Ma avete un idea di cosa mobilita esattamente uno Stato quando inizia a parlare di guerra?
Dal punto di vista politico prepararsi alla guerra porta enormi vantaggi, ma i morti che verranno sono solo una formalità che i diretti interessati delegano al popolo che li ha eletti. 🙁
Toba60
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L’Europa mobiliterà ciò che non può più sfuggire
I ricchi sono mobili e, dato lo stato della tassazione, la conclusione è ovvia.
Eppure, questa settimana, lo stesso continente si rende conto che occorre prepararsi psicologicamente alla guerra: con notevole unanimità, nel giro di 72 ore, ai principali media è stato fornito un pacchetto narrativo quasi identico. Così, la BBC si chiede se siamo psicologicamente pronti; Anne Applebaum spiega che la guerra ibrida è finita e che è iniziata la fase «cinetica»; l’Institute for the Study of War pubblica un rapporto speciale sulle campagne russe già in corso contro l’Europa; Franceinfo convoca degli «esperti» che ipotizzano l’invasione di un paese baltico.

E sullo sfondo, la situazione si fa concitata con il polacco Tusk e i suoi droni “accidentali”, gli ospedali tedeschi che si preparano, la Lituania che ripete le sue esercitazioni di evacuazione, il “war book” britannico, i capi di Stato Maggiore riuniti a Copenaghen.
Si potrebbe disquisire sui reali stati d’animo di Putin al Cremlino, ma c’è una domanda breve la cui risposta è decisamente più facile da verificare: quando uno Stato inizia a parlare di guerra, cosa mobilita esattamente?
In sostanza, ciò che non può fuoriuscire.
Eh sì, lasciamo stare la geopolitica: qui si tratta di meccanica fiscale elementare: dato che non si può tassare ciò che se n’è andato, si tassa ciò che resta. La base imponibile mobile ha dimostrato di avere diverse opzioni; restano quindi gli immobili, gli stipendi, il risparmio regolamentato e le persone fisiche.
E, per fortuna, lo Stato sa come raggiungere efficacemente questi quattro, tanto più quando si tratta di «prepararsi».

Per quanto riguarda il risparmio, quindi, a partire da ottobre 2025, il fondo Bpifrance Défense lo convoglia verso l’industria degli armamenti, e l’importo medio degli investimenti indica che i sottoscrittori dispongono di risorse più che sufficienti. Al Senato, una proposta di legge sta circolando dalla primavera con l’idea di un «libretto sovrano», una sorta di libretto A i cui proventi andrebbero a finanziare la costruzione di depositi di munizioni piuttosto che di alloggi popolari. Questi strumenti non hanno bisogno di un missile su Varsavia per funzionare: bastano un rischio credibile, commesse pluriennali e un risparmiatore che, dal canto suo, non aprirà un conto a Singapore la prossima settimana.
Per quanto riguarda le forze armate, va sottolineato che il Belgio e la Romania hanno introdotto il servizio militare volontario nel 2026, la Germania si è prefissata l’obiettivo di raggiungere i 20.000 volontari, l’Austria estenderà la durata del servizio di leva a nove mesi a partire dal 1° gennaio 2027 e la Francia sta reintroducendo il servizio nazionale.
Va bene, è vero, il Neuer Wehrdienst tedesco ha inviato 298.200 questionari a giovani tedeschi per promuovere una brillante carriera militare, ma cinque mesi dopo ha raccolto solo 530 adesioni definitive, ovvero lo 0,18% di un successo che definiremmo pudicamente “modesto”.
Il presidente della commissione difesa del Bundestag ha quindi fissato luglio 2027 come termine ultimo prima di prendere in considerazione il ritorno alla coscrizione obbligatoria, il che è un modo elegante per spiegare che, se il volontariato non darà risultati, i «volontari» verranno designati con la forza. Dopo tutte le sciocchezze che ci siamo bevuti, abbiamo passato trent’anni a insegnare ai giovani europei che la nazione è una costruzione, il confine una forma di violenza e la bandiera l’inizio di un sintomo, ed ecco che i nostri leader si stupiscono che questi stessi giovani ora si rifiutino di andare a morire a Narva o a Kiev.
Ma il colmo di queste agitazioni sempre meno coerenti rimane senza dubbio il calendario, in particolare quello finanziario (l’unico che conta, in fin dei conti), di questi preparativi.
A giugno, la Francia ha sottoscritto il proprio prestito SAFE con la Commissione (15,09 miliardi di euro, nell’ambito del meccanismo europeo da 150 miliardi in totale), rimborsabile in 45 anni, con una moratoria di 10 anni sul capitale e un requisito obbligatorio del 65% di contenuto europeo.
Sì, avete letto bene: nei programmi televisivi si parla di una guerra che potrebbe scoppiare nel 2027, e bisogna prepararsi mentalmente già da questo fine settimana; ma in fondo al contratto si legge che i rimborsi inizieranno nel 2036 e termineranno intorno al 2071, come se i nostri governanti stessero finanziando una guerra imminente con un orizzonte temporale di 45 anni.

In realtà, si tratta piuttosto di una politica industriale e, guarda caso, la clausola del 65% di contenuto europeo tutela i portafogli ordini europei ben prima di proteggere i carri armati russi (quelli del 2027 o quelli del 2071).
La paura viene venduta all’elettore mentre il prestito a lungo termine viene venduto al mercato, ma è proprio quest’ultimo ad essere più credibile poiché mobilita somme considerevoli: un investitore che credesse seriamente a una guerra convenzionale in Europa entro i prossimi tre anni non acquisterebbe titoli a 45 anni a tasso preferenziale. Il Bund, del resto, non dà alcun peso a quanto riportato dai titoli dei giornali e attualmente non «prezza» alcuna crisi. La stessa NATO continua a ribadire di non intravedere alcun attacco convenzionale imminente.
Insomma, questo picco di retorica in vista di una preparazione alla guerra non coincide con un picco di probabilità di un’azione militare, ma con eventi politici ed economici che conferiscono a tali discorsi un effetto immediato, a differenza della guerra.
Questo trasforma in una questione di sopravvivenza collettiva quella che non è altro che un programma fallimentare, con un debito pari al 114% del PIL, una crescita dello 0,4%, un governo molto impopolare e il gasolio a 2,41 euro al litro. Questo sblocca linee di bilancio altrimenti intoccabili e permette di dimenticare l’austerità, pur necessaria, ricorrendo al termine «resilienza ». Offre al continente l’unica politica industriale su larga scala ancora vendibile, dato che l’industria automobilistica e chimica tedesca sono state sabotate una volta di troppo. E, soprattutto, occupa lo spazio mediatico prima che la rabbia alla pompa diventi apertamente antigovernativa.
Ovviamente, la cosa peggiore è che chi se n’è andato l’anno scorso con il proprio patrimonio non verrà chiamato alle armi, i suoi risparmi non finanzieranno la Rheinmetall e i 45 anni di rate non figureranno mai sulla sua dichiarazione dei redditi. Tutto questo ricadrà su coloro che non avevano i mezzi per andarsene e che, per l’occasione, vengono definiti «la nazione» o «la patria», concetti che fino a pochi anni fa erano ancora considerati sporchi.
Perché, dal punto di vista politico, prepararsi alla guerra porta vantaggi.
h16
Fonte: h16free.substack.com
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