Anatomia dell’odio
La gente mi odia, lo so e me ne sono fatto una ragione e non posso farci nulla, (Le mail che ricevo me lo ricordano ogni giorno) ma perché perdere anche un solo minuto del proprio tempo per infierire su tutto quello che pubblico e scrivo con tutte le cose utili da fare in questa valle di lacrime. 🙁
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Anatomia dell’odio
Non basta opporsi all’odio e all’ingiustizia, bisogna anche sopportare la stupidità, che troppo spesso è peggiore della malvagità.
Ci troviamo a vivere un periodo che non avremmo mai immaginato: la realtà supera qualsiasi finzione. Se pensaste a una saga inquietante in cui il mondo fosse governato da criminali e depravati, lì potresti trovare diversi personaggi dell’attuale scena politica argentina, riuniti nello stesso inferno di coloro che distribuiscono sia il denaro che le ingiustizie.

Da tempo ormai l’odio si sta accumulando. Alcuni lo portano con sé fin dall’infanzia; altri stanno appena iniziando a impararlo, mentre una parte non trascurabile ha già raggiunto il livello di maestri. L’odio aleggia nell’aria, sempre più denso e opprimente. Si riproduce a partire da piccoli settori che hanno tutto in abbondanza, avvalendosi dello sforzo di immense maggioranze che conservano a malapena l’indispensabile per andare avanti. L’odio viscerale è una costruzione che si fonda sulla negazione della condizione umana data dall’alterità. L’altro smette di essere un soggetto degno di considerazione, non vale più nulla, non commuove, non è un simile né tantomeno un avversario. È, semplicemente, il nulla stesso. Dietro quei corpi non c’è alcun organo, non ci sono cuori sofferenti, non c’è identità, non c’è Maria, né Giovanni, né tu né io. Tutto si riduce a una statistica, a una scorta di merci, a una cella persa in un foglio di calcolo.
L’odio viene instillato in molti modi. Coloro che dicono di informarci ci somministrano, ogni giorno, una nuova dose di veleno: lenta, non letale, ad effetto ritardato. Si legge odio, si ascolta odio, si vede odio. I commenti sui social media fungono da vera e propria fogna di un’epoca fetida e pestilenziale. Non contano più né le ragioni con cui viene esposta un’idea, né la veridicità delle informazioni che la sostengono. Esiste un esercito di odiatori professionisti pronti a screditare qualsiasi cosa. Ci sono anche gli odiatori di serie, quelli che ripetono, convinti, tutto ciò che sentono, ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana. Ricordo ancora quella signora che, con il volto austero e davanti alle telecamere, pronunciò una frase tristemente celebre della nostra epoca: «Un giorno ho toccato un povero». È empatia o l’espressione di uno sguardo incapace di riconoscere l’altro come un simile?
Vivere la vita non è la stessa cosa che sopravvivere. I rancori imperversano e si annidano anche nei ventri affamati e nelle bocche vuote. Un’altra alba che ricorda che non c’è un pezzo di pane e che il carro sta aspettando sulla strada sterrata, proprio come ieri, come la settimana scorsa. Un altro giorno per tirare avanti a fatica. Perché un’esistenza ridotta alla mera sopravvivenza difficilmente lascia spazio all’incontro con l’altro, alla speranza o alla dignità.
L’odio, quell’emozione, è forse l’unica in grado di tradursi in aspettative di guadagni economici incalcolabili, sebbene perfettamente prevedibili. È una ricetta magistrale, di un’efficacia schiacciante e incontestabile. L’odio genera denaro. L’industria delle armi e della distruzione figura tra le attività più redditizie al mondo. Un mondo senza odio è, al giorno d’oggi, un mondo meno redditizio. Bisogna odiare per poter sfruttare; e sfruttare per poter uccidere. Chi può oggi proporre la vita? Chi può offrire un futuro dignitoso quando ragiona con i genitali, con le mani macchiate di merda e di sangue, le stesse che cercano di facilitare l’accesso dei civili al porto d’armi, affinché finiamo per ucciderci a vicenda?
Sono innumerevoli le domande che ancora non hanno risposta, ma ogni tramonto ci pone di fronte a una nuova sfida: mantenere intatto il buon senso e preservare una certa dose di lucidità. Sono tempi difficili. Non basta più resistere all’odio e all’ingiustizia; bisogna resistere anche alla stupidità, che troppo spesso assume lo stesso volto e avanza con la silenziosa pretesa di conquistare tutto.
Gabriel Martínez Picco
Fonte: lateclaenerevista.com
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