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Sanzioni all’Iran: ecco come l’Italia (e l’Eni) cede a Usa e Israele

Ecco una lezione per i nostri dilettanti del sovranismo. Le sanzioni americane all’Iran, imposte dopo che Trump ha abbandonato l’accordo sul nucleare del 2015, stanno soffocando Teheran ma anche l’export delle imprese italiane, aziende del Sud comprese. Stiamo perdendo miliardi di dollari di esportazioni in un Paese dove l’Italia era fino a poco tempo fa il primo partner europeo. Ma la colpa non è soltanto degli Stati Uniti è anche nostra, come emerge da una conversazione con l’ambasciatore dell’Iran in Italia, Hamid Bayat.


Alcune cose le sapevamo ma una è davvero sorprendente, quasi inspiegabile. “Gli Usa _ dice l’ambasciatore_ hanno concesso esenzioni a 8 Paesi per importare petrolio da Teheran. Nel caso dell’Italia però non è il Paese a essere esentato ma una sola compagnia l’Eni, che non ha acquistato negli ultimi sei mesi neppure una goccia del petrolio di Teheran pur essendo un partner storico dell’Iran sin dai tempi di Mattei. Mi hanno telefonato diverse compagnie italiane interessate a importare il nostro petrolio ma purtroppo non ho potuto dare seguito alle loro richieste”.
La questione però non riguarda soltanto l’Eni ma costituisce un danno indiretto anche per le altre imprese italiane. Gli eventuali acquisti di petrolio iraniano dell’Eni avrebbero comunque potuto costituire un fondo italiano di entrate iraniane da utilizzare per le importazioni dalle aziende del nostro Paese, soprattutto piccole e medie imprese. Insomma potevamo aggirare in maniera autonoma e assolutamente legale le sanzioni ma ci siamo dati la zappa sui piedi. E’ evidente che l’Eni, attiva in Iran dagli anni Cinquanta e persino durante la guerra con l’Iraq, ha ceduto a un mix di pressioni e promesse americane.

Tanto per avere un’idea nel 2017 l’interscambio Italia-Iran era di oltre 5 miliardi di euro di cui 1,8 era rappresentato da esportazioni di piccole medie imprese di ogni settore. Per molti l’Iran rappresentava un mercato promettente di 80 milioni abitanti che investe un’area, dal Medio Oriente all’Asia centrale al Caucaso, di 400 milioni di abitanti.
Come se questo non bastasse ci stiamo facendo male da soli, perdendo commesse e soldi a raffica. Ricordiamo che nel 2015 il presidente Hassan Rohani venne in Italia per firmare un memorandum d’intesa da 27 miliardi di euro. In Iran fecero missioni il ministro degli Esteri Gentiloni il premier Renzi e il ministro per lo sviluppo economico Calenda con una delegazione di 400 imprese, la più grande mai vista nella quarantennale storia della repubblica islamica. Durante il governo Gentiloni, per aggiudicarsi le prime commesse iraniane, Invitalia venne dotata di un fondo da 5 miliardi di euro, una linea di credito firmata ufficialmente con garanzie sovrane iraniane. Ma il decreto di attuazione, su pressioni Usa e israeliane, rimase congelato.


Gli imprenditori allora non si arrendono e provano a battere un’altra strada. Con il nuovo governo giallo-verde nel già nel luglio 2018 la Camera di commercio e industria italo-iraniana presenta al presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli un piano per costituire una banca locale italiana _ da scegliere magari tra quelle cooperative già fallite _ dedicata soltanto agli scambi con Teheran: le sanzioni Usa colpiscono tutti gli istituti occidentali che fanno scambi con Teheran ma una piccola banca che non lavora sul mercato statunitense avrebbe potuto ignorare l’embargo americano.
L’idea era stata accolta con favore dalla Confindustria e dallo stesso Petrocelli, che tra l’altro in questi giorni si trovava a Teheran dove ha incontrato il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif. Peccato che la Lega, sdraiata su posizioni filo-Israele, come ha dimostrato la controversa visita di Salvini nello stato ebraico, si sia opposta.
Eppure la Lega dovrebbe essere dalla parte delle piccole e medie aziende italiane: si vede che per stare in sella è meglio avere l’appoggio della lobby ebraica che dei nostri imprenditori.

Ma c’è un’altra carta per riprendere gli affari con l’Iran che non abbiamo ancora giocato: e sempre per colpa nostra. Francia, Gran Bretagna e Germania hanno varato un meccanismo per aggirare le sanzioni Usa a Teheran che si chiama Instex (Instrument in support of trade exchanges). Instex dovrebbe rendere possibile gli scambi tra l’Iran e l’Europa. L’attuale isolamento finanziario, in vigore dal 5 novembre 2018, blocca non solo i commerci ma anche i trasferimenti di denaro per i cittadini iraniani e perfino per gli europei che vivono o si recano per turismo in quel Paese.
Anche questo strumento, che pure è perfettamente in linea con le posizioni europee, non piace alla Lega forse neppure al nostro ministro degli Esteri Moavero Milanesi che non ha ancora dato il via libera. Moavero in febbraio è andato a Varsavia per una riunione anti-Iran convocata dagli Usa dove non si sono presentati in segno di disaccordo i ministri degli esteri francese tedesco ma non trova il tempo di aderire all’Instex.

Ma di che cosa stiamo parlando? L’Iran dal 2015 a oggi ha rispettato tutti gli accordi sul nucleare secondo i 14 rapporti redatti dall’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
La verità è che il nostro governo (o una parte di esso), piuttosto isolato in Europa, preferisce inchinarsi a Trump e Netanyahu. In cambio di che cosa non si sa, visto che in Libia gli americani da anni ci prendono in giro con la storiella della “cabina di regia. Un premio che si assegna gli attori mai protagonisti.

Fonte: Alberto Negri

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