinti più profondi. O, se volete la definizione formale, come: forma di potere nella quale il controllo non avviene principalmente attraverso l’imposizione di un’ideologia, ma attraverso la selezione, l’amplificazione e la monetizzazione delle pulsioni individuali. Questo nuovo sistema di controllo si serve di due strumenti formidabili: lo smartphone e l’algoritmo (per inciso, Sade li avrebbe amati).
Vediamo come funziona.¹
Come diceva Aristotele, diventiamo ciò che facciamo ripetutamente. Senza che lo notiamo, l’algoritmo ci sta allenando a considerare normali e legittimi istinti che comportano la sistematica violazione della libertà altrui. In altre parole, perdiamo la capacità di riconoscere i limiti che rendono possibile la libertà di Kant.

Ogni volta che vedete un contenuto che esalta uno stile di vita da nababbo jet privati, borse da diecimila euro, un’esistenza fatta solo di conquiste materiali state allenando l’istinto all’invidia e alla sopraffazione economica: non importa come, basta avere di più degli altri.
Ogni volta che vedete un corpo giudicato, votato, messo a confronto con altri in un “chi è più attraente tra questi due”, state allenando l’istinto a trattare una persona reale, spesso ignara di essere lì, come un prodotto da valutare con un voto.
Ogni volta che un contenuto politico riduce chi la pensa diversamente a una macchietta da ridicolizzare, state allenando l’istinto a considerare l’altro un bersaglio, non un interlocutore.
La lista potrebbe andare avanti all’infinito.
Se lo applichiamo ai miliardi di persone che frequentano i social ogni giorno, questo processo insinua nella società una legittimazione della violenza, della prevaricazione sull’altro e della mancanza di ogni limite reciproco. Paradossalmente, la finta libertà promossa dai social comporta la fine della vera libertà: noi impariamo a violare la libertà altrui; ma gli altri imparano a violare la nostra.
Il risultato? Nessuno di noi è più realmente libero.
Diventiamo schiavi dei nostri istinti animaleschi, delle nostre paure e delle nostre ansie. E, cosa peggiore, di chi decide quale di questi sentimenti amplificare, e quando, per i propri scopi. La libertà che Instagram ci ha venduto è quella di Sade, non quella di Kant.
Ma, tra uno scroll e l’altro, possiamo ancora imparare a seguire la seconda.
Lazarus
Fonte: lazarusgd.substack.com
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