Dietrich Bonhoeffer: teoria sulla stupidità sociale
Il problema primario dell’essere umano è stabilire il proprio grado di stupidità in quanto madre natura pare aver deliberato attraverso un decreto legge che ad esserlo sono sempre gli altri. 🙁
Toba60
Siamo tra i più ricercati portali al mondo nel settore del giornalismo investigativo capillare ed affidabile e rischiamo la vita per quello che facciamo, ognuno di voi può verificare in prima persona ogni suo contenuto consultando i molti allegati (E tanto altro!) Abbiamo oltre 200 paesi da tutto il mondo che ci seguono, la nostre sedi sono in in Italia ed in Argentina, fate in modo che possiamo lavorare con tranquillità attraverso un supporto economico che ci dia la possibilità di poter proseguire in quello che è un progetto il quale mira ad un mondo migliore!
La teoria della stupidità sociale
Non c’è nulla di più pericoloso dell’ignoranza messa in pratica. Quando Goethe scrisse queste parole, non poteva immaginare quanto sarebbero diventate profetiche nei momenti più bui del XX secolo. È un monito che avrebbe trovato il suo interprete più autorevole in Dietrich Bonhoeffer, il quale assistette in prima persona a come la cecità collettiva potesse trasformare un’intera nazione.

Bonhoeffer ha operato una distinzione fondamentale che la psicologia moderna conferma: il male e la stupidità agiscono secondo principi fondamentalmente diversi. Mentre il male, di solito, è consapevole di agire male, la stupidità procede con assoluta convinzione nella propria rettitudine.
Non è una questione di intelligenza. Alcune delle menti più colte della Germania nazista rinunciarono in modo totale al proprio pensiero critico. Si tratta di un fenomeno psicologico che Bonhoeffer vide diffondersi nella società tedesca come un virus: la disponibilità ad abbandonare il giudizio individuale in cambio della rassicurazione offerta dalla certezza di massa.
Ciò che conferì alla riflessione di Bonhoeffer una chiarezza così sconvolgente fu la sua posizione di partecipante e osservatore al tempo stesso. In qualità di teologo nella Germania di Hitler, assistette in tempo reale al modo in cui persone ragionevoli professori, medici, pastori accettarono gradualmente l’inaccettabile.
Ha documentato come questa resa mentale non sia avvenuta per mezzo della forza, bensì attraverso piccole e graduali rinunce alla responsabilità personale.
L’aspetto più pericoloso del conformismo di massa non è la sua visibilità, bensì la sua invisibilità. Si maschera da buon senso, da patriottismo, da pragmatismo. Non si presenta come un crollo morale, ma come un ragionevole adattamento ai tempi che cambiano.
Bonhoeffer ha osservato come chi cade in questa trappola psicologica non si consideri complice del male. Si sente normale, ragionevole, persino virtuoso nella propria conformità.
In contesti del genere, Bonhoeffer intuì qualcosa che sarebbe stato poi confermato dall’esperimento della prigione di Stanford e dagli studi sull’obbedienza di Milgram: il pensiero critico stesso diventa un atto di resistenza. Il semplice gesto di chiedersi «Perché?» quando tutti gli altri annuiscono diventa non solo un esercizio intellettuale, ma una profonda presa di posizione morale.
Per mantenere la propria capacità di giudizio autonomo quando la massa si precipita verso la certezza occorre non solo intelligenza, ma anche coraggio.
Sezione prima: Il percorso di Bonhoeffer
Nato in una famiglia benestante, cresciuto in un ambiente colto, eppure destinato a sfidare il regime più oscuro del XX secolo, la giovinezza di Dietrich Bonhoeffer non lasciava intravedere in alcun modo il gigante morale che sarebbe diventato.
Figlio di Karl Bonhoeffer, illustre psichiatra, e di Paula, discendente da una stirpe di teologi, il giovane Dietrich assorbì sia il rigore scientifico che la profondità spirituale alla tavola di casa sua.
È possibile intravedere i primi segni del coraggio che avrebbe dimostrato in seguito nell’ambiente che lo ha plasmato: una famiglia in cui si incoraggiava a porre domande e in cui le conversazioni a tavola vertevano sulle questioni più profonde dell’esistenza umana.
Non si è trattato solo di un’infanzia serena. È stato un percorso di formazione al pensiero critico.
La morte che cambiò tutto avvenne durante la Prima guerra mondiale, quando suo fratello Walter cadde in battaglia. Si può immaginare che un tredicenne elabori il lutto in molti modi, ma la reazione di Dietrich fu straordinaria. Si dedicò alla teologia, non come via di fuga, ma come confronto con le domande fondamentali dell’esistenza.
Non riuscivano a capirlo: perché mai un ragazzo brillante, proveniente da una famiglia di orientamento laico, avrebbe dovuto scegliere una strada del genere? Suo padre, uomo di scienza, aveva sperato in una carriera diversa per suo figlio. Eppure in Dietrich si era risvegliato qualcosa che non poteva essere ignorato: un desiderio ardente di comprendere non solo come funziona il mondo, ma anche cosa gli conferisce un senso.
La sua formazione teologica lo portò da Tubinga a Berlino e poi a New York, ma non si trattò di un percorso puramente accademico. Mentre i suoi contemporanei discutevano di astrazioni teologiche, Bonhoeffer si dedicò con dedizione alla realtà concreta del ministero. La scuola domenicale in cui insegnava, il gruppo giovanile che guidava: questi sono diventati dei laboratori in cui mettere alla prova il significato della fede nella pratica. Si intravede un quadro che prende forma: l’intellettuale e il pratico che si fondono in un uomo che si rifiutava di separare il pensiero dall’azione.
La sua brillantezza accademica avrebbe potuto rinchiuderlo in una torre d’avorio, ma lui ha invece scelto di confrontarsi con persone reali e problemi concreti. L’ascesa al potere dei nazisti nel 1933 impose un immediato esame di coscienza. Mentre molti cristiani tedeschi trovarono il modo di adattarsi al regime di Hitler, Bonhoeffer riconobbe la fondamentale incompatibilità tra il cristianesimo autentico e il nazionalsocialismo.
La sua opposizione non fu graduale né esitante. Fu immediata e lucida.
Avevano creato il “Cristianesimo positivo”, una perversione della fede che rivestiva l’odio razziale di un linguaggio religioso. Bonhoeffer rispose con La Chiesa e la questione ebraica, in cui affermava l’obbligo della Chiesa di opporsi ai governi ingiusti e di aiutare le vittime delle persecuzioni di Stato, indipendentemente dalla loro religione. In questa sua prima presa di posizione si intravede già quella lucidità morale che avrebbe caratterizzato la sua resistenza.
Il seminario clandestino di Finkenwalde rappresentò la sfida più diretta lanciata da Bonhoeffer al controllo nazista sulle istituzioni religiose. Immaginate di creare una comunità segreta dedicata all’autentica formazione cristiana mentre lo Stato esigeva la conformità ideologica. Studiavano teologia, certo, ma mettevano anche in pratica ciò che Bonhoeffer definiva Vita in comune: una comunità radicale che incarnava l’alternativa alla visione del mondo nazista. Si potrebbe considerarla non solo una resistenza educativa, ma anche una resistenza psicologica: la creazione di uno spazio in cui fosse possibile vivere e respirare valori diversi quando la cultura circostante era diventata tossica.

La sua decisione di unirsi alla resistenza attiva attraverso l’Abwehr, i servizi segreti militari, rappresentò la mossa più controversa di Bonhoeffer. Il teologo divenne un cospiratore, sfruttando i propri contatti internazionali per aiutare gli ebrei a fuggire e, alla fine, sostenendo i complotti volti ad assassinare Hitler.
I ragionamenti morali alla base di questa scelta rivelano la complessità psicologica di Bonhoeffer. Lo si vede alle prese con domande fondamentali: la violenza è mai giustificata per impedire una violenza ancora maggiore? La responsabilità richiede talvolta di compromettere la propria purezza morale?
Lo arrestarono nell’aprile del 1943, senza rendersi pienamente conto della portata delle sue attività di resistenza.
Il carcere ha trasformato il teologo nel suo io più profondo. Le lettere che scrisse dal carcere di Tegel rivelano un uomo immerso in una profonda riflessione esistenziale, nonostante fosse stato privato delle libertà esteriori. Il suo concetto di “cristianesimo senza religione” non è nato in un ambiente accademico tranquillo, ma nel crogiolo della reclusione. Ci si potrebbe aspettare amarezza o disperazione, ma invece questi scritti trasudano una chiarezza quasi trascendente.
Osservava sia le guardie che i compagni di prigionia, offrendo conforto agli altri nonostante la propria situazione, incarnando ciò che da tempo predicava riguardo al trovare la libertà all’interno dei limiti. Gli ultimi giorni trascorsi nel campo di concentramento di Flossenbürg hanno rappresentato il culmine del percorso di Bonhoeffer. Nel celebrare un’ultima funzione religiosa per i compagni di prigionia, consapevole che l’esecuzione era imminente, scelse un testo sul rinnovamento che nasce dalla sofferenza.
Le sue presunte ultime parolestupidit «Questa è la fine, ma per me è l’inizio della vita» — riflettono non solo la fede religiosa, ma anche l’integrazione psicologica.
In questo atto finale si può vedere l’uomo nella sua piena realizzazione, il legame indissolubile tra la sua teologia e la sua realtà vissuta.
Lo impiccarono il 9 aprile 1945, appena due settimane prima che le forze alleate liberassero il campo. Una coincidenza che sottolinea la tragicità della sua morte.
La sua eredità va oltre la teologia per rivolgersi direttamente alla nostra comprensione psicologica del coraggio morale. Bonhoeffer dimostra ciò che oggi gli psicologi riconoscono: che la resistenza ai sistemi autoritari richiede non solo un dissenso intellettuale, ma un’identità morale pienamente integrata. Nei suoi scritti e nelle sue azioni si trova un modello di ciò che lo psicologo Robert Kegan avrebbe in seguito definito “autodeterminazione”: la capacità di rimanere fedeli ai propri valori interiori quando le pressioni esterne impongono la conformità. Potranno anche avergli tolto la voce, ma il suo esempio continua a far luce su una delle domande più ricorrenti dell’umanità:
Come facciamo a preservare la nostra umanità quando i sistemi che ci circondano hanno perso la loro?
Ma per comprendere appieno l’impatto di Bonhoeffer, dobbiamo approfondire la sua intuizione più significativa: il meccanismo psicologico che induce le persone comuni a rinunciare al proprio pensiero critico a favore di forze distruttive.
Sezione seconda: La teoria della stupidità
La vera natura della stupidità rimase nascosta fino a quando Bonhoeffer ne svelò i meccanismi psicologici durante la sua prigionia. Osservando sia le guardie che i compagni di prigionia, giunse a una conclusione rivoluzionaria: la stupidità non è una carenza cognitiva, ma una resa morale. Non è una questione di QI o di istruzione. Alcuni dei suoi contemporanei più brillanti dal punto di vista intellettuale erano diventati i sostenitori più acritici del nazismo.
Bonhoeffer, invece, considerava la stupidità un meccanismo di difesa psicologico: un abbandono volontario del pensiero critico per evitare il peso della responsabilità morale. Si può osservare questo meccanismo all’opera ogni volta che complesse sfide etiche vengono ridotte a slogan semplicistici, ogni volta che alle domande difficili si risponde con: «Tutti sanno che è vero».
Creano condizioni specifiche per alimentare la stupidità di massa.
I regimi autoritari comprendono istintivamente che il pensiero indipendente minaccia il loro controllo, pertanto promuovono deliberatamente contesti in cui conformarsi sembra più sicuro che mettere in discussione. Osservate come funzionano questi sistemi. Non iniziano esigendo fedeltà a posizioni palesemente immorali. Cominciano invece normalizzando piccole rinunce al proprio giudizio. Prima accetti una piccola distorsione per evitare un conflitto. Poi un’altra. E poi un’altra ancora. Prima ancora di renderti conto di ciò che sta accadendo, ti sei già abituato a sopprimere il tuo spirito critico.
La trinità maledetta composta da paura, conformismo e rinuncia morale crea la tempesta perfetta della stupidità.
Il tuo naturale desiderio umano di sicurezza ti rende vulnerabile alla manipolazione. Quando le autorità associano la sicurezza all’obbedienza, quando l’accettazione sociale dipende dall’adesione al pensiero di gruppo, il costo psicologico della resistenza diventa sempre più proibitivo.
Bonhoeffer osservò come funzionasse questo meccanismo nella Germania nazista. La paura non era sempre quella di una punizione diretta, ma quella di rimanere soli di essere l’unica persona a porre domande quando tutti gli altri avevano accettato le risposte fornite.
Le dinamiche di gruppo trasformano individui razionali in collettività irrazionali attraverso meccanismi psicologici ben consolidati. Gli esperimenti sulla conformità condotti da Solomon Asch, anni dopo la morte di Bonhoeffer, avrebbero confermato scientificamente ciò che il teologo aveva osservato: la maggior parte delle persone nega una verità evidente quando è circondata da altre persone che fanno lo stesso. Quando si riuniscono in gruppo, diventano esseri diversi, cedendo il proprio giudizio individuale all’identità collettiva.

La genialità di Bonhoeffer sta nell’aver compreso che questa trasformazione non è solo un fenomeno sociale, ma anche morale.
Ogni rinuncia al proprio giudizio personale è anche una rinuncia alla propria responsabilità personale. Ciò che rende la stupidità di massa più pericolosa della malizia è la sua invisibilità psicologica agli occhi di chi ne è colpito. Chi agisce con malizia, in genere, sa di fare del male; chi agisce per stupidità, invece, si sente pienamente giustificato, persino virtuoso. Si può ragionare con chi ha malizia, fare appello al proprio interesse personale o creare conseguenze che la scoraggino. Ma la stupidità scorrazza contro ogni correzione.
Bonhoeffer osservò come persone colte ignorassero fatti evidenti che contraddicevano la loro visione del mondo, non perché non fossero in grado di comprendere le prove, ma perché avevano rinunciato al loro diritto a una valutazione indipendente. Ecco perché l’istruzione da sola non basta a risolvere il problema. Si possono riempire le menti di conoscenze senza insegnare loro a riflettere in modo critico su ciò che sanno. Ma se la stupidità è una forza così potente, così resistente a qualsiasi intervento, come possiamo spezzarne la morsa? La risposta di Bonhoeffer indica una via non solo verso la libertà intellettuale, ma anche verso il coraggio morale.
Sezione terza: Autonomia intellettuale
Le mura della prigione che circondavano Bonhoeffer rivelavano un profondo paradosso riguardo alla libertà. Sebbene fosse fisicamente confinato, scoprì una libertà più profonda a cui le sue guardie, nonostante la loro libertà fisica, avevano rinunciato. Questa distinzione tra libertà esterna e interna assunse un ruolo centrale nella sua concezione della resistenza.
La libertà esteriore — la capacità di muoversi e agire senza vincoli — ha ben poco significato se la mente rimane imprigionata in dogmi indiscussi. Al contrario, la libertà interiore — ovvero la capacità di pensare in modo indipendente nonostante le pressioni esterne — rappresenta la libertà più fondamentale dell’umanità. Potresti godere di ogni comfort materiale e privilegio sociale pur rimanendo imprigionato intellettualmente. Oppure potresti, come Bonhoeffer nella sua cella, conservare una profonda libertà mentale nonostante i vincoli esterni.
Sviluppare il senso di responsabilità morale in una società immorale richiede una forza psicologica di cui pochi parlano, ma di cui tutti hanno bisogno. Vogliono che tu stia tranquillo, senza metterti alla prova; che accetti passivamente, senza fare domande; che ti adegui, senza distinguerti. I sistemi che ti circondano, siano essi politici, commerciali o sociali, traggono vantaggio dalla tua obbedienza acritica.
Il limite della responsabilità: confrontarsi con l’etica di Dietrich Bonhoeffer nell’era della globalizzazione. (In Inglese)
Bonhoeffer ha riconosciuto che per liberarsi da tutto ciò è necessario ciò che gli psicologi oggi definiscono “locus di controllo interno”: la profonda convinzione che le proprie scelte morali rimangano una propria responsabilità a prescindere dalle circostanze esterne.
Non si tratta di filosofia astratta. È psicologia applicata.
Ogni volta che ti rimetti all’autorità senza porre domande, ogni volta che accetti il “lo fanno tutti” come giustificazione, indebolisci questo muscolo interiore.
Ogni volta che ti chiedi: «È giusto?», mentre tutti gli altri si chiedono: «È di moda?», non fai altro che rafforzarlo.
Il prezzo dell’autonomia intellettuale è un disagio inevitabile.
La tua mente cerca naturalmente di allinearsi con il tuo gruppo sociale. Ci siamo evoluti come esseri tribali, e il nostro cervello ci ricompensa con il senso di appartenenza e ci punisce con l’isolamento. Distinguersi dagli altri genera quella che gli psicologi chiamano “dissonanza cognitiva”, ovvero il disagio mentale derivante dal sostenere posizioni diverse da quelle della propria comunità.
Rendono questo disagio quasi insopportabile attraverso forme di esclusione, alcune sottili, altre meno. Bonhoeffer aveva capito che per superare questa difficoltà non basta l’intelligenza. Ci vuole coraggio: la disponibilità a sopportare il dolore psicologico per amore della verità. Questo coraggio non è un tratto della personalità che o si ha o non si ha. È una capacità che si sviluppa con la pratica e che si rafforza con ogni piccola scelta di pensare con la propria testa.
Il percorso concreto verso l’autonomia intellettuale inizia con specifiche abitudini mentali che Bonhoeffer non solo insegnava, ma di cui era anche esempio. Inizia a chiederti non solo cosa pensi, ma anche come sei arrivato a pensarlo. Esamina le origini delle tue convinzioni. Le hai maturate dopo un’attenta riflessione o le hai semplicemente assorbite dall’ambiente che ti circonda? Si rafforza la propria indipendenza intellettuale cercando consapevolmente punti di vista che mettano in discussione le proprie convinzioni preesistenti.
Non si tratta di andare controcorrente. Si tratta piuttosto di sviluppare quella che gli psicologi chiamano “flessibilità cognitiva”, ovvero la capacità di prendere in considerazione diversi punti di vista senza lasciarsi influenzare da nessuno di essi. Bonhoeffer lo ha dimostrato confrontandosi a fondo con i punti di vista opposti, comprendendoli dall’interno prima di formulare i propri giudizi. Per imparare a riconoscere la manipolazione di massa è necessario comprenderne i meccanismi psicologici. Presta attenzione al contagio emotivo, ovvero al modo in cui i sentimenti si diffondono all’interno dei gruppi, sopraffacendo il giudizio individuale.
Individua le false dicotomie che eliminano le sfumature e impongono scelte ingannevoli. Presta attenzione alle tue reazioni emotive. Le emozioni intense spesso indicano che qualcuno sta cercando di manipolarti piuttosto che di informarti. Hanno perfezionato queste tecniche nel corso dei secoli. Ma Bonhoeffer ci ricorderebbe che la consapevolezza di questo processo è il primo passo per immunizzarsene. L’obiettivo finale non è una resistenza totale a ogni influenza, ma ciò che lui definiva “vivere nella verità”: mantenere l’allineamento tra i propri valori interiori e le proprie azioni esteriori.
Rivendicare la dignità umana significa esercitare la capacità, tipicamente umana, di pensare e scegliere autonomamente. E se l’atto di coraggio più radicale nel mondo di oggi non fosse il coraggio fisico, ma semplicemente la volontà di pensare con la propria testa quando tutti quelli che ti circondano hanno rinunciato a quel diritto?
Tratto da una lettera circolare che trattava molti temi, scritta a tre amici e colleghi nel complotto contro Hitler, nel decimo anniversario dell’ingresso di Hitler nella cancelleria della Germania.
«La stupidità è un nemico più pericoloso della malizia. Il male, infatti, si può combattere, smascherare e, se necessario, prevenire con l’uso della forza. Il male porta sempre in sé i germi della propria sovversione, in quanto suscita negli esseri umani almeno una sensazione di inquietudine. Contro la stupidità, invece, siamo indifesi.
Né le proteste né l’uso della forza ottengono qualcosa qui: le ragioni cadono nell’orecchio sordo e i fatti che contraddicono il proprio pregiudizio semplicemente non devono essere creduti. In tali momenti, la persona stupida diventa persino critica e, quando i fatti sono inconfutabili, li mette da parte come inconcludenti e incidentali. In tutto ciò, a differenza di quella maliziosa, la persona stupida è completamente autocompiacente e, essendo facilmente irritabile, diventa pericolosa se si continua a contrastarla. Per questo motivo, è necessaria una maggiore cautela rispetto a quella con una persona maliziosa.
Non proveremo mai più a persuadere una persona stupida con argomentazioni razionali, perché sarebbe insensato e pericoloso. Se vogliamo capire come superare la stupidità, dobbiamo cercare di comprenderne la natura. Una cosa è certa: non si tratta di un difetto intellettuale, ma umano. Ci sono persone dotate di un’intelligenza notevole che sono stupide, e altre che sono intellettualmente ottuse ma tutt’altro che stupide. Lo scopriamo con nostra sorpresa soprattutto in situazioni particolari. L’impressione che se ne ricava non è tanto che la stupidità sia un difetto congenito, ma che le persone diventino stupide o permettano che ciò accada in determinate circostanze.»
Inoltre, notiamo che le persone che si sono isolate o che vivono in solitudine manifestano questo difetto con minore frequenza rispetto a individui o gruppi di persone inclini o condannati alla socievolezza. Ciò sembrerebbe indicare che la stupidità sia forse più un problema sociologico che psicologico. È una forma particolare dell’impatto delle circostanze storiche sugli esseri umani, un concomitante psicologico di determinate condizioni esterne.

Un’osservazione più attenta rivela che ogni forte risvolto di potere nel dominio pubblico, sia esso di natura politica o religiosa, contagia gran parte dell’umanità con la stupidità. Sembrerebbe quasi che questa sia una sorta di legge sociologico-psicologica. Il potere di uno ha bisogno della stupidità dell’altro. Il processo in atto non è che le capacità umane, come l’intelletto, si atrofizzino o falliscano improvvisamente. Al contrario, sembra che, sotto l’impatto travolgente del potere crescente, gli esseri umani perdano la loro indipendenza interiore e, più o meno consapevolmente, rinuncino a sviluppare un pensiero autonomo di fronte alle circostanze emergenti.
Il fatto che la persona stupida sia spesso ostinata non deve farci dimenticare che non è indipendente. Durante una conversazione con una persona del genere, si ha quasi la sensazione di non avere a che fare con una persona, ma con slogan, parole chiave e simili che l’hanno presa in ostaggio. È come sotto un incantesimo, accecato e utilizzato in modo improprio e abusato nella sua stessa essenza. Così, diventando uno strumento privo di mente, anche la persona stupida sarà capace di qualsiasi male e, al tempo stesso, sarà incapace di vedere che si tratta di male. Qui risiede il pericolo di un uso diabolico, perché è questo che può distruggere gli esseri umani una volta per tutte.»
In tali circostanze, i nostri tentativi di capire cosa pensi realmente “il popolo” sono vani. Questa domanda è irrilevante per chi pensa e agisce in modo responsabile. La Bibbia afferma che il timore di Dio è l’inizio della saggezza e che l’unico modo per superare la stupidità è che gli esseri umani siano interiormente liberi di vivere una vita responsabile davanti a Dio.
«Ma queste riflessioni sulla stupidità offrono anche una consolazione, in quanto ci impediscono di considerare la maggior parte delle persone stupide in ogni circostanza. Il fatto che le persone vengano considerate stupide dipenderà dal fatto che chi detiene il potere si aspetti di più dalla loro stupidità che dalla loro indipendenza interiore e dalla loro saggezza».
Dietrich Bonhoeffer, da “Dopo dieci anni” in Lettere e scritti dalla prigione (Opere di Dietrich Bonhoeffer/Inglese, vol. 8), Minneapolis, MN: Fortress Press, 2010.
Negli anni ’70, lo psicologo sociale Carlo Cipolla elaborò le Cinque leggi della stupidità. Egli affermò che il termine in sé non descriveva l’acume intellettuale, bensì la responsabilità sociale. Una persona stupida è colui che causa perdite a un’altra persona o a un gruppo, senza trarne alcun vantaggio per sé e magari subendo a sua volta delle perdite. Al contrario, i casi in cui entrambe le parti traevano vantaggio da un’azione erano considerati intelligenti.
La stupidità è indipendente da qualsiasi altra caratteristica di una persona, quali la nazionalità, l’etnia, il sesso, la condizione economica o persino il livello di istruzione. La frequenza della stupidità in un dato gruppo è indipendente dalle dimensioni del gruppo stesso. Anche questo indica che si tratta di un fenomeno sociale e di una mentalità di massa spontanea. Pertanto, Cipolla avverte che tenderemo sempre a sottovalutare il numero di persone presenti in un gruppo.
Le persone stupide possono essere pericolose e dannose perché chi è ragionevole fatica a immaginare o comprendere comportamenti irragionevoli. Una persona intelligente può comprendere la logica di una persona maliziosa: le sue azioni seguono uno schema razionale. Ma una persona stupida ti molesterà senza motivo, senza trarne alcun vantaggio, nei momenti e nei luoghi più improbabili. Non esiste un modo razionale per prevedere quando o come la persona stupida attaccherà. Poiché le azioni delle persone stupide non si conformano alle regole della razionalità, l’attacco ci coglie generalmente di sorpresa. Non possiamo organizzare una difesa razionale perché l’attacco stesso è privo di qualsiasi struttura razionale. Le persone non stupide dimenticano costantemente che, in ogni momento, in ogni luogo e in ogni circostanza, avere a che fare o frequentare persone stupide si rivela sempre un errore che costa caro.
Eppure, la nostra ingenuità, la nostra compassione e la nostra misericordia nei confronti di queste stolte creature potrebbero indurci a metterle in posizioni in cui possono esercitare un’autorità sugli altri. Le lasciamo fare del male a se stesse e agli altri. Speriamo di infondere in loro un senso di autostima che superi la loro stupidità. Pensiamo che sia una questione di educazione o di esperienza di vita, che siano vittime delle circostanze e non stupidi per natura. Così facendo, però, rischiamo di aiutare queste persone a raggiungere posizioni di potere, come nel caso di Hitler e Stalin, e di permettere loro persino di elaborare i nostri regolamenti e le nostre leggi e di farli rispettare. Ma, in realtà, questo non giova mai al benessere di una società; anzi, ne determina la rovina.
Questo vale tanto nella Chiesa quanto nel mondo in generale. Pertanto, coloro che desiderano assumere un ruolo di guida devono innanzitutto dimostrare di saper gestire efficacemente la propria famiglia. Devono compiere scelte intelligenti ed etiche che vadano a beneficio sia degli altri che di se stessi, dimostrando di essere al servizio di tutti.
«Proprio in questo punto diventa abbastanza chiaro che è solo un atto di liberazione, e non l’istruzione, a poter sconfiggere la stupidità. Dobbiamo prendere atto che, nella maggior parte dei casi, una vera liberazione interiore si verifica solo quando è preceduta da una liberazione esteriore. Fino a quel momento, ogni tentativo di convincere una persona stupida è destinato a fallire. Questo stato di cose spiega perché, in tali circostanze, i nostri tentativi di sapere cosa pensino davvero le persone sono vani e perché questa domanda è irrilevante per chi pensa e agisce responsabilmente. La parola della Bibbia secondo cui il timore di Dio è l’inizio della sapienza ci dice che l’unico modo autentico per superare la stupidità è la liberazione interna degli esseri umani che li porta a vivere la vita in modo responsabile davanti a Dio.
«Ma questi pensieri sulla stupidità offrono anche conforto, nel senso che impediscono di considerare la maggior parte delle persone stupida in ogni circostanza. Tutto dipenderà dal fatto che i potenti si aspettino di più dalla stupidità delle persone piuttosto che dalla loro indipendenza interiore e saggezza.»
Robin Westenra & Dietrich Bonhoeffer
Fonte: substack.com/@seemorerocks & .onthewing.org
SOSTIENICI TRAMITE BONIFICO:
IBAN: IT19B0306967684510332613282
INTESTATO A: Marco Stella (Toba60)
SWIFT: BCITITMM
CAUSALE: DONAZIONE




