La Trappola della Politica
Sei di destra o di sinistra, populista o progressista, oppure intendi fare l’anarchico o quello che non vota e lascia fare agli altri, sappi che sei solo un quaquaraquà, perché non pensi con la tua testa e ti nascondi dietro ad una etichetta che ti identifica per ciò che rappresenti in seno alla collettività Un idiota! 🙁
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La Trappola della Politica
Maga, Trump e i progressisti sono tutto ciò di cui Pareto ci aveva avvertito un secolo fa
Lo scontro politico contemporaneo è segnato da una frattura tra due poli apparentemente opposti.
Da un lato, identifichiamo il blocco liberal-progressista. Il suo elettorato è composto da professionisti qualificati, manager, funzionari pubblici, operatori dei media e settori della finanza globale. Esso si identifica nell’apertura internazionale, nell’inclusione sociale, nella sostenibilità ambientale e nella fiducia nelle istituzioni sovranazionali.

Dall’altro troviamo il blocco populista-identitario, supportato dalle classi medie e popolari colpite dalla globalizzazione, dai piccoli imprenditori e da una quota crescente di giovani disillusi. I populisti – almeno quelli di destra, i più rilevanti – mettono in discussione il paradigma globalista: sovranità nazionale, difesa della tradizione, restrizione dell’immigrazione, protezionismo economico.
Sarebbe stupido negare l’evidente distanza che separa i due blocchi sul piano dei contenuti. Tuttavia, sotto la superficie ideologica, si nasconde qualcosa che quasi nessuno vede.
Se i contenuti sono opposti, il meccanismo che li produce è sorprendentemente simile.
Il populista sente che qualcosa si sta rompendo intorno a lui: la comunità, la sicurezza, il futuro. Poi costruisce una spiegazione: è colpa dell’immigrazione, delle élite, della globalizzazione.
Il liberal-progressista sente di appartenere a un mondo più giusto e più razionale. Poi costruisce una spiegazione: è la scienza, sono i dati, è la governance.
Questo meccanismo fu descritto da un economista e sociologo italiano più di cento anni fa, con una precisione sorprendentemente attuale.
Si chiama Vilfredo Pareto. E la sua teoria offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere la politica contemporanea.
Residui e derivazioni: la psicologia della politica
Molti di voi conosceranno Pareto per la sua attività da economista: il noto “principio dell’80-20”, secondo cui il 20% delle cause genera l’80% degli effetti. Non tutti sanno, tuttavia, che Pareto fu anche un grande sociologo.
La sua intuizione principale riguarda la razionalità degli individui. Per Pareto, la politica non è quasi mai razionale: prima sentiamo emozioni, poi costruiamo teorie per farle sembrare razionali.
Il comportamento umano è guidato principalmente da due impulsi profondi, detti residui:
- L’istinto delle combinazioni: il bisogno di cambiare, sperimentare e innovare.
- La persistenza degli aggregati: il bisogno di conservare, proteggere, mantenere.
Nel nostro caso, il primo residuo tende a predominare nel blocco liberal-progressista; il secondo nel blocco populista-identitario.
I residui spingono gli individui a comportamenti concreti. Ma gli esseri umani non si accontentano di agire: hanno bisogno di giustificare le proprie azioni come leggi razionali, morali e universali. Hanno bisogno di imporsi sulla controparte e affermare: io ho ragione, tu hai torto.
Da qui nascono le derivazioni: costruzioni razionali successive, elaborate dopo che il residuo è già entrato in azione.
In altre parole: le spinte politiche non derivano da un’osservazione empirica della realtà per come è, ma da impulsi profondi bisogno di sicurezza, appartenenza, status, paura del cambiamento che vengono successivamente vestiti con i panni della razionalità.
Populisti e progressisti: non così diversi
Il framework di Pareto può essere applicato con grande precisione ai blocchi descritti sopra, svelando i meccanismi che ne orientano l’azione.
Il blocco populista-identitario rappresenta il caso più semplice. La persistenza degli aggregati è evidente: di fronte a un mondo in rapido cambiamento, sempre più persone ricercano sicurezza, appartenenza e stabilità.
La trasformazione del lavoro crea una competizione permanente e globale; l’immigrazione provoca uno sconvolgimento culturale; il capovolgimento delle strutture sociali tradizionali (femminismo, diritti LGBT) mette in discussione identità e ruoli consolidati.
La derivazione arriva dopo, come reazione al paradigma appena descritto. Ritorno ai confini nazionali, esclusione del diverso, restaurazione dei valori sociali e dei ruoli tradizionali, protezionismo economico.

La formula Make America Great Again riassume perfettamente la derivazione principale del blocco populista-identitario.
I populisti non dicono “ho paura del cambiamento” o “cerco protezione”, ma usano termini come “buonsenso” (Salvini docet), “sovranità nazionale”, “normalità”. Tutto è volto a tradurre gli impulsi emotivi in verità universali.
E allora: la famiglia tradizionale è una sola; l’omosessualità è innaturale; i dazi sono sempre un bene per l’economia; l’immigrazione è un fenomeno da rigettare in blocco; la comunità scientifica è corrotta;
Passiamo ora al blocco liberal-progressista, che, a differenza di quello populista, riesce a mascherare i propri residui dietro un linguaggio molto più sofisticato e difficile da contestare.
L’impulso iniziale è dato dall’istinto delle combinazioni: la predisposizione a innovare, sperimentare e superare le tradizioni del passato. Le classi urbane istruite vivono in ambienti caratterizzati da elevata mobilità geografica, interazione internazionale e relativa sicurezza economica. Ciò che per altri appare come una minaccia — immigrazione, diversità culturale, trasformazione dei costumi viene spesso percepito come un’opportunità.
Tali classi iniziano a preoccuparsi di quelli che Roland Inglehart chiamava valori post-materialisti: autorealizzazione, inclusione, diritti civili, diversità culturale, libertà individuale. Una volta soddisfatti i bisogni materiali fondamentali, la politica inizia a ruotare attorno ai valori morali.
E allora, la struttura ideologica dei populisti è ribaltata specularmente, con dogmi non meno contestabili: ogni modello familiare è equivalente; le identità sono largamente costruite dalla cultura; il libero scambio globale è sempre benefico; l’immigrazione è inevitabile e sempre arricchente; l’opinione della comunità scientifica è incontestabile.

Alcuni esempi di residui e derivazioni dei due schieramenti
Come uscire dalla trappola ideologica
Da questa analisi emerge un grande sconfitto: il dibattito pubblico. Si è costretti a scegliere tra un campo e l’altro.
Nel farlo, si dimentica ciò che Pareto aveva compreso oltre un secolo fa: le derivazioni non sono verità universali, ma narrazioni costruite per giustificare impulsi, interessi e sensibilità preesistenti.
Naturalmente, questa dinamica viene riconosciuta soltanto quando riguarda il campo avversario. I progressisti vedono senza difficoltà le contraddizioni del populismo; i populisti individuano immediatamente le ipocrisie del progressismo. Nessuno dei due, però, applica lo stesso livello di scetticismo alle proprie convinzioni.
Il caso del progressismo è particolarmente interessante. Le sue derivazioni sono spesso associate a valori nobili e universalmente condivisibili: inclusione, tolleranza, diritti. Proprio per questo tendono a essere percepite come meno ideologiche e più oggettive.
Ma il principio di realtà rimane indifferente alle nostre preferenze. Alcune culture possono entrare in conflitto. L’immigrazione può produrre costi oltre che benefici. I mercati globali generano vincitori e vinti. Le istituzioni non funzionano sempre come previsto. Ignorare questi fatti non li fa scomparire.
Ciò non significa che il paradigma progressista sia privo di meriti. L’espansione dei diritti civili, la crescita economica globale e l’ampliamento delle libertà individuali sono risultati concreti, non illusioni.
Il problema nasce quando una verità parziale viene trasformata in una verità assoluta. Quando l’inclusione diventa un dogma, l’apertura una necessità storica, il progresso una direzione inevitabile.
Questa arma a doppio taglio carica i progressisti di una responsabilità storica: immaginare un mondo migliore, e trovare il modo di realizzarlo senza lasciare indietro nessuno.
Se non riuscirà a farlo, il blocco populista continuerà a vincere. Pareto sosteneva che nessuna élite governa per sempre. Quando un’élite perde il contatto con la realtà e continua a difendere le proprie derivazioni nonostante l’accumularsi delle contraddizioni, emerge una contro-élite pronta a sostituirla.
Il successo dei populisti non deriva necessariamente dalla qualità delle loro idee. Deriva dal fatto che una parte crescente della popolazione percepisce le derivazioni progressiste come sempre meno aderenti alla realtà vissuta.
Il costo della vita aumenta, i salari stagnano, l’immigrazione genera tensioni visibili, e l’appello all’inclusione e all’apertura perde forza persuasiva. Non perché sia moralmente sbagliato, ma perché smette di rispondere alle paure e agli interessi di una parte crescente della società.
È in questo spazio che prospera il populismo.
Lazarus
Fonte: lazarusgd.substack.com & DeepWeb
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