Dossier Investigativo: Guido Crosetto e la guerra contro il popolo che non deve mai finire per garantire la sopravvivenza di un governo composto da criminali
Gli unici che non hanno ancora capito le rivendicazioni della popolazione italiana scesa in piazza, sono coloro che seduti in parlamento non sanno nemmeno quello che succede al di fuori del proprio naso. 🙁
Toba60
Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo capillare ed affidabile e rischiamo la vita per quello che facciamo, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, le nostre sedi sono in in Italia ed in Argentina, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di poter proseguire in quello che è un progetto il quale mira ad un mondo migliore!.
Guido Crosetto e la guerra senza un nemico: cronaca di un’emergenza che per la prima volta non ha bisogno di finire
Che cosa è successo davvero a Villa Miani?
C’è un dettaglio, in questa storia, che non torna, e non sta nelle vetrine rotte di Milano. Sta in una villa sulla collina di Monte Mario, a Roma, dove il 20 ottobre 2026 lo Stato maggiore della Difesa ha riunito generali, industriali e ministri per presentare un libro sugli appalti militari, il secondo Forum sul procurement della Difesa. È lì, in una sala dove si parla di missili, droni e capacità navali, che il ministro Guido Crosetto decide di spiegare agli italiani che cosa è accaduto nelle strade di Milano il fine settimana precedente. Gli bastano quaranta secondi.

In quei quaranta secondi il ministro afferma che i fatti di Milano sono “profondamente diversi da quelli vissuti in altre epoche”, che sono “il frutto” di una guerra ibrida che “qualcuno” sta portando nelle nostre nazioni, e che gli strumenti di questa guerra hanno nomi precisi: TikTok, i social, YouTube. Poi aggiunge che l’Occidente non se ne rende conto e non reagisce. Il nemico, quindi, non ha un nome, ma ha tre account. E già qui qualcosa scricchiola, perché uno dei tre, YouTube, appartiene a Google, cioè a quello stesso Occidente che secondo il ministro starebbe a guardare.
Resta da capire perché un ministro della Difesa senta il bisogno di spiegare una protesta contro il carovita davanti a una platea di produttori di armamenti. E soprattutto perché, nelle stesse ore, il Consiglio dei ministri approvi un decreto che punisce fino a dodici anni di carcere chi organizza manifestazioni violente anche “mediante strumenti informatici o telematici”. Per rispondere bisogna fare quello che il ministro non ha fatto: tornare indietro, alle altre epoche che lui considera così diverse, e guardarle da vicino.
Perché l’Europa intera è scesa in piazza lo stesso giorno?
Prima di inseguire il nemico invisibile conviene guardare chi c’era davvero in quelle strade, e soprattutto da quanto tempo. La protesta italiana non nasce il 17 ottobre. Cresce da mesi, e ha una miccia che si può misurare alla pompa di benzina: secondo l’associazione degli autotrasportatori Assotir, da marzo il prezzo del gasolio è aumentato di oltre sessanta centesimi al litro, e a ottobre in autostrada sfiora i 2,30 euro, il 39 per cento in più in un anno. Il 6 ottobre il governo ha lasciato scadere l’ultimo sconto sulle accise. Gli autotrasportatori avevano già scioperato ad aprile e a maggio; a ottobre i loro camion bloccano le strade di Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, e con loro si fermano gli agricoltori, schiacciati dagli stessi costi. Nel primo trimestre del 2026, secondo uno studio di Euronews su sette Paesi europei, l’Italia ha registrato 190 scioperi, seconda solo al Portogallo.
Il corteo milanese del 17 ottobre, convocato sui social dal movimento Italia in Piazza in tredici città, mette insieme tutto questo. Le cronache parlano di circa cinquemila persone, e le richieste vanno oltre il carovita: salari ritenuti insufficienti, precarietà, sanità e scuola pubbliche, accesso alla casa e, non a caso, opposizione all’aumento della spesa militare. Sono gli stessi temi che attraversano le famiglie che devono scegliere tra la spesa e le cure, con liste d’attesa che spingono verso il privato chi può permetterselo, e i pensionati e i giovani che vedono il proprio potere d’acquisto sciogliersi.
Ma il dato che il ministro non ha citato è un altro: quel sabato non è successo solo in Italia. Il 17 ottobre decine di migliaia di giovani hanno occupato le piazze di Francia, Belgio, Albania, Portogallo e Spagna. In Francia, dove tutto era partito dagli studenti delle scuole superiori, alle proteste si sono uniti gilet gialli, sindacati, agricoltori, trasportatori e dipendenti pubblici: circa 550.000 persone secondo il ministero dell’Interno, quasi 2.400 fermati in un giorno e coprifuoco nelle principali città.
In Spagna la miccia è la casa, con le tende piantate nelle piazze contro gli affitti, uno sciopero generale indetto per l’11 novembre e un governo che ha convocato elezioni anticipate. Non è un’unica rivolta organizzata da qualcuno. Sono mobilitazioni nazionali, diverse tra loro, che esplodono nello stesso momento perché hanno le stesse cause. Se sei Paesi scendono in piazza contro il costo della vita nello stesso giorno, la spiegazione più semplice non è un burattinaio straniero: è un continente intero in cui gli stipendi non bastano più.
Davvero non avevamo mai visto niente del genere?
Il 2 dicembre 1968, ad Avola, in provincia di Siracusa, i braccianti agricoli occupano la statale per Noto fin dalla notte. Chiedono una paga giornaliera più alta e la fine delle cosiddette gabbie salariali, il meccanismo per cui lo stesso lavoro veniva pagato in modo diverso a seconda della zona del Paese. La polizia spara ad altezza d’uomo: Giuseppe Scibilia, 47 anni, e Angelo Sigona, 25 anni, restano a terra, e i feriti sono decine. Pochi mesi dopo si muore di nuovo, a Battipaglia, sempre tra i braccianti in lotta. Il 19 novembre 1969, durante lo sciopero generale a Milano, muore un poliziotto. Il 12 dicembre esplode piazza Fontana.
Otto anni dopo il conflitto è ancora più duro. L’11 marzo 1977, a Bologna, un carabiniere uccide lo studente Francesco Lorusso; nei giorni successivi il ministro dell’Interno Francesco Cossiga manda i militari in città e la polizia chiude Radio Alice. Il 12 marzo, a Roma, la manifestazione nazionale degli studenti si trasforma in una serie di scontri nel centro, con momenti di conflitto armato. Il 21 aprile Cossiga vieta tutte le manifestazioni pubbliche nella capitale fino al 31 maggio. Il 12 maggio, durante un sit-in che sfida quel divieto, Giorgiana Masi, studentessa di diciannove anni, viene colpita alla schiena da un proiettile all’imbocco di ponte Garibaldi. Una fotografia di Tano D’Amico costringerà lo stesso Cossiga ad ammettere la presenza in piazza di agenti in borghese armati.
Messo accanto a questa sequenza, il fine settimana di Milano del 17 e 18 ottobre 2026, con i negozi saccheggiati e i quasi duecento agenti feriti di cui ha parlato la presidente del Consiglio, è un episodio grave, che merita indagini e responsabilità individuali. Ma la frase “mai vissuto in altre epoche” non regge al confronto con i fatti: l’Italia repubblicana ha conosciuto piazze molto più violente, con armi da fuoco, morti e divieti generalizzati di manifestare. Se qualcosa è cambiato rispetto ad allora, è la letalità, che oggi è molto più bassa. E allora la domanda si sposta: se la violenza di piazza era maggiore allora, che cosa fece lo Stato?
Come rispose lo Stato quando la piazza era più violenta?
La risposta di quegli anni ha due facce, e solo una delle due è rimasta nella memoria collettiva. La prima è la repressione, che fu durissima: la legge Reale del 1975 estese l’uso legittimo delle armi da parte della polizia, ampliò fermi e perquisizioni e introdusse una procedura di favore per gli agenti, e un documento del Senato di quegli anni arrivò a contare oltre sessantacinque omicidi coperti da quella legge. Nel dicembre 1979 il decreto Cossiga introdusse un fermo di polizia fino a quarantotto ore per persone sospettate di “stare per commettere” un reato, senza che avessero commesso nulla.

La seconda faccia è quella che oggi manca, ed è la più istruttiva. Dopo Avola, nel giro di poche settimane, le aziende a partecipazione statale accettarono di abolire le gabbie salariali, e il 18 marzo 1969 lo fece anche Confindustria con Cgil, Cisl e Uil: due braccianti uccisi lottavano esattamente per questo. Il 20 maggio 1970 il Parlamento approvò lo Statuto dei lavoratori. Due giorni dopo, il 22 maggio, il Presidente della Repubblica firmò il decreto n. 283 di amnistia e indulto, nato dalle proposte discusse in Parlamento fin dal 1968 per i reati commessi durante le agitazioni studentesche e sindacali. Nel 1975, dopo anni di rivolte nelle carceri, arrivò la riforma dell’ordinamento penitenziario, che mandò in soffitta il regolamento fascista ancora in vigore. In quarantotto ore, nel maggio del 1970, lo Stato riconobbe le ragioni della piazza e ne chiuse le conseguenze penali.
Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell’Italia dei veleni (In Italiano)
C’è poi un passaggio che oggi suona quasi profetico. Il fermo di polizia del decreto Cossiga era una misura transitoria, e il 31 dicembre 1981 il ministro dell’Interno Virginio Rognoni lo lasciò scadere, nonostante il sequestro del generale statunitense James Lee Dozier fosse in corso da pochi giorni. Interpellato nel 2010, lo stesso Rognoni spiegò che quel fermo “non servì a niente” e che si sbaglia a non distinguere tra la punizione per reati già commessi e il processo alle intenzioni. Lo diceva un ministro democristiano, negli anni di piombo, con le Brigate Rosse ancora attive. L’emergenza di allora, per quanto feroce, aveva una data di scadenza, e accanto ai manganelli arrivavano le leggi che rispondevano al perché delle piazze.
Chi ha scritto quel numero, 59?
Per comprendere cosa sta accadendo oggi, vale la pena partire da un dato. La norma sulla detenzione preventiva, che dal febbraio 2026consente alla polizia di trattenere per un massimo di dodici ore una persona ritenuta pericolosa durante una manifestazione, non è stata redatta come disposizione a sé stante. È stata inserita come articolo 11-bis nel decreto-legge n. 59 del 21 marzo 1978 – ovvero nella normativa d’emergenza approvata cinque giorni dopo il rapimento di Aldo Moro in via Fani. Una misura originariamente concepita per combattere il terrorismo armato è stata così adattata per essere utilizzata durante le manifestazioni, e la sua prima applicazione politica è avvenuta nel marzo 2026, quando 91 persone «appartenenti al movimento anarchico» sono state fermate a Roma in vista di una manifestazione. Il Primo Ministro ha celebrato questo evento con la dichiarazione: «Il Decreto Sicurezza funziona».
Quel fermo è solo l’ultimo strato di un edificio costruito in pochi anni. Il decreto Salvini del 2018 ha reintrodotto il reato di blocco stradale. La legge 80 del 2025 ha punito anche chi blocca una strada con il proprio corpo, fino a due anni se lo fa insieme ad altri, e ha introdotto il reato di rivolta nelle carceri e nei Centri di permanenza per il rimpatrio, che colpisce perfino la resistenza passiva, quella che le opposizioni hanno chiamato “norma anti-Gandhi”. Il decreto di febbraio 2026 ha aggiunto il fermo preventivo, il divieto di partecipare alle riunioni per chi viene condannato per certi reati e la cosiddetta annotazione preliminare, che in presenza di una causa di giustificazione evidente evita l’iscrizione automatica degli agenti nel registro degli indagati. Il decreto del 20 ottobre ha creato il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, ha portato a dodici anni la pena per chi organizza, anche via internet, e ha stabilito che un ragazzo di quattordici anni è capace di intendere e di volere fino a prova contraria.
Se si applicano queste regole, come in un esperimento, alle grandi mobilitazioni italiane dal 1968 a oggi, il risultato sorprende. Il Sessantotto e l’Autunno caldo ne escono quasi indenni, perché la legge di allora era già durissima: il blocco stradale, per esempio, era punito da uno a sei anni dal decreto Scelba del 1948. A essere colpiti in pieno sono invece i movimenti nati dopo il 1990: gli studenti della Pantera e dell’Onda, Genova 2001, i No Tav, i giovani di Ultima Generazione seduti sull’asfalto, lo sciopero per Gaza del 3 ottobre 2025, i detenuti e i trattenuti nei CPR. Le nuove norme non inseguono la violenza del passato. Sembrano scritte su misura per le forme di protesta di oggi: il corpo nonviolento in mezzo alla strada, la difesa di un territorio contro una grande opera, i ragazzi che si organizzano in rete.
Cosa è cambiato nelle piazze cittadine dal 1990?
Per capire perché queste norme colpiscono proprio i movimenti nati dopo il 1990, bisogna ricordare che cosa hanno chiesto quelle piazze e che cosa hanno ottenuto. Nel 1990 gli studenti della Pantera occupano le università contro la riforma Ruberti, che apriva gli atenei all’autonomia e ai finanziamenti privati. Nel 2008 quelli dell’Onda riempiono scuole e facoltà contro i tagli della legge 133 e la riforma Gelmini. Sono movimenti in gran parte pacifici, fatti di occupazioni, assemblee e cortei, e hanno in comune un esito che negli anni Settanta sarebbe stato impensabile: le riforme contestate passano comunque, senza che le ragioni della piazza trovino ascolto. È da qui che inizia la stagione della protesta senza risposta.
Poi c’è Genova, luglio 2001. Le piazze contro il G8 chiedono giustizia globale, la cancellazione del debito dei Paesi più poveri, regole diverse per il commercio mondiale. La risposta dello Stato è la più dura dai tempi degli anni di piombo. In piazza Alimonda muore Carlo Giuliani, e per il carabiniere che sparò vengono riconosciute la legittima difesa e l’uso legittimo delle armi. Nella notte della scuola Diaz Arnaldo Cestaro, sessantadue anni, viene picchiato dagli agenti fino a riportare diverse fratture, mentre è contro un muro con le braccia alzate. La risposta politica, questa volta, non arriva dal Parlamento italiano ma da Strasburgo: il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per tortura nel caso Cestaro, e solo dopo quella condanna, nel 2017, il nostro Paese introduce il reato di tortura nel codice penale, oltre trent’anni dopo aver ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite.
Da allora la sequenza si ripete. I No Tav in Val di Susa difendono un territorio in cui studi ufficiali hanno segnalato rocce con amianto e uranio, e si ritrovano il cantiere di Chiomonte dichiarato area di interesse strategico nazionale, sotto gestione militare dal gennaio 2012, e quattro attivisti accusati di terrorismo per un sabotaggio senza feriti, accusa poi caduta. I ragazzi di Ultima Generazione chiedono di fermare i sussidi ai combustibili fossili e ricevono una legge apposita, la cosiddetta legge “eco-vandali” del 2024, multe fino a sessantamila euro e perfino la richiesta di una misura presa dal Codice antimafia, poi respinta da un giudice. Il 3 ottobre 2025 oltre due milioni di persone, secondo la Cgil, scioperano per Gaza e per la Flotilla, e la risposta del governo è una battuta della presidente del Consiglio sul “weekend lungo” e le sanzioni della Commissione di garanzia.
Chi conosce davvero le menti dei nostri ragazzi?
Nel suo intervento Crosetto confessa la sua più grande preoccupazione: la capacità di “alcune nazioni”, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscere “molto meglio di noi in questa sala” come influenzarli. Presa alla lettera, è un’ammissione enorme. Il ministro della Difesa di un governo in carica da quattro anni dichiara davanti allo Stato maggiore che una potenza straniera conosce i ragazzi italiani meglio dello Stato italiano. E per giunta lo dice dopo aver precisato di denunciare questo fenomeno, inascoltato, proprio da quattro anni, cioè da quando è ministro. Viene da chiedersi da chi non sia stato ascoltato, visto che il governo è il suo.

Per sapere che cosa volessero quei ragazzi, del resto, non serviva un algoritmo.Bastava leggere la convocazione: i cortei di “Italia in Piazza” erano contro il carovita, e quelli del 24 ottobre sono scesi in strada contro la guerra e il caro vita. Nello stesso intervento, secondo Agenzia Nova, il ministro ha anche avvertito che la crescita della spesa militare rischia di entrare in competizione con i fondi per la scuola e per le politiche sociali, in un “circolo vizioso” che indebolisce le democrazie. Sono parole sue, che meritano di essere messe accanto all’altra sua frase, quella sui giovani che avrebbero subito una “controeducazione” che non viene “dalla famiglia o dalla scuola”. Se la scuola perde terreno e la spesa militare le sottrae risorse, il circolo vizioso che descrive non è opera di una potenza straniera. È la mia lettura, ma si regge interamente sulle sue parole.
C’è poi lo specchio, ed è qui che la storia diventa quasi orwelliana. Il governo che accusa potenze senza nome di studiare le menti dei cittadini è lo stesso i cui servizi segreti, secondo la relazione del Copasir del giugno 2025, hanno usato lo spyware militare Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon, contro due attivisti italiani della ONG Mediterranea, Luca Casarini e Beppe Caccia, con autorizzazione del governo. Sul caso del giornalista Francesco Cancellato la stessa Paragon sostiene di aver rescisso il contratto per il rifiuto del governo italiano di fare le verifiche. E per individuare il presunto ideatore della pagina Instagram che ha convocato le proteste di ottobre la polizia postale ha attivato, d’intesa con l’Antiterrorismo, le intercettazioni e ha ottenuto da Meta l’indirizzo IP del profilo. Le piattaforme diventano armi nemiche quando spiegano una protesta, e strumenti d’indagine efficientissimi quando servono allo Stato.
Il fiume della vergogna o come la Politica Italiana ha fatto fallire Fantozzi (In Italiano)
Anche la guerra dei meme di cui parla il ministro non è un’esclusiva dei nemici. Durante la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran del 2026 le ambasciate iraniane hanno inondato i social di video generati con l’intelligenza artificiale che ridicolizzano Trump in stile Lego, ed è propaganda di Stato a tutti gli effetti, la stessa che a Teheran ha dipinto un murale con la scritta “uccidiamo Trump”. Ma dall’altra parte è lo stesso presidente statunitense a pubblicare immagini di guerra generate con l’intelligenza artificiale, e la Casa Bianca risponde con filmati di bombardamenti montati con spezzoni di videogiochi. Gli adulti, i governi e i militari usano esattamente gli strumenti che rimproverano ai ragazzi. La differenza è che a un ragazzo che li usa per promuovere una manifestazione considerata violenta, oggi, quegli strumenti possono costare fino a dodici anni.
E quando il nemico ha finalmente un volto?
Il 24 ottobre, quattro giorni dopo il discorso sulla guerra ibrida, la notizia arriva poco prima dell’ora in cui sui social avrebbero dovuto essere annunciati i nuovi cortei: la polizia ha individuato “la mente” del Movimento 17 ottobre. Non è un agente straniero, né una fabbrica di troll. È un ricercatore trentenne, cittadino italiano, prima trattenuto con il nuovo fermo preventivo di dodici ore e poi fermato su disposizione della Procura di Milano. Le ipotesi di reato sono pesanti: istigazione a delinquere, terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, il reato appena introdotto dal decreto di ottobre. Al momento in cui scriviamo nessun giudice si è ancora pronunciato sulla convalida del fermo, e come chiunque l’indagato è innocente fino a sentenza definitiva. Gli investigatori citano chat in cui si invitava ad alzare lo scontro con la polizia. Quanto di quei messaggi sia suo e quanto di altri utenti è una delle cose che il giudice dovrà chiarire.
Ma a guardare le date, il racconto della “mente” non torna. Il corteo del 17 ottobre a Milano non era stato convocato dal Movimento 17 ottobre ma da Italia in Piazza, e la pagina attribuita all’indagato è nata dopo i disordini. Lo dicono, in sostanza, anche gli investigatori: secondo Il Giornale, la polizia non cercava gli organizzatori di proteste “nate spontaneamente per ragioni varie”, ma chi provava a cavalcarle. E la chat trovata sul telefono di un ragazzo di Monza, da cui l’indagine era partita, secondo Il Tempo non risulta amministrata da lui. C’è poi un dettaglio giuridico che merita attenzione: il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni esiste solo dal decreto del 22 ottobre, e la Costituzione vieta di punire un fatto che non era reato quando è stato commesso. Quel reato può riguardare solo condotte successive, e bisognerà vedere quali.
Nel frattempo il processo mediatico ha corso più veloce di quello giudiziario. I presunti nomi degli amministratori della pagina erano già stati pubblicati su canali Telegram riconducibili all’estrema destra. Le cronache si sono concentrate subito sulle origini familiari dell’indagato, senza nemmeno essere d’accordo su quali fossero, marocchine per alcune agenzie e palestinesi per altre, e qualche titolo si è spinto fino a evocare legami con Hamas di cui non è stato reso pubblico alcun riscontro. Secondo Il Tempo, l’indagato era già noto ai servizi segreti. Se così fosse, il “qualcuno” della guerra ibrida, quattro giorni prima, era un cittadino italiano già conosciuto dalla nostra intelligence. Le operazioni di influenza straniera sui social esistono e vanno indagate seriamente, ma un’accusa di guerra si fa con le prove, e la richiesta di Alleanza Verdi e Sinistra al ministro di venire in Parlamento a mostrarle è, per quanto risulta finora, ancora una richiesta.
Intanto, però, la guerra senza nemico ha prodotto i suoi effetti concreti. Alla vigilia del Consiglio dei ministri, Crosetto aveva scritto su X che i 500 militari in più per Milano avrebbero avuto senso solo se il Consiglio dei ministri avesse approvato “norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia” per tre mesi, e il vicepremier Tajani li aveva già annunciati come “militari che avranno anche i poteri di polizia giudiziaria”. Quella norma è saltata, secondo le ricostruzioni dopo i rilievi del Quirinale, e i militari resteranno a Milano fino al 31 dicembre con le sole funzioni che hanno già.
A chiedere di più è rimasto Roberto Vannacci, il cui partito, Futuro Nazionale, propone militari affiancati alla polizia con poteri di polizia giudiziaria, proiettili di gomma, unità cinofile per disperdere le folle e almeno sei anni di carcere per chi viene arrestato in flagranza. Dopo il passo indietro del governo ha commentato: “Ci eravate quasi”. La critica più netta è arrivata dalla polizia stessa: per il sindacato SIAP trasferire alle forze armate i poteri di pubblica sicurezza sarebbe “gravissimo”, una “torsione autoritaria e securitaria” del nostro sistema democratico.
Per misurare la portata di questa richiesta bisogna tornare all’unico precedente paragonabile della storia repubblicana. Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nell’estate del 1992, con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte uccisi a due mesi di distanza, il governo vara il decreto-legge 349 e avvia l’operazione “Vespri Siciliani”. Tra il 1992 e il 1998 in Sicilia ruotano complessivamente circa centocinquantamila militari, e a loro viene attribuita la qualifica di agente di pubblica sicurezza, la stessa che ancora oggi hanno i soldati dell’operazione Strade Sicure, compresi quelli mandati a Milano.
Il loro compito era il controllo del territorio contro Cosa Nostra, non la gestione dei cortei. E nemmeno di fronte alla stagione delle stragi lo Stato attribuì ai militari i poteri di polizia giudiziaria. Nel 2026, dopo vetrine rotte e negozi saccheggiati, il ministro della Difesa li ha chiesti per i militari impegnati durante le manifestazioni, e il leader di Futuro Nazionale ha aggiunto i proiettili di gomma e i cani per disperdere la folla. Quello che lo Stato non fece dopo l’assassinio di due magistrati viene proposto per rispondere a una protesta contro il carovita.

Resta la domanda che il metodo impone sempre: chi ne beneficia? Il discorso sulla guerra ibrida è stato pronunciato in un forum sugli acquisti militari e si chiude con la richiesta di risposte industriali e tecnologiche paragonabili a “una rete missilistica, una rete anti-droni”. Prima di diventare ministro, Crosetto è stato presidente dell’AIAD, la federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, senior adviser di Leonardo e presidente di Orizzonte Sistemi Navali. A margine dello stesso forum ha firmato con la ministra Bernini un manifesto d’intenti per legare università e Difesa sulle tecnologie “dual use”. Non ci sono prove che il discorso sia stato costruito per favorire qualcuno, e sarebbe scorretto sostenerlo. Ci sono però i fatti: una protesta contro il carovita è stata trasformata, davanti alla platea dell’industria militare, in una minaccia che richiede nuovi investimenti nella Difesa.
Perché proprio adesso?
Mettiamo in fila i pezzi, come si fa sulla scena di un crimine. Tra il 1968 e il 1981 l’Italia ha conosciuto piazze molto più violente di quella di Milano, con armi da fuoco, morti da una parte e dall’altra e divieti generalizzati di manifestare. Lo Stato rispose con una repressione durissima, ma le sue leggi d’emergenza avevano una scadenza, come il fermo di Cossiga lasciato morire da Rognoni perché “non servì a niente”. E accanto alla repressione arrivavano le riforme che rispondevano al perché di quelle piazze: le gabbie salariali abolite, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle carceri, l’amnistia. Dal 1990 in poi la Pantera, l’Onda, Genova, i No Tav, i ragazzi del clima, lo sciopero per Gaza non hanno ottenuto dal Parlamento una sola legge che rispondesse alle loro ragioni, con l’unica eccezione del reato di tortura, arrivato però solo dopo la condanna di Strasburgo, e dal 2018 al 2026 si sono accumulati invece cinque provvedimenti uno sopra l’altro, fino al fermo preventivo innestato nel decreto Moro e ai militari con poteri di polizia, fermati solo dal Quirinale.
A questo punto la domanda giusta non è perché i cittadini sarebbero diventati più violenti, perché i fatti dicono il contrario: le piazze di oggi sono molto meno letali di quelle di cinquant’anni fa, e i figli non sono più violenti dei padri che scendevano in strada ad Avola o a Bologna. La domanda giusta è un’altra. Se le piazze tornano, generazione dopo generazione, con richieste che si somigliano così tanto, un salario che basti per vivere, una casa, una scuola e una sanità pubbliche che funzionino, allora il problema non sta in chi scende in strada ma in chi governa. Lo Stato italiano ha saputo, in un’altra stagione, trasformare il conflitto sociale in diritti; poi ha smesso di farlo, e oggi rimette persino in discussione alcune di quelle conquiste. Le gabbie salariali, il meccanismo per cui morirono Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, sono tornate nel dibattito di governo con una proposta del ministro dell’Istruzione Valditara sugli stipendi degli insegnanti.
Il filo rosso, allora, si vede da solo, e sta proprio nella parola scelta dal ministro della Difesa. Uno Stato che non sa più rispondere alla domanda “perché siete in piazza?” ha bisogno di cambiarla in un’altra: “chi vi manda?”. La guerra ibrida serve esattamente a questo. L’emergenza degli anni di piombo aveva un nemico con un nome e una fine possibile, e quando quel nemico arretrava le leggi speciali potevano essere lasciate scadere. Una guerra condotta da un “qualcuno” che non viene mai nominato non può essere vinta e quindi non può finire, e un’emergenza che non può finire non ha bisogno di scadenze: ogni nuova piazza diventa la prova che la guerra continua, ogni nuovo decreto si appoggia su quello precedente. Così la violenza diminuisce e il controllo aumenta, e un problema sociale viene trattato come un problema militare.
Nel 1968 lo Stato sparò sui braccianti di Avola e poi, nel giro di poche settimane, diede loro ragione. Nel 2026 non spara più, e questo è un progresso che va riconosciuto. Ma ai ragazzi, ai camionisti, agli agricoltori e alle famiglie che scendono in piazza contro il carovita non dà nemmeno ragione: li descrive come soldati inconsapevoli di una guerra straniera. Forse è questa la vera novità che il ministro non ha saputo vedere. Non sono le piazze a essere diverse da quelle di altre epoche: è lo Stato che ha smesso di ascoltarle.
E qui si apre una domanda che va oltre Milano e oltre questo dossier, e che merita un’inchiesta a sé. Che cosa succede a una democrazia quando chi governa e chi deve arrivare alla fine del mese non parlano più la stessa lingua? Quando il disagio di milioni di persone viene letto come una minaccia alla sicurezza nazionale, e chi lo vive viene trattato come un nemico interno? È lo scollamento tra il Palazzo e la vita quotidiana, una distanza che in tutta Europa sta prendendo la forma di una crisi politica.
Antonella Silipigni
Fonte: antonellas.substack.com & DeepWeb
SOSTIENICI TRAMITE BONIFICO:
IBAN: IT19B0306967684510332613282
INTESTATO A: Marco Stella (Toba60)
SWIFT: BCITITMM
CAUSALE: DONAZIONE




