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L’impero invisibile della conquista globale

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L’impero invisibile

Per decenni, una narrativa dominante ha presentato l’integrazione economica globale come un orizzonte naturale e auspicabile, caratterizzato dalla fluidità degli scambi, dalla scomparsa delle barriere e da una maggiore efficienza dei mercati. Sotto questa superficie di ovvietà si è tuttavia consolidato un insieme di meccanismi molto più opachi, in cui la circolazione dei capitali ha progressivamente preso il sopravvento su ogni altra considerazione politica o sociale.

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Questo cambiamento ha ridefinito i rapporti tra Stati, attori economici e istituzioni finanziarie, instaurando un’asimmetria duratura tra la velocità dei flussi e la capacità di controllo democratico. È proprio in questo divario che si è strutturato un sistema globale di accaparramento e ridistribuzione della ricchezza, i cui effetti non costituiscono più un’eccezione, ma la logica generale del sistema.

La promessa iniziale era allettante: un pianeta finalmente razionalizzato, liberato dagli ingombri statali, in cui i capitali circolassero liberamente per alimentare l’innovazione, stimolare la crescita e avvicinare i popoli. Questa favola è servita da bussola ideologica alla globalizzazione contemporanea. Ma dietro il linguaggio edulcorato dell’«apertura» e della «modernizzazione», si è verificata una trasformazione molto più radicale con il progressivo smantellamento delle sovranità politiche a favore di un principio unico, assoluto, quasi sacralizzato: la libera circolazione dei capitali, indipendentemente dalla loro origine, destinazione, natura o dagli effetti che producono.

La divulgazione del caso Epstein ha svolto, a questo proposito, un ruolo di brutale rivelatore, non creando una nuova realtà, ma costringendo a individuare con maggiore precisione gli attori e i meccanismi di un sistema solitamente frammentato dal segreto e dalla reputazione. Il caso di Jeffrey Epstein e della sua rete sociale, finanziaria e istituzionale ha messo in luce il modo in cui i flussi di capitali, favori e influenze possono avvalersi di strutture perfettamente integrate nelle élite economiche e politiche internazionali. Non si tratta di entità marginali, ma di connessioni con figure di primo piano, banche, fondazioni, università prestigiose e intermediari finanziari che operano nelle zone grigie della legge.

Il punto cruciale non è solo la natura criminale degli atti venuti alla luce, ma la continuità degli ambienti in cui essi hanno potuto svilupparsi grazie alla gestione di patrimoni tramite strutture offshore, al ricorso a trust opachi, l’uso di aerei privati precedentemente di proprietà della CIA, di isole giuridicamente isolate come Little Saint James e, soprattutto, l’inserimento in reti in cui si intrecciano finanza, potere politico e mondanità internazionale. Istituzioni finanziarie come J.P. Morgan sono state del resto messe sotto accusa per il loro ruolo nell’aver agevolato o per la mancanza di vigilanza su alcuni flussi legati a Epstein, a dimostrazione, ancora una volta, della porosità tra la gestione patrimoniale dei super ricchi e i requisiti di conformità.

Ciò che rende questo caso particolarmente significativo è che non si limita a uno scandalo isolato, ma funge da lente d’ingrandimento sui meccanismi già osservati altrove. Dimostra come reti molto chiuse possano fungere da zone di intermediazione tra capitali leciti e attività criminali o predatorie, beneficiando al contempo di un’impunità legata alla loro vicinanza alle sfere del potere. In questo senso, il caso Epstein non si limita ad aggiungere un ulteriore «caso» all’elenco degli scandali, ma contribuisce a rendere identificabile e visibile una struttura operativa internazionale in cui l’opacità, la circolazione del denaro e l’asimmetria delle tutele giuridiche costituiscono la norma implicita.

Prendiamo un altro esempio emblematico di questo sistema con le rivelazioni dei Panama Papers (2016), provenienti dallo studio legale Mossack Fonseca. Esse hanno messo in luce la portata sistemica delle società offshore, utilizzate da migliaia di personalità politiche, uomini d’affari e intermediari per occultare patrimoni e identità. Anche in questo caso, non si è trattato di un caso fortuito, né di un’anomalia marginale, bensì di un’infrastruttura globale di segretezza, manipolazione finanziaria e abusi di informazioni privilegiate perfettamente integrata nel normale funzionamento della finanza internazionale.

Sulla stessa linea, i Paradise Papers hanno rivelato come alcune grandi multinazionali — tra cui Apple, Nike e Uber ottimizzassero in modo aggressivo il proprio regime fiscale attraverso complessi meccanismi, sfruttando le asimmetrie giuridiche tra le diverse giurisdizioni. Apple, ad esempio, ha a lungo convogliato parte dei propri profitti europei attraverso l’Irlanda, approfittando di accordi fiscali estremamente vantaggiosi approvati all’epoca dalle autorità locali.

Un altro esempio emblematico è lo scandalo LuxLeaks, che ha portato alla luce centinaia di “tax rulings” segreti in Lussemburgo, consentendo alle multinazionali di ridurre il proprio carico fiscale a livelli irrisori, talvolta inferiori all’1%. Anche in questo caso non si trattava di elusione fiscale clandestina, bensì di meccanismi legalizzati, negoziati e approvati proprio all’interno di uno Stato membro dell’Unione europea.

Il caso della Danske Bank in Estonia è ancora più rivelatore della portata del fenomeno, poiché attraverso la sua filiale sono transitate transazioni sospette per centinaia di miliardi di euro, che coinvolgevano flussi provenienti in particolare dall’area post-sovietica. Per anni, i meccanismi di controllo interno ed esterno hanno fallito o non sono stati attivati con il rigore previsto.

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Ciò che i detentori di capitali e i loro interlocutori istituzionali definiscono con cauta eufemismo “ottimizzazione fiscale” rientra, di fatto, in un ribaltamento semantico accuratamente alimentato, poiché non si tratta di una strategia neutra volta a favorire la competitività, ma di un insieme di meccanismi sistematici di elusione fiscale, trasferimento artificiale degli utili ed evasione organizzata del contributo collettivo. In altre parole, un prelievo metodico di ricchezza dai circuiti pubblici, legalizzato dalla complessità stessa dei dispositivi che lo rendono possibile. 

Su larga scala, ciò che viene presentato come razionalità economica appare allora per quello che è, ovvero un’appropriazione strutturata delle risorse prodotte dal lavoro collettivo, a scapito degli Stati e delle popolazioni che ne garantiscono tuttavia le condizioni materiali di esistenza. In questa logica, i paradisi fiscali non sono né casi fortuiti di geografia né semplici zone di concorrenza normativa, ma infrastrutture attive di opacità e occultamento: piattaforme di ricettazione finanziaria dove vengono riciclati capitali leciti e illeciti, dove l’origine dei fondi viene volutamente confusa e dove la tassa — quindi la ridistribuzione democratica viene sistematicamente neutralizzata a vantaggio di una minoranza in grado di acquistare il diritto all’invisibilità.

Ma anche i meccanismi che dovrebbero garantire la fiducia nel sistema possono crollare dall’interno, come ha dimostrato il caso Wirecard in Germania, che ha messo in luce come un’azienda presentata come fiore all’occhiello del fintech europeo sia riuscita a nascondere miliardi di euro inesistenti, con la complicità di reti di revisione contabile, regolamentazione e intermediazione finanziaria.

Attraverso questi esempi, emerge un quadro coerente di malversazioni legalizzate. Lungi dall’essere una serie di «malfunzionamenti», questi casi rivelano soprattutto una continuità strutturale in cui la circolazione globale dei capitali si basa su una stratificazione di intermediari banche, studi legali, paradisi fiscali, trust opachi che rendono progressivamente indistinguibile l’origine dei fondi.

Le piazze finanziarie come la Svizzera, il Lussemburgo, le Isole Cayman o le Isole Vergini britanniche non sono margini del sistema, poiché ne costituiscono nodi essenziali. Forniscono l’infrastruttura giuridica della non tracciabilità, in un mondo che promuove la sorveglianza algoritmica di tutti i cittadini ma garantisce totale impunità ai veri «technogangster», che si sono arrogati le redini del potere, consentendo la coesistenza permanente tra economia legale e flussi illeciti. 

In questo contesto, il concetto stesso di sovranità diventa fragile, se non addirittura inesistente. Gli Stati non controllano più totalmente i propri flussi finanziari in entrata e in uscita, ma negoziano la propria integrazione in reti globali, dove la competitività fiscale diventa un vincolo strutturale. La concorrenza tra giurisdizioni spinge all’allentamento delle norme, alla flessibilizzazione dei controlli, all’accettazione di dispositivi che, presi singolarmente, sembrano di natura tecnica ma che, nel loro insieme, producono una continua erosione della capacità di regolamentazione.

Non è quindi solo la “globalizzazione” in quanto concetto astratto a essere in discussione, ma proprio la forma concreta che essa ha assunto, ovvero quella di uno spazio finanziario disonesto e integrato, in cui la mobilità dei capitali prevale su ogni altra considerazione e in cui gli strumenti di controllo democratico risultano strutturalmente in ritardo rispetto alla sofisticazione dei circuiti economici. 

Perché bisogna smetterla di fingere sorpresa. Il mercato finanziario fuorilegge non è un’anomalia del sistema, ma ne è uno dei motori più efficienti. Lubrificato dai profitti della grande criminalità, alimentato dalle zone grigie del diritto internazionale, si colloca proprio al centro dell’espansione capitalista e predatoria contemporanea. E attorno a questo arcipelago planetario del riciclaggio di denaro sporco, i ruoli sono distribuiti con calcolata precisione: governi, mafie, grandi banche e multinazionali non si oppongono, ma si uniscono, si adattano e cooperano.

Si parla, con discrezione, di disfunzioni, scandali o casi. Come se si trattasse di incidenti isolati, di deviazioni deplorevoli in un sistema nel complesso sano. Oggi un paese, domani una banca, altrove un cartello: la criminalità finanziaria viene frammentata in episodi, resa incomprensibile dalla stessa narrazione mediatica e politica. Questa frammentazione non è casuale, è una strategia. Impedisce di vedere l’essenziale, che non è una serie di errori, ma un sistema coerente, costruito proprio come tale e che alimenta tutti i traffici globali. Questo squilibrio è diventato il cuore stesso del funzionamento di questo sistema. Un sistema mafioso in cui gli affari sono affari. Dove l’illecito e il lecito non si contrappongono più, ma si alimentano a vicenda. Dove i flussi finanziari illeciti non sono solo tollerati, ma assorbiti, riciclati e integrati. Dove la «buona governance» di facciata funge da paravento retorico per l’inazione organizzata.

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Perché la verità è proprio questa, nuda e scomoda, poiché l’intero sistema di accaparramento delle ricchezze da parte di un ristretto gruppo di persone malintenzionate e avide si basa su una triangolazione stabile e funzionale. Da un lato, le organizzazioni criminali generano profitti ingenti che devono essere riciclati. Dall’altro, le grandi multinazionali cercano di conquistare mercati, schiacciare la concorrenza, assicurarsi i propri contratti, talvolta ricorrendo a pratiche illecite. E tra i due, gli Stati, lungi dall’essere arbitri neutrali, oscillano tra complicità attiva, dipendenza finanziaria e rinuncia strategica.

Nel frattempo, una dottrina mafiosa, degna dell’epoca del proibizionismo e di Al Capone, regna implicitamente senza rivali, con tolleranza zero nei confronti dei più deboli, dei precari, dei vulnerabili; e repressione zero nei confronti dei potenti, di chi è organizzato e strutturato. Lo squilibrio non è una deriva, è una politica.

Al vertice di questa piramide rovesciata emerge con chiarezza un’evidenza: la criminalità finanziaria non è un’escrescenza periferica del capitalismo contemporaneo, ma ne costituisce una delle espressioni più costanti, uno dei suoi linguaggi ordinari, uno dei suoi meccanismi di riproduzione più efficaci. Non è ciò che lo contraddice, ma ciò che lo prolunga e lo stabilizza. Quella che viene definita con enfasi «economia mondiale» non è quindi un semplice spazio di scambio e produzione, ma un’architettura di appropriazione organizzata, un sofisticato dispositivo di occultamento e un sistema di ridistribuzione profondamente asimmetrico delle ricchezze prodotte dalla maggioranza.

In questo contesto, le figure che la storia popolare ha già definito dai  baroni ladri di un tempo ai predatori finanziari, passando per i techno-gangster  di oggi non rappresentano un’eccezione, ma una continuità. Il loro potere non deriva dalla loro marginalità, ma dalla loro integrazione nel cuore stesso dei circuiti legali, istituzionali e bancari. Ciò che si è globalizzato non è solo il commercio o l’innovazione, ma una logica di fredda predazione, che trasforma la fluidità dei capitali in uno strumento di espropriazione su larga scala.

E tutto il resto come i discorsi sulla trasparenza, le indignazioni selettive, le riforme annunciate a intervalli regolari – non è altro che una scenografia curata nei minimi dettagli, in cui il fondale mutevole di un teatro in cui si finge di combattere ciò che, allo stesso tempo, struttura silenziosamente l’intera rappresentazione. Tutto ciò che resta al di fuori di questo non è altro che una messa in scena…

Phil BROQ.

Fonte: jevousauraisprevenu.blogspot.com & DeepWeb

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