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Il regime della solitudine: come i social ci stanno preparando al ritorno del totalitarismo

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Il regime della solitudine

Per secoli, la socializzazione è stata la principale attività dell’essere umano. Passavamo le nostre giornate incontrando persone: andando al lavoro, in chiesa, al parco, al mercato o al bar sotto casa. Dopotutto, quali erano le alternative? Restare in casa a fissare il soffitto? In un certo senso, eravamo obbligati a socializzare. Era un automatismo. L’aveva capito anche Aristotele: l’uomo è un animale sociale.

Brutte notizie: la tecnologia ha ucciso Aristotele. Prima, è arrivata l’automobile per tutti. Poi, è arrivata la televisione. Infine, Steve Jobs ha messo uno smartphone nelle mani di ognuno di noi. E, improvvisamente, siamo stati catapultati in un territorio inesplorato. Nel Secolo Anti-Sociale, come l’ha definito il giornalista Derek Thompson.

Sempre più persone scelgono di isolarsi socialmente, preferendo passare il tempo a scrollare sui social, a giocare ai videogiochi o a guardare serie TV. E, anche se siete fisicamente in compagnia, potete comunque rivolgere la vostra attenzione agli schermi: la socializzazione diventa un fatto opzionale.

Avrete già intuito la conseguenza di tutto ciò: la solitudine percepita è esplosa.

Questo, già di per sé, è un enorme problema. Ma c’è un altro risvolto, ancor più inquietante, che quasi nessuno vede. La solitudine è un problema sociale, ma può diventare anche un problema politico. Individui isolati faticano a costruire una visione condivisa del mondo. Esponeteli, per migliaia di ore, allo strumento di propaganda più potente della storia – l’algoritmo dei social e avrete la ricetta perfetta per il disastro.

Hannah Arendt diceva che i regimi totalitari non si fondano sulla semplice solitudine o sull’isolamento degli individui, ma sulla loro estraniazione.

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Hannah Arendt

L’estraniazione si verifica quando la solitudine viene spinta alle sue estreme conseguenze: non perdiamo solo le persone intorno a noi, ma anche il mondo che condividiamo con loro. Veniamo privati di quel terreno comune che ci permette di dire: “Io questa cosa la vedo così, tu come la vedi?”.

I luoghi, le istituzioni, le regole, le esperienze e i fatti vengono così dissolti in favore dell’esperienza individuale. Ognuno di noi inizia a vivere in un proprio, piccolo mondo personalizzato. In nessun caso esso comunica con gli altri.

Le ideologie trovano quindi la porta spalancata, fornendoci una spiegazione semplice, immediata e impossibile da mettere in discussione con gli altri. Oggi, l’estraniazione è diventata la condizione ordinaria di milioni di persone. Immersi in ambienti digitali per gran parte della giornata, gli individui vengono bombardati da contenuti iper-personalizzati attraverso gli algoritmi. Che, s’intende, sono scritti dalle grandi aziende tech.

L’algoritmo seleziona ciò che cattura la mia attenzione, riproponendomi contenuti simili all’infinito. Se passo ore a guardare video su quanto siano corrotti i politici, il feed mi mostrerà sempre più contenuti sulla corruzione della politica. Se guardo contenuti che raccontano quanto siano impossibili le relazioni moderne, ne riceverò altri che confermano la stessa idea.

Se penso che il mondo sia decadente, l’algoritmo può diventare una macchina straordinariamente efficiente nel dimostrarmi che avevo ragione. E, non condividendo più la stessa realtà con le altre persone, finirò per credere ciecamente alla mia versione dei fatti. O, almeno, quella che penso essere mia. Con l’obiettivo di massimizzare l’engagement, veniamo intrappolati in tunnel virtuali fatti su misura per confermare le nostre convinzioni.

Viviamo quindi in una condizione di estraniazione permanente.

Questo consente a determinati contenuti di prosperare nelle nostre menti. Max Fisher lo spiega utilizzando l’espressione macchina del caos: gli algoritmi hanno imparato che la rabbia, la paura, il conflitto tra gruppi e i contenuti estremi sono particolarmente efficaci nel catturare attenzione.

Non solo, quindi, le persone vivono in micro-mondi. Ma quei micro-mondi sono anche pieni di odio, instabilità e radicalismo. Ed essendo estraniati l’uno dall’altro, nessuno di noi ha davvero modo di verificare se il mondo sia davvero un posto così malvagio come dipinto sullo schermo.

Ed è su questo presupposto che si basa il nuovo sistema totalitario. Totalitarismo Pulsionale Negli ultimi anni, la macchina del caos si è spinta a un livello superiore. Le dittature del Novecento avevano bisogno dello Stato per controllare la realtà: propaganda, censura, polizia, scuola, monopolio dell’informazione.

Il nuovo meccanismo funziona diversamente: un algoritmo e uno smartphone sono più potenti di qualsiasi infrastruttura statale. Non serve controllare la produzione dei contenuti; basta controllare l’ambiente in cui si propagano. Inoltre, i regimi imponevano ideologie strutturate. Possiamo pensare al nazifascismo come esempio storico concreto.

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Oggi, la struttura ideologica del totalitarismo digitale è molto più subdola. I sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti estremi: conflitto, paura, indignazione, desiderio, scandalo. Questi contenuti possono certamente assumere forme riconducibili alle ideologie nazifasciste. Possono avere tratti xenofobi, omofobi o violenti.

Ma possono essere anche molto di più.

Per esempio, possono mostrarci standard di bellezza estremi e irraggiungibili. Stili di vita da sogno, con vacanze di lusso, champagne e yacht. Storie di successo o insuccesso improbabili e straordinariamente rare.

Qualsiasi cosa il vostro smartphone vi mostri, quasi sicuramente il messaggio di fondo sarà lo stesso:

1) la vita è un gioco a somma zero – se tu vinci, qualcun altro perde.

2) tu sei solo devi competere contro tutti.

3) devi vincere il gioco anche a discapito degli altri.

Questa estrema competizione rende gli individui più suscettibili al ritorno delle ideologie strutturate del Novecento. Quando la pressione diventa insopportabile, chiunque è pronto ad abbracciare l’ideologia più radicale pur di dare un senso al caos. Ma questo, all’algoritmo, non interessa. Gli basta continuare a fare il proprio lavoro: mostrarti ciò con cui interagisci, ciò che ti trattiene, ciò che ti fa arrabbiare, ciò che ti fa desiderare.

Qui si rivela la vera identità del nuovo totalitarismo: non un regime in particolare, ma un totalitarismo modellato sulle nostre pulsioni più profonde. Un totalitarismo pulsionale, che si serve della nostra solitudine o meglio, estraniazione per esercitare un controllo totale sulle nostre vite.

Lazarus

Fonte: lazarusgd.substack.com & DeepWeb

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