toba60
2143bd8c6c86430fbf861aa3039af3bc (2)

Un’interpretazione quantistica moderna delle Tavole di Smeraldo di Thoth l’Atlantideo

Toba60

Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo, capillare e affidabile, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, la nostre sedi sono in Italia ed in Argentina, Se potete permettervelo, prendete in considerazione l’idea di sostenere il nostro lavoro, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di dare seguito a quello che è un progetto il quale mira a un mondo migliore!

Merged

Un’interpretazione quantistica moderna delle Tavole di Smeraldo di Thoth l’Atlantideo

(Nota: la Tavola di Smeraldo è una raccolta di scritti antichi e non una vera e propria “tavola di smeraldo”.)

Quella che segue è un’esplorazione… un punto di incontro tra l’articolazione antica e il formalismo moderno, tra il linguaggio simbolico e la struttura matematica, che si interroga sul fatto che il linguaggio di un testo antico possa contenere strutture concettuali che oggi possono essere interpretate attraverso un quadro intellettuale completamente diverso.

Baeefaefebbee 1024x576

Il testo a cui attingo, La Tavola di Smeraldo, non è mai stato scritto per un laboratorio, né per essere sottoposto a revisione tra pari; è stato scritto in un’epoca in cui la verità doveva sopravvivere senza strumenti, in cui la conoscenza ricorreva alla metafora non come ornamento, ma per necessità, e in cui l’osservazione stessa era spesso l’unico strumento a disposizione di chi cercava di comprendere la natura dell’esistenza.

Ciò che sto cercando di fare qui non è quindi una traduzione, ma un allineamento… mi chiedo, con tutta la precisione di cui sono capace, se ciò che un tempo veniva espresso attraverso simboli possa ora essere riconosciuto in un’equazione, e se le menti antiche, prive del nostro linguaggio ma certamente non della nostra curiosità, possano aver descritto qualcosa di reale… qualcosa che solo ora stiamo cominciando a formalizzare.

Non pretendo di avere alcuna certezza… solo che i parallelismi sono troppo evidenti per essere ignorati.

«Ciò che è in basso corrisponde a ciò che è in alto…»

Questa è forse la frase che viene ripetuta più spesso, e forse anche quella che viene fraintesa più spesso, perché ritengo che ciò che ci viene effettivamente presentato non sia una descrizione della posizione, della gerarchia o della somiglianza fisica, bensì un’osservazione riguardante la struttura.

Nella fisica moderna non si parla più con disinvoltura di sistemi isolati, perché più si approfondisce l’analisi dell’architettura della realtà fisica, più l’Universo sembra dissolversi in strutture relazionali in cui l’identità e il comportamento di ciò che chiamiamo “cosa” non possono sempre essere separati dalle relazioni attraverso le quali essa esiste.

La teoria quantistica dei campi ne offre forse l’esempio più chiaro, descrivendo le particelle non come entità del tutto indipendenti che esistono all’interno di uno spazio altrimenti vuoto, ma come eccitazioni locali dei campi sottostanti.

L’“Alto” e il “Basso” non devono quindi necessariamente rappresentare luoghi, ma forse livelli attraverso i quali gli stessi principi di fondo si esprimono in modo diverso.

L’atomo rispecchia il cosmo non nell’aspetto, ma nel principio: entrambi sono governati dai campi e dalla simmetria, e le strutture matematiche ricorrono continuamente su tutte le scale fisiche, dalle interazioni subatomiche all’organizzazione delle formazioni galattiche.

Eppure, gli antichi non disponevano di tensori o lagrangiani con cui descrivere ciò che osservavano; avevano la corrispondenza e riconoscevano la ripetizione su diverse scale, conferendo a quelle osservazioni un linguaggio in grado di sopravvivere alla memoria piuttosto che alla misurazione.

Ora mi risulta difficile dire che abbiano torto.

Il Tablet insiste sull’unità come origine piuttosto che sulla molteplicità e, per quanto a malincuore, la fisica moderna sembra muoversi in una direzione che rende sempre più difficile respingere categoricamente tale impostazione.

Prima delle particelle ci sono i campi; prima delle distinzioni c’è la sovrapposizione; e lo stesso vuoto, così spesso erroneamente definito come “vuoto”, è inteso nella moderna teoria quantistica come dotato di una struttura di potenziale, caratterizzata da fluttuazioni, campi quantistici e probabilità che non si risolvono in un risultato particolare finché l’interazione non dà origine a uno specifico stato fisico.

Nel mio lavoro ho definito questo concetto “Campo di Coscienza”, riconoscendo così che ciò che chiamiamo “realtà” potrebbe emergere da qualcosa di più fondamentale della sola materia… un substrato che mantiene le possibilità in sospeso fino a quando non vengono espresse.

Gli antichi la chiamavano “L’Unica Cosa”.

La chiamiamo funzione d’onda, campo, stato unificato.

Lingue diverse…

Lo stesso disagio…

Questa frase è stata tradizionalmente liquidata come una metafora spirituale, ma non riesco più a ignorarla così facilmente, perché al di là del linguaggio culturale intravedo una struttura concettuale che trova eco in uno dei problemi più profondi della fisica moderna.

Nella meccanica quantistica, ciò che chiamiamo “misura” non è un’osservazione passiva, bensì un’interazione, una registrazione irreversibile di informazioni attraverso la quale un sistema quantistico entra in correlazione con il proprio ambiente o con un altro sistema fisico.

Un sistema in sovrapposizione non “decide” semplicemente il proprio stato; piuttosto, entra in correlazione attraverso l’interazione e, all’interno di tale correlazione, le alternative che in precedenza esistevano come possibilità diventano inaccessibili come esiti distinti.

Si dice che la funzione d’onda subisca un collasso.

Ma ciò che crolla non è la possibilità in sé… bensì solo l’accessibilità a esiti alternativi.

Ora ripensiamo alla formulazione.

Se lo spoglio del suo involucro culturale e lascio che il concetto sottostante si esprima da solo, ciò che rimane è straordinariamente conciso:

Uno stato unificato si distingue proprio attraverso l’interazione.

Un singolo campo si trasforma in molteplici espressioni, non necessariamente per imposizione, ma attraverso la relazione.

È il problema della misurazione… descritto senza ricorrere alla matematica.

Questa linea suggerisce una circolazione piuttosto che una gerarchia, e una trasformazione piuttosto che una separazione, descrivendo un movimento continuo tra stati in cui ciò che è sottile diventa manifesto, mentre ciò che è manifesto ritorna infine a una condizione più fondamentale.

In termini moderni, vedo qui l’interazione tra ciò che chiamiamo dominio classico e dominio quantistico… tra strutture stabili e macroscopiche e il substrato probabilistico sottostante da cui tali strutture emergono e dal quale dipende la loro esistenza continua.

L’energia è in movimento, l’informazione persiste e ciò che appare come una forma fisica stabile può quindi essere inteso come un’organizzazione temporaneamente mantenuta di processi più profondi.

Il confine tra “mente” e “materia” diventa quindi meno un muro e più un gradiente, con la distinzione apparente tra i due che dipende sempre più dalla scala e dal quadro di riferimento attraverso cui scegliamo di osservare il sistema.

Gli antichi descrivevano l’ascesa e la discesa.

Descriviamo la decoerenza e la ricoerenza.

Anche in questo caso, la formulazione è diversa…

La struttura non lo fa.

Questa è la frase in cui il lettore prudente distoglie lo sguardo, perché suona come una promessa, come un’affermazione di potere, forse persino come un’esagerazione, eppure io la interpreto in modo diverso.

Se la realtà è strutturata attraverso la coerenza, allora la capacità di mantenere la coerenza diventa una proprietà distintiva di qualsiasi sistema che fa parte di quella realtà, poiché in fisica la coerenza consente ai sistemi quantistici di conservare le relazioni tra le fasi, mentre in biologia la coerenza organizzata contribuisce al funzionamento, alla stabilità e all’adattamento.

Ciò che il Tablet definisce “gloria” può quindi essere interpretato non come dominio, ma come allineamento… la capacità di esistere in modo tale che uno stato interno rimanga sufficientemente coerente nonostante la pressione continua e la complessità imposte dall’ambiente circostante.

Un sistema in grado di mantenere la coerenza interagisce in modo diverso con il campo che lo circonda, diventando più sensibile alle relazioni, più stabile nella sua organizzazione e, forse, più “reale” nel senso che la sua particolare configurazione può persistere nonostante i continui cambiamenti.

Per me, questa è la teoria dei sistemi portata al suo limite.

C’è qualcos’altro nel “Tablet” che non viene mai espresso direttamente, ma che sembra essere sottinteso in tutto il suo linguaggio e nella sua struttura… la continuità e il rifiuto di accettare la separazione assoluta come condizione fondamentale dell’esistenza.

Nella fisica moderna, un esempio molto chiaro di questo fenomeno lo troviamo nell’entanglement quantistico, in cui i sistemi che hanno interagito possono mantenere correlazioni significative anche a distanza, non perché tra loro avvenga necessariamente una trasmissione di informazioni nel senso convenzionale del termine, ma perché tali sistemi sono descritti da uno stato quantistico condiviso.

Hanno parlato di unità.

Non descrivevano le disuguaglianze di Bell né le correlazioni non locali, né disponevano del formalismo matematico necessario per esprimerle, eppure insistevano ripetutamente sul fatto che la divisione fosse secondaria rispetto a una continuità più fondamentale.

E in questo vedo una coincidenza inquietante… E dovresti farlo anche tu.

Non credo che gli autori della Tavola di Smeraldo comprendessero la meccanica quantistica, ma non credo più che fossero all’oscuro della struttura che essa descrive, poiché le loro osservazioni sembrano scaturire dal tentativo di comprendere un mondo che si rifiutava di comportarsi come un insieme di cose isolate.

Hanno osservato schemi, corrispondenze e trasformazioni, e hanno codificato tali intuizioni in un linguaggio in grado di sopravvivere senza l’ausilio di strumenti, preservando le strutture concettuali anche molto tempo dopo che le circostanze in cui erano state inizialmente articolate erano scomparse.

2062f90e 71ab 45e2 b6ee 2800cdca

Noi, con tutta la nostra matematica, siamo giunti a domande simili e, in certi casi, a conclusioni simili… con riluttanza, con precisione e spesso senza renderci conto che stiamo girando intorno a idee un tempo espresse in una lingua diversa.

E così mi rimane in mente un pensiero che non riesco a scacciare. Non che la conoscenza antica fosse superiore, ma piuttosto che fosse… continua. Ciò che chiamiamo “scoperta” potrebbe talvolta essere un riconoscimento tardivo. E che, al di là delle equazioni e delle metafore, possa esistere una struttura che non appartiene a nessuna epoca, cultura o lingua in particolare… Solo alla realtà stessa.

Un frammento di una conversazione che stiamo ancora portando avanti, sebbene ora disponiamo di strumenti migliori con cui indagare l’Universo, pur non avendo forse una maggiore certezza di comprendere ciò che tali strumenti ci stanno rivelando in definitiva.

E forse la possibilità più provocatoria di tutte è questa:

Che il regno subatomico che studiamo con acceleratori e rivelatori… fosse stato un tempo intravisto, per quanto in modo imperfetto, da menti che non disponevano di altro che osservazione, intuizione e la volontà di credere che l’Universo, in tutta la sua complessità, potesse ancora dire la stessa cosa…

Ancora e ancora.

In ogni lingua.

In ogni epoca.

Una “verità”.

Shaun Higgins

Fonte: consciousphysics.substack.com & Archivi Privati

ILaso1631468483
QcPIA16858835731
Photo 2024 08 31 12 07
Codice QR
Comments: 0

Your email address will not be published. Required fields are marked with *