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Immaginiamo una Rivoluzione

Ma ve lo immaginate vedere Donald Trump e Benjamin Netanyahu processati con il classico pigiama aracione davanti ad una giuria composta da giudici popolari? (Sul genere Robespierre e Danton, tanto per tagliare la testa al “Toro”) Oppure, per non farci mancare nulla un bel primo piano di Emmanuel Macron e Javier Milei in compagnia della Wanna Marchi nazionale( Parlo di Giorgia Meloni, immagino lo abbiate capito la prima era una brutta copia!) con il supporto logistico di Matteo Salvini (Quello del Ponte sullo Stretto di Messina, ora al vaglio dell’Etna che in questo momento ha lo stomaco in disordine) e Antonio Tajani, che fa il palo con il genio militare Guido Crosetto, (E’ quelllo che come ministro degli interni ha deciso di fare le ferie a Dubai mentre gli iraniani mandavano delle terapeutiche supposte esplosive ai turisti del luogo) contemplare la pronditá delle sbarre di un carcere?

Gia mi ci vedo il neo idiota patentato argentino che in preda ad una crisi come quella che sta facendo patire i suoi compaesani, reclamare una motosega come ricordo dei tempi passati legati ad un periodo dove (E’ un gioco di parole) non ha mai fatto una sega in vita sua.

Ma il godimento maggiore (ditemi se non condividete con me questa accopiata) lo proverei vedendo Mario Draghi, e Ursula von der Leyen bloccati mani e piedi su uno di quei architravi che nel medioevo ponevano nel mezzo della piazze, li dove la gente poteva godere del privilegio di sfruttare al meglio le uova deperite che di questi tempi come sapete sono il prodotto di galline geneticamente modificate.

Sono talmente tanti gli aspiranti al martirio sociale sancito per decreto da un opionione pubblica mondiale la quale ne ha le palle piene di questi lestofanti, che non mi basterebbe un computer quatistico per menzionarli tutti.

Io con la mia fantasia mi sono limitato a fare una cernita sommaria di come si potrebbero evolvere le cose, ma so per certo che molti di voi avranno ben altri desideri da soddisfare e ve li concedo gratis e tutto sommmato anche molto volentieri, ben sapendo che al lato pratico per loro le cose sarebbero assai meno intrise di tutte queste folcloristiche visioni 🙁

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Immaginiamo una Rivoluzione

In questi tempi oscurati dalle nebbie malsane della guerra, del neofascismo, degli incendi, dell’inquinamento e da un capitalismo sempre più schiavizzante e distruttivo, l’accumularsi delle tensioni non può che portare a una rottura liberatoria, come durante un terremoto. Sarà un terremoto sociale, un regime di destra o, al contrario, di sinistra? In ogni caso, dovremo essere preparati.

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Attenzione!

All’attenzione dei servizi di sorveglianza interna: questo non è un appello all’insurrezione. All’attenzione dei professionisti della politica: distogliete lo sguardo, come al solito.

«Più che il gallo, lo struzzo potrebbe essere il nostro emblema nazionale!», scrive il giornalista Jean-Luc Porquet (1). Con ciò allude alla sistematica impreparazione e alla memoria corta dei politici al potere, che si susseguono di mandato in mandato, e di gran parte di coloro che li hanno eletti, di fronte alle catastrofi che tutti noi abbiamo provocato (guerre, cambiamenti climatici, inquinamento…): gli incendi attuali sono tutt’altro che una sorpresa. Ma non appena arriveranno le prime gelate, le roventi catastrofi dell’estate 2026 saranno appese alla bacheca dei ricordi da dimenticare, prima che l’organizzazione della nostra società dei consumi riprenda il suo corso ipnotico.

Si tratta di un rischio grave: quello della normalizzazione delle catastrofi, del neofascismo, degli Stati di polizia, del dominio del capitalismo devastante e inegualitario sul benessere umano. Lo stesso fenomeno paralizzante descritto dallo scrittore Brahim Metiba, che tenderebbe a relegare il dramma palestinese al rango di un fatto di attualità ormai superato e cancellabile (2). Un mondo dell’«Ultimo uomo» nietzschiano (3) che si crogiola nel benessere fittizio del capitalismo consumistico, incapace «di creare valori per il futuro o di gioia» (4 e 5), adagiato in una sicurezza che assomiglia più a una pace armata che a un contesto sociale idilliaco; un uomo che segna la scomparsa di un «superuomo» fantasioso, creativo, ambizioso.

Queste negazioni, queste scappatoie, queste vigliaccherie non possono tuttavia impedire il progressivo e inesorabile accumulo di tensioni nelle società umane; non è necessario elencarle qui in lungo e in largo, dalle disuguaglianze abissali alle migrazioni forzate, siano esse di natura climatica, conflittuale o economica. Nella geologia profonda del nostro piccolo pianeta (6), è il terremoto violento e distruttivo a liberare le tensioni geologiche accumulate nel corso di decenni, di secoli, senza che sia possibile prevederne il momento in cui si verificheranno, così come non è possibile prevedere la data del prossimo terremoto sociale.

Soprattutto con un Macron che, con aria solenne, a proposito delle ripetute ondate di caldo, afferma: “Chi avrebbe potuto prevederlo?”. Ti sei sbagliato, caro Presidente. Le calamità climatiche erano state previste dalle attività deleterie del tuo capitalismo vorace e tradotte in allarmi chiari e documentati dagli scienziati. Al contrario, nessun responsabile politico, e tu, caro Presidente, il primo tra tutti, ha previsto l’arrivo del movimento dei Gilet Gialli, dietro al quale tutti i tuoi simili si sono precipitati, senza fiato.

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Nella tettonica a placche (6), l’accumulo di tensioni è documentato e inevitabile. Nella società, le tensioni sono identificabili, cumulative, e la questione non è se si verificherà un terremoto sociale, ma quando. Le elezioni presidenziali rappresentano un appuntamento ad alto rischio, caratterizzato da diversi tipi di onde sismiche dalle conseguenze più o meno devastanti. La democrazia rappresentativa, vana, ostacolata dal potere e dall’influenza del capitalismo di Macron, Arnault, Bolloré e simili, nonché dei baroni della politica di professione, strumentalizzata dagli apprendisti autocrati, manipolata dagli hacker statali, frustra gran parte della popolazione, spaventata di fronte a questa mancanza di scelta tra il neofascismo (anche quello pragmatico alla Meloni) e la casta degli ereditari del potere, quella che ci ha condotto a questa situazione estremamente degradata.

E in questo contesto si possono includere anche le parentesi Mitterrand e Hollande, durante le quali la socialdemocrazia si è dissolta in un capitalismo edulcorato.  Senza una via d’uscita auspicabile o anche solo accettabile, e di fronte al degrado sociale, ambientale ed economico, lo sfogo delle tensioni nella società potrebbe tradursi in un terremoto simile a un episodio dei «Gilet Gialli» potenziato di dieci volte, che porterebbe alla caduta della casta politica al potere. In ogni caso, le strutture della Ve Repubblica saranno al limite della rottura prima ancora che la fazione al potere abbia tentato di modificarne i termini in linea con la propria ideologia. Ma gli strumenti del potere sovrano (polizia, esercito, amministrazione…) continueranno senza dubbio ad alimentare le ambizioni di tutto lo spettro politico, dall’estrema destra all’estrema sinistra.

—> 1. L’allentamento delle tensioni passa attraverso un voto massiccio a favore del RN nel maggio 2027. Ciò equivarrebbe a una primavera nera, o bruna, come preferite; una catastrofe che castrerebbe la democrazia, distruggerebbe la coesione sociale e genererebbe oscurantismo culturale, degrado ambientale, disastro sociale, segregazione e uno stato di polizia. Tanto più che sarà senza dubbio sostenuto da un’alleanza delle destre e quindi da una maggioranza parlamentare. La resistenza dovrà avere il coraggio di quella emersa 85 anni fa; sono probabili scontri violenti e una feroce repressione;

—> 2. L’altra opzione liberatoria è l’avvento di un regime di sinistra radicale sul modello di LFI. Conquistare la presidenza non significherà avere il potere sul proprio entourage e sulle istituzioni di potere ad esso collegate. All’interno, le reticenze, per non dire le opposizioni, i tradimenti, i sabotaggi… richiederanno a questo regime presidenziale tutte le sue energie per preservare la stabilità politica e sociale. La lealtà degli alti funzionari, della polizia e persino dell’esercito sarà messa alla prova. All’esterno, la finanza mondiale, i poli geostrategici dominanti, le multinazionali… daranno il via alla caccia. Anche in questo caso, potrebbero verificarsi disordini e l’attuazione di un programma di sinistra radicale potrebbe essere ostacolata;

—> 3. Rimane lo status quo : il persistere per default, sulla base di un malinteso, di un regime Chamallow di centro estremo (di destra o di sinistra, con loro non si sa mai), in una posizione insostenibile di fronte a sfide impossibili da affrontare per un governo dalla leadership instabile e privo di una maggioranza identificabile. Il macronismo in declino è lì a confermare il probabile fallimento. Se ciò dovesse comunque verificarsi, perpetuando gli errori e i compromessi del passato, le tensioni si sfogheranno inevitabilmente in un movimento di protesta dalle conseguenze imprevedibili.

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Un terremoto sociale è inevitabile. © Bertrand

Qualunque sia lo scenario, la fazione che avrà conquistato quel potere tanto ambito dovrà impiegare tutte le proprie forze e la propria abilità politica per mantenerlo, al riparo dalle preoccupazioni di coloro che abitano nei territori lontani dai centri del potere, in sostanza gli emarginati dei salotti parigini.

A questo punto, come si può immaginare il futuro per tutti coloro che non vogliono sottostare al giogo del potere centrale del momento, pur avendo la possibilità di disporre degli strumenti per decidere collettivamente un quadro sicuro di emancipazione? Qualunque sia lo scenario, ciò deve essere immaginato, discusso e sperimentato ben prima che si verifichi il terremoto, per circoscrivere il disordine che ne seguirà. Abbattere un ordine dominante consolidato è una cosa. Senza una preparazione per il dopo, sarà destinato al fallimento.

Il collettivo deve quindi essere operativo e non limitarsi alla protesta. Finora, le manifestazioni, anche quelle di massa, e le petizioni su larga scala (legge Duplomb) non hanno realmente scosso l’ordine capitalistico-statale; l’ex presidente Chirac aveva un’espressione per descrivere questa situazione… Le poche vittorie incoraggianti ottenute (con grande difficoltà) sono state liquidate dai poteri politici ed economici come costi accessori delle loro attività lucrative. E le tensioni continuano ad accumularsi.

Certo, come scrive Brahim Metiba, “nessuna azione militante isolata produce direttamente il risultato finale a cui mira. […] Queste azioni servono tuttavia alla loro causa perché contribuiscono alla costruzione di un rapporto di forza”.& nbsp;Ma finché persiste un potere centralizzato, che si appoggia a una democrazia bloccata e alla violenza «legittima» di forze dell’ordine sempre più militarizzate, questo rapporto di forza evolve poco e rimane nettamente sfavorevole alle popolazioni che protestano, desiderose di emancipazione.  A meno di immaginare un movimento di vasta portata e inevitabilmente violento, il grande terremoto.

La risposta potrebbe forse trovarsi, paradossalmente, in uno degli slogan preferiti dagli economisti adoratori del capitalismo 3.0 (si vedano le argomentazioni di Philippe Aghion), che esaltano la teoria schumpeteriana della  “distruzione creativa”, secondo la quale, per rilanciare la crescita, le innovazioni del momento rendono obsolete quelle precedenti.

Concetto descritto dal suo autore come un “uragano perpetuo” e che mette in moto tutti gli artifici del capitalismo di consumo per venderci di tutto e di più e riempire i nostri bidoni della spazzatura, taciendo al contempo sulle ondate di disoccupazione e sui danni ambientali che ciò provoca. Ma in questo caso, piuttosto che basarsi su considerazioni meschinamente materiali e venali, si tratterebbe di trasformarne i valori e di fare proprio questo slogan per innovare l’organizzazione sociale e rendere obsoleta la gabbia della società capitalista e dell’apparato politico ad essa strettamente legato.

Il recupero degli spazi di vita e dei rapporti sociali diretti; la trasformazione dei legami e degli scambi economici; l’utilizzo di una finanza ridotta al suo ruolo essenziale, quello di finanziare progetti concreti per il benessere delle comunità; un’agricoltura che sia innanzitutto al servizio della sovranità alimentare locale; una politica sociale dell’abitazione, ecc., tanti progetti che possono essere portati avanti quotidianamente e a livello locale, coinvolgendo il volontariato e promuovendo un dialogo diretto e una democrazia integrale.

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Incontro e solidarietà tra agricoltori e consumatori. © Matthieu Bourdon

Da alcuni anni, in tutto il Paese si stanno formando dei rizomi (7) sociali, in gran parte autonomi. Sono composti da collettivi orientati alla lotta o alla riappropriazione dei beni comuni, da «luoghi terzi» (8) culturali e conviviali, da circuiti economici alternativi e da legami diretti che si instaurano tra produttori e acquirenti o tra praticanti del baratto, da squat libertari dove si svolgono veri e propri dibattiti su una società auspicabile, ecc. In questi contesti si creano forme di sicurezza alimentare, alloggi collettivi, orti condivisi, monete locali, ecc., il più delle volte al di fuori delle strutture di potere, salvo talvolta con il sostegno di amministrazioni locali solidali. A ciò si aggiunge il tessuto associativo tradizionale, culturale e sociale, che rimane molto vivo e attivo, nonostante gli attacchi politici, principalmente da parte della destra, e dei sindacati. Il loro quadro non si discosta dalle regole convenzionali, ma essi si integrano abbastanza facilmente nelle azioni dei «rizomi», sia a nome proprio sia tramite i propri membri a titolo personale.

A prescindere dallo scenario politico ipotizzato e dalle sue conseguenze, questi rizomi saranno al tempo stesso:

1) Una base di stabilità per i territori in caso di disordine istituzionale e di vigilanza nei confronti delle decisioni prese dal potere centrale, indipendentemente dal suo orientamento politico. Da qui l’importanza della sua indipendenza, fondata sull’autogestione, in grado di stabilire un rapporto di forza;

2) Una base di resistenza attiva al neofascismo costituita da un’alleanza delle destre, con diversi livelli di attivismo a seconda dell’intensità delle azioni da intraprendere;

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È quindi importante portare avanti gli sforzi di creazione di reti già in corso, intensificare gli scambi di esperienze e informazioni, promuovere la formazione popolare, reclutare nuove forze e innovare nelle lotte e nei progetti positivi su tutti i fronti, dai quartieri popolari alle zone rurali più trascurate, passando per i villaggi, le periferie e le città di medie dimensioni. L’abbandono dei servizi pubblici, l’offensiva devastante del traffico di droga, il cancro della solitudine e l’abbandono dei nostri anziani e dei più giovani, le lotte LGBTQI+, femministe, contro il patriarcato, il degrado dei nostri ambienti, ecc., sono motivi di mobilitazione sul campo, senza attendere una salvezza che provenga dalle promesse elettorali e dai futuri governanti, che saranno inevitabilmente i dominanti.

Gli incendi apocalittici in corso dimostrano inoltre che dobbiamo ripensare il nostro modo di abitare i nostri territori e che i loro abitanti, profondamente radicati, sono i più adatti a lavorare su questo tema in modo democratico attraverso questi rizomi e questi collettivi.

«Una solidarietà che non turba mai l’ordine delle cose ha poche possibilità di contribuire a trasformarlo», conclude Brahim Metiba. La stragrande maggioranza delle azioni in corso è non violenta, poiché il disattivamento di cantieri o industrie dannose per l’interesse comune non può essere equiparato a violenza contro le persone. I rizomi sono orientati verso azioni costruttive nell’ottica di una società conviviale, con un futuro comune e desiderabile, spogliata della venalità del capitalismo.

Non si tratta di collettivismo, ma di un movimento autogestionale di fondo. Nulla a che vedere con il capitalismo di Stato del sovietismo, al quale alcuni ultraconservatori vorrebbero assimilarlo. Questi ultimi sono rimasti ancorati al passato. Parlo qui di una rivoluzione tranquilla che si diffonde per capillarità nei territori. Ciò che è nuovo è questa volontà di creare reti, che implica una nuova vitalità che avrà un peso nel rapporto di forza sopra menzionato.

Non sto incitando a un’insurrezione rivoluzionaria, non ho l’autorità per farlo. I giovani sarebbero in prima linea e io non sono che un vecchio anarchico settantenne. Quei giovani sapranno da soli quando sarà il momento di agire, nell’interesse della loro generazione. Noi anziani, che lasciamo loro in eredità un mondo gravemente degradato, non possiamo che metterci al loro servizio.

Yves Guillerault

Fonte: blogs.mediapart.fr

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