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E’ assai probabile che questa politica disastrosa non sia dovuta a degli errori, bensì frutto di un’intenzione deliberata

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Gli errori evidenti dei leader mondiali

Ciò che deve preoccupare chiunque abbia osservato la politica mondiale degli ultimi quarant’anni è il fatto che nei circoli dei decisori politici occidentali siano state prese una dopo l’altra gravi decisioni errate, che già al momento della loro adozione potevano essere considerate sbagliate. E questo nonostante dovessero essere i più intelligenti e i migliori tra i migliori. Ciò solleva inevitabilmente la domanda: cosa c’è dietro tutto questo?

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In tutti questi casi di politica di dominio occidentale, che hanno avuto esiti disastrosi, già al momento della decisione erano emersi dei voci, anche all’interno dello stesso establishment, che avevano messo in guardia da un effetto distruttivo. Che si tratti dell’Afghanistan, della Libia o, con un grande salto, ora dell’Iran. Tutto era iniziato già prima. Con la distruzione dell’Iraq. Per decenni i governi statunitensi avevano perseguito con cura una politica del “divide et impera”, volta a far sì che Iran e Iraq si tenessero a bada a vicenda, indebolendosi reciprocamente, in modo che nessuno dei due paesi diventasse “arrogante”.

La caduta del regime di Saddam Hussein aveva tuttavia aperto la strada alla riconciliazione e alla cooperazione, cosa contro cui gli analisti avevano messo in guardia, ma le cui avvertenze erano cadute nel vuoto. Ora si profila addirittura una collaborazione e una cooperazione ancora più strette e la nascita di un’enorme entità territoriale che potrebbe dominare l’intera regione.

Il che a sua volta ha scatenato la guerra contro l’Iran, contro la quale era stato lanciato un monito, poiché minaccia l’economia mondiale e, dopo la sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan e in Ucraina, potrebbe rappresentare il terzo caso in cui l’impero non riesce a imporre la propria volontà. Il che a sua volta può portare a conseguenze imprevedibili. Ma anche in questo caso gli avvertimenti sono stati ignorati.

Ormai sappiamo tutti che quel gruppo di allarmisti aveva ragione. Le ragioni addotte per giustificare la guerra si basavano su menzogne belliche; l’obiettivo non era rafforzare i diritti umani e la democrazia, bensì distruggere uno Stato indipendente. Il risultato è stato uno Stato nel caos fino ad oggi e una distribuzione di armi a gruppi terroristici, che hanno reso Boko Haram un ostaggio ancora più terribile per l’Africa, peggiore di quanto lo sia stato l’ISIS per il Medio Oriente. Ma i decisori dovevano pur saperlo!

Ma possiamo anche guardare alla politica dell’UE. Già nel 2014 era evidente che le sanzioni avrebbero fatto il gioco di Putin, il quale da tempo cercava di spingere il Paese verso una maggiore autonomia. Ciò, tuttavia, era fallito a causa della pigrizia delle persone, che preferivano acquistare all’estero piuttosto che sviluppare e produrre autonomamente. Grazie alle sanzioni, il Cremlino ha ottenuto la leva per realizzare i piani per una maggiore autonomia. Invece di importare cereali, la Russia è diventata uno dei maggiori esportatori di cereali. Invece di ordinare turbine dalla Siemens, ora le produce autonomamente o le acquista in Iran. Tutto era prevedibile ed era stato previsto.

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Oppure diamo uno sguardo alla politica interna. Era risaputo che l’energia è la linfa vitale di una civiltà moderna. Ciononostante, si è proceduto sistematicamente, da un lato, a eliminare la diversificazione, imponendo sanzioni, celebrando di fatto lo smantellamento del NordStream, distruggendo centrali elettriche moderne e rendendosi sempre più dipendenti dalle importazioni da paesi noti per imporre sanzioni a gran parte del mondo, nonché dalle forniture e dall’energia eolica e solare. Mentre allo stesso tempo si discute se sia il caso di ridurre l’irraggiamento solare nell’atmosfera tramite la chimica. Sembra incredibile, vero?

Potrebbe darsi che dietro questa politica disastrosa non ci siano affatto degli errori, ma piuttosto un intento preciso

«La distruzione creativa (anche distruzione creativaingl. creative destruction) è un concetto della macroeconomia, il cui messaggio fondamentale è: Ogni sviluppo economico (nel senso di sviluppo non meramente quantitativo) si basa sul processo di distruzione creativa. Attraverso una ricombinazione di fattori di produzione, che si impone con successo, le vecchie strutture vengono soppiantate e infine distrutte. La distruzione è quindi necessaria e non un errore del sistema affinché possa avvenire un riordino.”

La maggior parte delle persone lo conosce come un’ideologia economica di Joseph Schumpeter. Ma, in sostanza, il concetto compare già nel 1848 nel Manifesto del Partito Comunista. Significa che un nuovo ordine economico ne sostituisce uno vecchio, proprio come il capitalismo ha preso il sopravvento sul modo di produzione feudale.

Ma se fosse davvero così, se stessimo assistendo alla sostituzione di un vecchio ordine con uno nuovo, quale sarebbe allora il nuovo ordine?

Ma non abbiamo letto gli obiettivi del WEF? Che sostanzialmente significano che non si possiederà più nulla, ma si sarà felici? Città dei 15 minuti? Controllo assoluto della società con cittadini completamente trasparenti? Denaro programmabile?

Dispongono di fondi praticamente illimitati, possono ingaggiare i migliori cervelli delle università d’élite, hanno accesso a tutte le informazioni, ma naturalmente potrebbero, in teoria, semplicemente ignorare tutto ciò che non si adatta alla loro ideologia prestabilita. Questa ipotesi è supportata dal fatto che funzionari palesemente influenzati dall’ideologia hanno sostituito coloro che possedevano competenze specialistiche. E da resoconti, come ad esempio quello di un ministro dei trasporti che, contrariamente alle raccomandazioni di fornitori e consulenti, ha assegnato appalti per un progetto di pedaggio che ha poi causato perdite per centinaia di milioni allo Stato. Pertanto, questa ipotesi, per quanto semplice, potrebbe benissimo essere corretta.

Ma se fosse vera, dovrebbe in realtà poter essere modificata. Purtroppo, però, non è così quando questa politica gode di un ampio sostegno nei media e in ambito politico a causa di preconcetti ideologici, religiosi o di altro tipo. A ciò si aggiunge il fatto che, con l’aumento della spesa pubblica, sempre più persone desiderano mantenere lo status quo, anche se in realtà ne riconoscono gli errori. Ecco perché non avvengono cambiamenti, anche se la maggioranza della popolazione ne riconosce gli errori.

Se poi si è anche instaurato un sistema costituito da partiti politici che considerano l’elettore come un suddito che deve limitarsi ad approvare, come si evince dalla  dichiarazione di Angela Merkel del 2010 : «Guardando indietro alla storia della Repubblica Federale, possiamo dire che tutte le grandi decisioni non avevano una maggioranza demoscopica quando sono state prese, ci si rende conto che la democrazia non ha raggiunto i suoi obiettivi.

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La democrazia prometteva che le persone potessero decidere autonomamente del proprio destino e che i cambiamenti politici avvenissero senza spargimenti di sangue. La prima parte della promessa è smentita dall’affermazione della Merkel. La seconda parte è attualmente minata da una massiccia censura e da sanzioni contro i sostenitori di un cambiamento politico. Così all’orizzonte si profila il timore che, sia per intenzione che per ignoranza generata dall’ideologia, ci attenda una grande catastrofe prima che si possa arrivare a un nuovo inizio. Dopo di che si dirà di nuovo: «Mai più».

I siti clickbait e molti media vivono di catastrofi e allarmismo. Ma questa analisi vuole in realtà stimolare la riflessione, affinché non si arrivi a quel punto. I politici che non vogliono rinunciare ai propri privilegi, i funzionari che temono di perdere la pensione, gli appaltatori di lavori pubblici che temono di non ricevere più incarichi, i media che dipendono dal sostegno del sistema dominante, dovrebbero capire che senza un cambiamento di rotta si verificherà una situazione simile a quella del Titanic contro l’iceberg. E in particolare i media dovrebbero smettere di imitare i musicisti del Titanic, che si dice abbiano continuato a suonare anche se la nave stava già affondando.

E a quei Verdi che esultano per la deindustrializzazione in Germania, consiglio un viaggio in Cina, India o Pakistan. Ciò che non viene più prodotto da noi, ora viene prodotto altrove. In secondo luogo, dovrebbero riflettere sul fatto che anche le persone fanno parte dell’ambiente che pretendono di voler proteggere. Una protezione ambientale sensata deve sempre tenere conto anche del benessere dell’uomo. La Cina è il Paese che ha rimboschito di più al mondo ed è all’avanguardia nei progetti di riforestazione. Dal 1990 il Paese ha guadagnato oltre 173 milioni di ettari di superficie boschiva, grazie a progetti come la “Grande Muraglia Verde”. La Cina pianta circa 4,5 miliardi di alberi all’anno, guidando così le statistiche globali sull’aumento della superficie forestale. Ma la Cina ha anche costruito centrali a carbone per garantire un approvvigionamento energetico stabile per i prossimi 20 anni. La tutela dell’ambiente e quella dell’uomo non si escludono a vicenda.

Conclusione

Se una cosiddetta democrazia come quella tedesca non riesce a determinare cambiamenti politici, fallisce l’intero concetto di «democrazia liberale» occidentale. Infatti, il partito unico comunista cinese ha dimostrato negli ultimi decenni di essere in grado di avviare cambiamenti politici così radicali, che all’epoca erano considerati così rivoluzionari da risultare oggi praticamente inimmaginabili in una democrazia occidentale. Ciò solleva la questione se le promesse con cui viene promossa la “democrazia” non siano in realtà realizzate dal presunto contrario della democrazia. Se la soddisfazione delle persone in Cina per il loro sistema apparentemente “antidemocratico” è di gran lunga superiore a quella delle persone nelle “democrazie liberali” occidentali, è tempo di riflettere in modo autocritico su cosa non funzioni in quelle ultime.

Jochen Mitschka

Fonte: tkp.at

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