L’Europa non è in crisi, è la crisi, grazie alla codardia di intere nazioni che si negano le fatidiche parole, fuori dall’unione europea e dall’eurotruffa!
Sembra che si esorcizzi una parola (Fuori dall’euro e dall’Unione Europea) che viene bandita pure dalle più fervide menti che in tutti questi anni hanno pontificato quanto di peggio l’unione europea ha sviluppato e sto attendendo al varco tutti quelli che in silenzio si stanno trincerando a parole dietro un populismo di facciata che pare essere tornato nuovamente di moda. 🙁
Toba60
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L’Europa brucia
Le recenti proteste di piazza in molti paesi europei sono il risultato di mezzo secolo di fallimenti da parte delle élite politico-economiche del continente.

Le crescenti mobilitazioni di protesta che ormai da settimane dilagano in numerosi paesi europei (e non solo) rappresentano un ulteriore tassello che si aggiunge al quadro di crisi internazionale.
In Francia, uno dei principali focolai dell’emergenza continentale, gli studenti sono scesi in piazza per protestare contro degrado e diseguaglianze nel settore dell’istruzione. Si sono uniti a loro sindacati e gilet gialli lamentando l’aumento dei prezzi del carburante, il basso livello dei salari, i tagli di bilancio, la riduzione delle pensioni.
Le manifestazioni hanno raggiunto dimensioni impressionanti, mobilitando spesso intorno al mezzo milione di persone.
In Germania, decine di migliaia di giovani sono scesi in piazza per chiedere alloggi, più fondi per la scuola, e per opporsi alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Gli studenti si sono mobilitati anche in Italia, Spagna, Belgio.
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In Italia ed altri paesi, sindacati e lavoratori hanno paralizzato servizi pubblici e mezzi di trasporto per denunciare l’insostenibile costo della vita.
In Spagna e Portogallo, la crisi abitativa alimentata dagli sfratti e dall’aumento vertiginoso degli affitti ha portato nelle strade un’ondata di malcontento che chiede garanzie per le fasce più vulnerabili della popolazione.
Proteste studentesche si sono verificate anche in Serbia, Grecia, Albania, nel quadro di una diffusa insoddisfazione sociale legata al deterioramento delle condizioni socio-economiche che ha investito anche paesi extraeuropei come India, Cile, Messico, Siria.
Contro guerra e riarmo
La rivolta è indirizzata non solo contro le politiche economiche dei governi europei ma, in maniera cruciale, contro le loro scelte di politica estera che alimentano guerre dall’Ucraina al Golfo Persico, con ricadute evidenti in termini di aumento dei prezzi energetici e di taglio della spesa sociale a favore del riarmo e dell’industria bellica.
Alla generazione che è scesa in piazza è stato chiesto di accettare scuole fatiscenti, lavoro precario e affitti insostenibili al fine di liberare risorse per il settore della difesa. Nel frattempo le disuguaglianze aumentano drammaticamente.

Come ha osservato l’economista francese Thomas Piketty, mentre in Francia il debito pubblico è passato dal 20% del PIL nel 1970 al 120% di oggi, la ricchezza privata è cresciuta in maniera ben più radicale, passando dal 300 al 600% del PIL, con un’estrema concentrazione tra i patrimoni finanziari più ingenti.
Il problema da risolvere, conclude Piketty, è un problema di redistribuzione.
Le rivendicazioni della composita protesta che si sta manifestando in tutto il continente europeo riguardano anche l’abuso delle infrastrutture civili a scopi militari.
Il 30 ottobre, i lavoratori di 113 porti in 22 paesi di tutto il mondo, in maggioranza scali europei, hanno incrociato le braccia. La mobilitazione dei portuali trae origine dalla Dichiarazione di Istanbul dello scorso maggio, nella quale si denuncia la progressiva trasformazione di porti, rotte marittime, e dell’intera catena dei trasporti in una infrastruttura di guerra.
Oltre a condannare il genocidio di Gaza, i portuali chiedono di porre fine a qualsiasi movimentazione di armi attraverso porti civili, di smettere di impiegare gli scali portuali come basi per le forze armate di USA, NATO e paesi europei, invocano lo stop al riarmo, e migliori condizioni di lavoro nei porti.
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I lavoratori hanno dato particolare enfasi alla solidarietà nei confronti dei palestinesi, con specifico riferimento alle catastrofiche condizioni in cui continua a vivere la popolazione di Gaza, ma anche alla crescente emergenza in Cisgiordania.
Come hanno osservato esponenti del movimento portuale, “poiché oltre il 90% delle importazioni israeliane arriva via mare, i porti di tutto il mondo rappresentano il punto nevralgico dell’economia israeliana”.
Violenza di stato e repressione del dissenso
Dal canto loro, i governi europei – che hanno fornito armi ed aiuto logistico all’operazione di sterminio condotta da Israele a Gaza, che inneggiano alla necessità del riarmo, che hanno sostenuto le proteste in Iran (benché infiltrate da Stati Uniti e Israele) e perfino l’ingiustificata aggressione militare israelo-americana nei confronti del paese, e che hanno appoggiato numerose rivolte contro governi non allineati con l’Occidente – non hanno esitato a stigmatizzare e reprimere la “violenza” delle proteste nella piazze europee tacendo delle decine di migliaia di manifestanti che hanno espresso pacificamente il proprio dissenso.
In Francia, migliaia di giovani sono stati arrestati durante le mobilitazioni e decine sono stati feriti dalle forze dell’ordine, anche in modo grave.
Il partito La France Insoumise ha paragonato la repressione osservata nelle città della Francia a quella applicata dalle forze di sicurezza francesi nel possedimento coloniale della Nuova Caledonia nel 2024: stato di emergenza, prolungati coprifuoco, divieto generale di manifestare, ampio dispiegamento di forze dell’ordine sempre più militarizzate.
Le ragioni del malcontento
La Francia rappresenta forse l’epicentro della crisi europea, riassumendo i principali elementi alla base del malcontento diffuso in molti altri paesi del continente.
L’istruzione nel paese è tra le più discriminanti del mondo sviluppato. Le scuole delle aree svantaggiate sono talmente prive di risorse che il divario per gli studenti che le frequentano diventa incolmabile.
Nel frattempo importanti risorse pubbliche vengono assegnate alle scuole private a cui ricorrono le famiglie più benestanti.
La crisi dell’istruzione è solo uno degli aspetti del deterioramento dei servizi pubblici in Francia. Tra gli altri spiccano la riduzione della spesa sanitaria, l’aumento del costo della vita e la stagnazione dei salari, il taglio delle pensioni, la crisi delle case popolari, l’aumento della povertà e delle disuguaglianze.
Mentre l’economia del paese ha smesso di crescere e registra un sensibile calo degli investimenti, all’opinione pubblica francese viene detto che le politiche di austerità sono necessarie per ridurre il deficit di bilancio e l’enorme debito pubblico.

La spesa pubblica destinata alla difesa continua tuttavia ad aumentare. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che le spese militari raggiungeranno i 64 miliardi entro il 2027, con un anticipo di tre anni rispetto a quanto inizialmente stabilito.
Una simile contraddizione è solo il culmine di mezzo secolo di fallimenti da parte delle élite politico-economiche del continente.
L’affossamento dell’Europa
La decisione di delocalizzare in Asia la produzione manifatturiera si è dimostrata un errore strategico fatale. L’idea che le compagnie europee potessero produrre a costi più bassi accrescendo la propria competitività a livello internazionale, mentre know-how, capitali e management sarebbero rimasti in Europa, si è rivelata illusoria.
Come ha scritto l’esperta svizzera Marianne Volonté,
la produzione stessa riproduce e rigenera la conoscenza. Laddove si svolge l’attività manifatturiera, gli ingegneri interagiscono con le linee di produzione in un processo di apprendimento continuo. Attorno a quelle fabbriche nascono nuovi fornitori e i lavoratori acquisiscono competenze sempre più specializzate. I problemi vengono risolti, i processi perfezionati e le tecnologie migliorate altrove. Nel corso degli anni e dei decenni, da un semplice outsourcing può evolversi un intero ecosistema industriale, ed è proprio ciò che è accaduto.
Allo stesso tempo, conoscenze, competenze tecniche, indotto, si perdono laddove la produzione industriale cessa di esistere.
In Europa, il cosiddetto “mercato unico” non ha prodotto la prosperità promessa. Un numero crescente di regioni europee è in preda alla stagnazione e registra un peggioramento del tenore di vita, una tendenza mai realmente invertitasi dalla crisi finanziaria del 2008, a cui fecero seguito la crisi dell’euro e le politiche di austerità.
Come ho scritto in un precedente articolo,
l’UE è sempre più un’Unione delle disuguaglianze, nella quale le tendenze divergenti continuano a rafforzarsi. L’ascesa dei partiti della cosiddetta estrema destra “euroscettica” è in gran parte conseguenza del malcontento diffuso nelle regioni più penalizzate.
Le prolungate politiche di austerità, la ridefinizione delle catene di fornitura avviata con la crisi del Covid-19, e la decisione europea di rinunciare all’energia a basso costo fornita dalla Russia, non hanno fatto altro che aggravare la crisi.
La creazione di una nuova cortina di ferro in Europa ha reindirizzato il sistema energetico continentale verso una crescente dipendenza dalle più costose e incerte fonti di gas e petrolio statunitensi.
In pochi anni, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di gas naturale liquefatto (LNG) e di petrolio, e il secondo fornitore di carbone dopo l’Australia.
Il vertiginoso aumento della bolletta energetica sta contribuendo alla deindustrializzazione della Germania (un tempo la “locomotiva” d’Europa) e di altri paesi europei.
La crisi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno ulteriormente aggravato il quadro della catastrofe energetica europea.
Impossibile invertire la rotta
E’ utile ricordare che sia l’aggressione all’Iran che la guerra contro la Russia in Ucraina fanno parte di un insieme di conflitti volti a mantenere l’Occidente “alla guida del mondo”, secondo le parole recentemente pronunciate dal segretario di Stato Marco Rubio ai piedi dell’acropoli di Atene.
Tali guerre ne stanno invece accelerando il declino, ed in particolare stanno sprofondando l’Europa in una crisi che non ha precedenti negli ultimi decenni.
Ma, come ha affermato l’europarlamentare tedesco Michael von der Schulenburg, è estremamente difficile per le élite politiche europee riavviare un serio negoziato con la Russia, perché negoziare dopo quattro anni di conflitto significherebbe riconoscere che esso verte attorno all’architettura di sicurezza in Europa, non a questioni territoriali.
Ammettere che l’espansione della NATO a est ha scatenato il conflitto argomenta von der Schulenburg significherebbe riconoscere che l’invasione russa dell’Ucraina non è stata un’aggressione “non provocata”.
In altre parole, implicherebbe ammettere una responsabilità europea nel conflitto, derivante dal fatto che le preoccupazioni di sicurezza della Russia non sono state prese in considerazione.
Accettare un trattato che riconosca la neutralità dell’Ucraina come richiesto dalla Russia prima del conflitto, secondo von der Schulenburg, porrebbe le élite politiche europee in estremo imbarazzo di fronte alle proprie rispettive popolazioni, le quali chiederebbero loro conto di tutti questi anni di guerra che hanno ucciso forse fino a un milione di persone.
Il fatto che l’espansione incontrollata della NATO avrebbe portato a una crisi in Europa era stato riconosciuto già alla fine degli anni ’90 del secolo scorso da Jack Matlock, ex ambasciatore statunitense nell’Unione Sovietica, e George Kennan, l’architetto della strategia americana durante la Guerra Fredda.
Ma il cancelliere tedesco Friedrich Merz continua a sostenere che Mosca intende invece “destabilizzare l’intero ordine politico del nostro continente europeo” perché “teme la democrazia”, “le società aperte”, e “il successo dell’integrazione europea”.

Pochi giorni dopo, egli ha ribadito che è la Russia, non lo stato dell’economia tedesca, la sua principale preoccupazione. Affermazioni che non sono andate a genio alla maggioranza dell’opinione pubblica tedesca alle prese con la crisi energetica e l’aumento del costo della vita.
Lo “Stato bunker”
Il crescente scollamento fra le élite di governo e le popolazioni europee è l’elemento chiave che ha portato alle recenti proteste di piazza, e in generale al crescente malcontento degli ultimi anni. La risposta dei governi, in molti paesi europei, è stata quella di tendere verso il modello dello “Stato bunker”, come lo ha definito la ricercatrice Nel Bonilla.
Secondo Bonilla, stiamo assistendo alla progressiva transizione dalla pianificazione del “bene comune” a quella finalizzata alla preservazione del sistema.
Invece di agire allo scopo di garantire il bene pubblico, “la politica dello Stato si orienta interamente verso la securitizzazione e la militarizzazione. In questo modello, la popolazione nazionale non è più considerata come un insieme di cittadini titolari di diritti civili ed economici, ma principalmente come oggetto della sicurezza nazionale”.
Il cittadino diventa mero capitale umano: una risorsa da ottimizzare e una vulnerabilità da controllare. Il dissenso viene concepito come una forma di sabotaggio del sistema. La censura diviene una forma di “igiene amministrativa” per mantenere un ambiente cognitivo “sicuro”. Lo spazio pubblico viene “sterilizzato”.
Roberto Iannuzzi
Fonte: substack.com/@robertoiannuzzi & DeepWeb



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