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Virus Letali

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Davanti a un malato gravissimo, il medico può fare due cose: tentare la cura estrema o gettare la spugna. Molto dipende dall’atteggiamento del paziente stesso: se ha deciso di lasciarsi andare, non c’è più nulla da fare; bisognerà che il posto del medico venga preso dal prete. Se il paziente ha ancora la volontà di lottare, di restare attaccato alla vita, allora vale certamente la pena di fare un ultimo tentativo. Ci vorrebbe un miracolo; non importa: unendo le loro forze, il medico con la sua scienza, il malato con il suo desiderio di vivere, forse riusciranno a sconfiggere la morte, almeno per qualche tempo. Ogni miracolo, del resto – ce lo insegna il Vangelo – presuppone la fede: niente fede, nessun miracolo.

Il malato gravissimo è la società italiana. Potremmo estendere il discorso a tutta l‘Europa, anzi a tutto l’Occidente; ma disperderemmo eccessivamente il nostro ragionamento; ad ogni modo, si tenga presente, sullo sfondo, questo fatto: che ciò che diciamo dell’Itala, vale, con sfumature diverse, anche per la Francia, la Germania, la Spagna, la Gran Bretagna, la Svezia, eccetera. Il male che ci sta portando alla morte è di duplice natura, esterna e interna; la più pericolosa è quest’ultima. Dall’esterno siamo aggrediti dal grande capitale finanziario internazionale. Ciò riguarda anche il resto del mondo, non solo l’Europa e l’Occidente; ma la società italiana, per una serie di ragioni storiche, è, fra i grandi Paesi europei, il più esposto di tutti. La cura richiederebbe drastici provvedimenti di ordine finanziario, monetario, economico e legislativo; primo fra tutti il recupero della sovranità monetaria, senza la quale qualsiasi tentativo di cura è condannato a fallire in partenza. A monte di qualsiasi provvedimento, però, ci vorrebbe la volontà politica di combattere il male e favorire le strategie di ripresa, nell’esclusivo interesse del popolo italiano; cosa che finora non solo non si è vista, ma si è visto l’esatto contrario: una serie di governi, con le relative forze politiche, completamente proni e distesi sugli interessi del capitale finanziario internazionale e del tutto indifferenti alla sorte dei risparmiatori, dei contribuenti, dei lavoratori e dei pensionati, considerati quantità trascurabili o risorse da spremere senza pietà. Basta girare per una qualsiasi città italiana e confrontarla con l’aspetto che aveva venti, trent’anni fa, cioè quando l’Italia aveva ancora la sua sovranità monetaria e non aveva scelto d’ingabbiarsi nella trappola della BCE, per vedere cosa è successo: migliaia di esercizi commerciali chiusi, migliaia di piccoli artigiani falliti, milioni di case e botteghe sfitte, e, al tempo stesso, un piccolo commercio sempre più trasferito nelle mani di soggetti stranieri, cinesi in primis, e senza alcuna reciprocità, poiché non investono neppure un euro nella nostra economia; il grande commercio proliferato a dismisura fin nei più piccoli paesi, ma finito nelle mani delle multinazionali tedesche, britanniche, francesi, a loro volta strumenti del grande capitale finanziario.

È come se l’Italia fosse uscita da una guerra, e con le ossa rotte. L’aspetto delle città, confrontato con quello che avevano appena una generazione fa, è simile a un paesaggio urbano dopo un bombardamento. E di fronte a questo disastro, lo Stato non ha fatto altro che aumentare ulteriormente le tasse, spingendo gl’imprenditori a investire i capitali nella finanza, e ha moltiplicato la legislazione che regolamenta minuziosamente il commercio e la piccola industria, adottando direttive europee il cui scopo non può essere che quello di rendere impossibile il lavoro e un onesto margine di profitto a chi ha voglia di fare impresa o di mandare avanti l’attività artigianale dei propri genitori. Intanto l’agricoltura è stata sacrificata, abbandonata, sottoposta a mille limitazioni, e così l’allevamento e la pesca. Il tutto per compiacere l’UE e le sue politiche di austerità; per inseguire il folle miraggio di un ripianamento del debito che, con le regole attuali, non ci sarà mai, e che quand’anche avesse luogo, risorgerebbe immediatamente, non potendo l’Italia stampare moneta e non avendo quindi alcun potere sul gioco speculativo ai danni dei nostri titoli di Stato, che puntualmente si riaccende ogni qual volta la nostra economia, nonostante tutto (segno della sua intrinseca vitalità) sembra dar qualche timido segnale di ripresa.

Ma c’è un altro nemico, ancor più pericoloso, perché più insidioso e nascosto: nascosto per modo di dire, in effetti agisce alla luce del sole, ma è ormai tale il nostro condizionamento mentale, che stentiamo a vedere perfino le cose più evidenti. Questo nemico è l’odio che abbiamo coltivato contro noi stessi, e che, non osando, nella maggior parte di casi (non sempre, peraltro) dichiararsi apertamente per quello che è, assume le forme ingannevoli di un amore incondizionato per l’altro, per il diverso, per l’esotico, il barbarico e il primitivo. Le due manifestazioni più vistose e più esiziali di questo male interno sono il femminismo e il filantropismo. Il femminismo ha aggredito non solo la figura maschile in quanto tale, fino a criminalizzarla e a ingenerare nei bambini di sesso maschile una sorta di orrore e di disgusto per la propria identità di genere, ma anche e soprattutto la famiglia, in quanto luogo di naturale complementarità e collaborazione affettuosa fra l’uomo e la donna, in vista dell’allevamento della prole. Da quando la cultura femminista ha fatto passare l’idea che la donna è uguale all’uomo, che può fare tutto ciò che fa l’uomo, e anche meglio di lui, perché non esiste alcuna differenza, né fisica, né mentale, fra i due sessi, ma che ogni differenza è frutto di un’educazione sbagliata e sessista – nessuna differenza tranne il dettaglio dell’apparato riproduttivo; un inconveniente tuttavia rimediabile – è iniziato il declino della famiglia e della società intera. L’invasione delle donne nelle professioni maschili – l’educazione superiore e universitaria, per esempio, oppure la magistratura – ha portato a una progressiva femminilizzazione della società, e questo, a sua volta, ha portato a una perdita di fiducia in se stesso del sesso maschile, a una sua degenerazione in senso androgino, a un crollo del concetto e della pratica della virilità. Il che è stato un danno enorme per tutti, anche per la donna, sospinta sempre più dalla sua rabbiosa ideologia verso l’adozione di un abito mentale e materiale di tipo mascolino, ma facendo intorno a sé il deserto, per la difficoltà crescente, e alla lunga l’impossibilità, di trovare un compagno di vita all’altezza del proprio ruolo virile. In questo senso, la cultura femminista ha provocato il castigo delle donne stesse, oltre che degli uomini, e un crescente sbandamento emozionale e affettivo dei bambini, presi nel vortice sempre più confuso di una intercambiabilità di ruolo che è il preludio all’inversione sessuale. La diffusione dell’omofilia in questi ultimi anni, benché gonfiata ad arte dai mass media in obbedienza  a una ben precisa strategia mediatica – per il fatto che i media sono ormai tutti controllati da quello stesso potere finanziario che vuole destrutturare, ad ogni livello, la società civile – è la diretta conseguenza della cultura femminista e dell’incertezza di sé generata nel maschio dalla virilizzazione della donna.

Tali le premesse, tale il raccolto. Il male andava combattuto all’inizio: bisognava che gli uomini e le donne di buon senso dicessero forte e chiaro che uomo e donna sono diversi e complementari, non uguali e intercambiabili; che altro è il ruolo maschile, altro il ruolo femminile; e che allevare figli e dedicarsi alla casa e alla famiglia non è un ripiego, non è una prigione, non è una scelta disprezzabile. Sarebbe stato necessario, però, che lo Stato adottasse delle politiche a sostegno della famiglia, mentre ha fatto tutto il contrario; che non incoraggiasse la contraccezione né legalizzasse l’aborto; che non svalutasse né disprezzasse il ruolo svolto dalle donne nel corso delle generazioni precedenti, presentandolo come un ruolo subordinato e quasi servile. Ma ciò era impossibile, se non altro perché un solo stipendio non era più sufficiente a mantenere una famiglia, e ciò proprio per l’aggressione del nemico esterno,  la grande finanza speculativa – la quale invece aveva e ha tutto l’interesse a deprezzare il costo del lavoro; ed è sempre per tale ragione che, oggi, essa si è fatta paladina dell’immigrazione selvaggia, o piuttosto dell’invasione dell’Europa, travestita da accoglienza, umanitarismo e filantropismo. L’ultimo governo che abbia realmente promosso la famiglia e la crescita demografica, e non a chiacchiere, è stato quello fascista; e siccome l’esperienza fascista è stata criminalizzata in blocco, qualsiasi politica possa ricordare, anche alla lontana, questo o quell’aspetto della passata politica fascista risulta impraticabile a priori. Eppure onestà intellettuale vorrebbe si riconoscesse che Mussolini, in questo campo, è stato l’unico a vedere giusto: che senza dinamismo demografico un popolo è condannato al declino e alla scomparsa. Ma proviamo a sfogliare un qualsiasi libro di testo scolastico che parla del Ventennio, e vediamo cosa dice il paragrafo a ciò dedicato: pare che la “pretesa” del regime che le donne facessero dei figli fosse un’assurda imposizione e, soprattutto, un attentato alla loro libertà, intesa come edonismo puro di matrice liberale e ultraindividualista.

Siamo giunti così all’altro aspetto dell’odio di sé della nostra cultura, il filantropismo. Qui, senza dubbio, quanti già hanno udito fremendo di sdegno la nostra requisitoria contro il femminismo, cominceranno ad arrotare i denti e mandar fiamme dagli occhi, e penseranno: ma come, anche il filantropismo sarebbe un male? Dobbiamo forse vergognarci, noi europei, della cosa più bella che ha prodotto la nostra civiltà? E come è possibile criticare il filantropismo, se, allo stesso tempo, si dice – come noi abbiamo sempre detto e ripetuto – che la sola speranza di salvezza consiste in un ritorno alla radici cristiane d’Europa? Il cristianesimo non è forse la quintessenza del filantropismo? Non ha forse detto Gesù Cristo: Ama il tuo prossimo come te stesso? Proviamo a rispondere a queste prevedibili obiezioni; chiediamo, però, uno sforzo di lucidità e indipendenza di giudizio, perché non è cosa facile liberarsi dal sottile e vischioso condizionamento ideologico al quale siamo stati sottoposti lungo l’intero arco della nostra vita – parliamo, ovviamente, delle le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale. E allora proviamo ad intenderci bene. Il filantropismo oggi tanto sbandierato non è di matrice cristiana, bensì illuminista: non è amore per gli uomini singoli, ma per l’Uomo in generale, anzi per l’Uomo così come lo immaginano i teorici del Mondo Nuovo, siano essi liberali, marxisti o qualsiasi altra cosa. L’individuo, in sé, non li interessa; amano l’Umanità e desiderano vederla progredita, realizzata e felice. Come poi si possa anche solo immaginare una umanità felice, se non ci si cura affatto della felicità del singolo, è un altro paio di maniche: bisognerebbe chiederlo a loro; noi prendiamo atto che le cose, nella loro testa, stanno così. E meglio di tutto se l’Uomo, che essi tanto amano in forma astratta, è il più possibile vicino alla natura e tanto più lontano dalla nostra brutta civiltà: insomma un nipotino di Rousseau, un Buon Selvaggio in versione rivista e corretta, ma sempre buono e sempre attuale, anche al giorno d’oggi: basti pensare al Sinodo amazzonico col quale il signor Bergoglio si propone di scardinare definitivamente la chiesa e la fede cattolica, sostituendole con un indigenismo e un naturalismo di stampo primitivista e pseudo ecologista.

E qui viene la parte più difficile, forse più sgradevole, del nostro discorso. Così come il femminismo mente quando afferma che l’uomo e la donna sono uguali, così il filantropismo mente  quando dice che le persone, i popoli e le razze sono tutti ugualmente belli, buoni e ammirevoli, semmai con l’eccezione di noi stessi, che siamo brutti, cattivi e spregevoli. Menzogna, solenne menzogna. Le civiltà e le culture sono diverse: non si tratta di stabilire una gerarchia, ma di riconoscere il diritto di ciascuna a preservare se stessa. Perché la civiltà europea, che ha prodotto tante cose magnifiche, dovrebbe suicidarsi, imboccando la via di un multiculturalismo che equivale, alla propria distruzione? E perché gli europei, che nel corso dei secoli hanno costruito le cattedrali e il diritto, il valore della persona e le università, dovrebbero perseguire la propria scomparsa, importando milioni di stranieri, specialmente africani di fede islamica, e di fatto auto-invadendosi e auto-sostituendosi etnicamente? Per quale ragione chi non ha mai dato il benché minimo contributo alla nostra civiltà, ora reclama il diritto di venire a stabilirsi in massa nelle nostre città e nelle nostre terre, e pretende per sé quella tolleranza che ha sempre negato agli altri, e specialmente ai cristiani, in casa sua, e che nega od ostacola tuttora?

Qui si vede la congiunzione tra la follia femminista, di cui l’omosessualismo è il logico corollario, e la follia immigrazionista: perché le prime vittime della africanizzazione e della islamizzazione dell’Europa saranno proprio loro, le donne libere ed emancipate che non pensano a fare figli, ma battaglie sociali, e gli invertiti che non si limitano a coltivare il loro vizio nell’ombra, ma pretendono di legalizzarlo e di sbandierarlo continuamente sotto gli occhi di tutti, anche nelle forme più discutibili e moleste. E qui si può misurare anche l’errore catastrofico, irreparabile, che però non è un errore, ma una malizia deliberata e veramente diabolica, della contro-chiesa massonica che oggi impazza senza ombra di pudore: la linea che essa ha scelto di tenere verso il femminismo (col corollario delle donne prete e delle donne vescovo), l’omosessualismo e le migrazioni/invasioni, è una linea puramente suicida; quindi è un tradimento vero e proprio, verso la vera chiesa e verso i fedeli. Ma Gesù, essi dicono e ripetono continuamente, accoglieva tutti, considerava tutti uguali. Nossignori: accoglieva quelli che lo ascoltavano; e considerava gli uomini tutti figli di Dio, non tutti uguali nel senso che negasse le loro differenze. E contro quelli che non vi accoglieranno, scuotete la polvere dei vostri calzari: nel giorno del Giudizio saranno trattati peggio di Sodoma e Gomorra (Mt 10, 14-15). O non è abbastanza chiaro?

Francesco Lamendola

Fonte: https://www.ariannaeditrice.it

Cepus Dei
Il colpo di stato, la legge illegale che vieta la conoscenza.

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