Milano, Torino, Bologna, Parigi e la rivolta dei giovani vista in un ottica sociale ignorata o meglio censurata
Mettetevela come volete e non fate i moralisti, questo lo dovevate fare molto prima, ma da quando in qua in guerra si deve chinare il capo e lasciarsi ammazzare dal nemico (Il Governo in questo caso) senza nemmeno reagire?
Toba60
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Scarsità, diseguaglianza e complesso anziano-finanziario: ecco il vero motivo delle rivolte
Se non vivete in una campana di vetro, avrete probabilmente sentito parlare delle proteste e degli scontri dell’ultimo mese.
La prima grande mobilitazione come spesso accade è stata in Francia. Sapete già cos’è successo: circa 550.000 persone nelle piazze, Parigi in fiamme, centinaia di milioni di euro di danni.
Poi, a seguire, è arrivata Milano. L’immagine più eloquente è quella del Foot Locker vicino a piazza San Babila: le vetrine sfondate a colpi di mazza e sassate, le scatole di scarpe saccheggiate, i video postati sui social.
Accanto ai lavoratori, i primi protagonisti delle rivolte sono stati i giovani.
L’opinione pubblica è comprensibilmente rimasta scioccata da queste immagini.
A mente fredda, tuttavia, la paura iniziale lascia spazio a una sola, decisiva domanda. Com’è possibile tutto questo?
Per nostra grande fortuna, gli esperti del giornalismo e della politica ci hanno prontamente dato delle risposte.
Alcuni come il presidente Trump hanno dato delle spiegazioni molto fantasiose: è colpa dell’immigrazione. In Italia, diremmo, è colpa dei maranza.
Altri hanno detto cose come “colpa del carovita!” o “colpa dei social!”. Francamente, anche se sono spiegazioni migliori di quella di Trump, anche queste sembrano mooooooooooolto approssimative.
Eppure, forse spaventati dall’inusuale violenza sperimentata vicino alla Galleria milanese, alcuni giornalisti si sono perfino spinti a pronunciare la “parola con la f”.
E no, stranamente non è stata “fascismo”.
La parola è futuro. “I giovani si rivoltano perché non vedono un futuro”.
Fuochino: ci stiamo avvicinando a qualcosa che somiglia a una spiegazione minimamente accettabile.
Quello che manca è tutto il resto, ovvero la parte che gran parte dei media non ha il coraggio o la capacità analitica di spiegare: che significa che non hanno futuro? Di chi è la colpa? Cosa fare per invertire la rotta?
Perché le proteste degli studenti non sono solo un’agitazione temporanea. Sono il sintomo di un fenomeno molto più grande, decisivo per la nostra epoca storica.
Sono il sintomo del regime della scarsità.
Regime della scarsità, cellulare e sneakers
I lettori abituali, ormai probabilmente nauseati dal mio continuo e ossessivo ricorso a questo termine, dovrebbero aver capito cosa intendo con “regime della scarsità”.
Non significa semplicemente che i giovani debbano affrontare un mondo fatto di stipendi bassi, affitti sproporzionati e carovita perpetuo. Significa qualcosa di più profondo: che il futuro stesso, inteso come promessa di emancipazione e miglioramento delle proprie condizioni di vita, è diventato una risorsa scarsa e riservata solo a pochi individui.
Democrazia-sotto-assedio.-La-politica-economica-del-nuovo-capitalismo-oligarchico (In Italiano)
Alle generazioni precedenti era richiesto un percorso relativamente lineare e standardizzato per assicurarsi un futuro: a prescindere dalle condizioni di partenza, il lavoro portava generalmente all’autonomia; gli immobili avevano prezzi accessibili; le relazioni e la formazione di una famiglia erano sostenute da condizioni economiche e sociali che ne rendevano più praticabile la costruzione.
Non era un percorso facile, né garantito, ma il giovane medio poteva ragionevolmente aspettarsi di migliorare la propria condizione di partenza attraverso il lavoro e l’impegno.
Oggi, niente di tutto ciò è scontato.
Il lavoro offre stipendi ridicoli, persino ai cosiddetti “raccomandati”; gli immobili delle grandi città – ormai monopolizzati dalle precedenti generazioni di proprietari o dai grandi fondi d’investimento – risultano inaccessibili; le relazioni stabili sono disincentivate da una modernità liquida, fatta di isolamento sociale e dating app dominate da oscuri algoritmi.
Il risultato è che il prezzo del futuro – in termini di sforzo, fortuna e condizioni di partenza – è diventato proibitivo.
Ma non è tutto.
C’è un secondo aspetto, meno evidente, del regime della scarsità.
Mentre le generazioni precedenti vivevano in una società dei consumi relativamente meno pervasiva, i giovani di oggi si trovano immersi in una competizione permanente per il riconoscimento sociale.
I social espongono continuamente vite perfette, fatte di corpi scolpiti, vestiti firmati, sneakers costose, case da sogno e serate nei locali più esclusivi.

Questo significa che il futuro, oltre a essere più costoso, è anche più esigente sul piano sociale: non bastano più un appartamento, una famiglia e un lavoro stabile. La pressione è quella di distinguersi dalla massa, avvicinandosi quanto più possibile ai modelli irrealistici proposti dai social.
Anche il presente, quindi, è intaccato dalla scarsità. Quando la prospettiva di costruire un progetto di vita si fa più incerta, dimostrare il proprio valore nel qui e ora diventa ancora più importante. Sneaker da migliaia di euro, serate esclusive ed eccessi diventano i simboli su cui si basa la gerarchia sociale.
Non è un caso che uno dei negozi presi di mira dai ragazzi delle periferie milanesi fosse il Foot Locker: hanno cercato di appropriarsi con la forza di ciò che percepivano come necessario per conquistare uno status sociale, ma che non potevano permettersi attraverso i mezzi legali.

Cosa crea la scarsità?
Passiamo alla parte più interessante.
Se i giovani non hanno più un futuro, di chi è la colpa?
Immaginate due persone.
La prima ha acquistato una casa negli anni Settanta o Ottanta, quando i redditi lo consentivano con relativa facilità. La seconda, nel 2026, ha trent’anni, un lavoro e uno stipendio che non consentono di fare lo stesso.
Entrambe lavorano, ma solo nel primo caso il reddito consente di iniziare ad accumulare patrimonio. La casa acquistata, infatti, è un asset patrimoniale che può rivalutarsi nel tempo, generare rendite da locazione e fungere da garanzia per ottenere, ad esempio, un ulteriore mutuo.
Al contrario, gli stipendi del 2026 non consentono di aprire facilmente un mutuo, accumulare patrimonio ed evitare l’incubo dell’affitto perpetuo.
Lo stesso vale per le attività finanziarie: chi, nel momento fortunato della storia, ha accumulato azioni e fondi può reinvestire i rendimenti.
Lo scorrere del tempo amplia così le diseguaglianze tra vecchi e giovani: i primi hanno davanti un futuro radioso, perché il loro capitale è destinato ad aumentare passivamente; i secondi, al contrario, vedranno una parte sempre più grande del proprio stipendio assorbita dagli affitti che i primi possono permettersi di aumentare grazie al proprio monopolio sugli immobili.
E, così, il regime della scarsità si realizza pienamente.
Il complesso anziano-finanziario è la prima causa delle rivolte
A questo punto, la domanda sorge spontanea: perché non stiamo facendo niente a riguardo?
Potremmo, ad esempio, spostare la tassazione dal lavoro al patrimonio; aumentare le imposte sulle grandi eredità; regolamentare la speculazione immobiliare; contenere la spesa pensionistica.
Ma nessuno vota per i partiti ammesso che esistano che propongono queste misure.
La ragione è semplice ed è anche il motivo per cui i giovani hanno deciso di scendere in piazza, talvolta ricorrendo alla violenza.
Il sistema liberal-democratico che abbiamo costruito scoraggia decisioni pubbliche che scalfiscano, anche in minima parte, il corpo marmoreo del complesso anziano-finanziario: un blocco eterogeneo di proprietari immobiliari, grandi detentori di capitali e beneficiari di rendite, affiancati da interessi finanziari e da un sistema politico incentivato a tutelare la ricchezza già accumulata.
Infatti, sia la destra che la sinistra si rifiutano di adottare queste misure.
E, se le proponessero, perderebbero immediatamente milioni di voti, oltre che di finanziamenti elettorali.
La generazione dei proprietari, oltre a detenere il potere economico, mediatico e finanziario, è anche in maggioranza numerica. Nel 2025 l’Italia contava circa 16,4 milioni di beneficiari di prestazioni pensionistiche, secondo l’INPS. Un bacino elettorale enorme, i cui interessi pur tutt’altro che omogenei pesano inevitabilmente nel dibattito politico.
Al contrario, i giovani non proprietari non dispongono né del numero sfavorito dalla crisi demografica – né dei mezzi economici per competere.
Il risultato è un sistema politico che, qualsiasi siano i risultati delle elezioni, mantiene totalmente invariato lo status quo economico e sociale.
Non c’è da sorprendersi se i giovani si organizzano per agire al di fuori del voto.
Talvolta, al di fuori della legge stessa.

Quando vediamo queste scene, il primo pensiero non dovrebbe essere soltanto l’ordine pubblico: non precipiteremo nell’anarchia per un paio di vetrine rotte.
Il rischio reale è che la disuguaglianza generazionale diventi talmente insostenibile da alimentare forme di conflitto sempre più difficili da gestire.
Se, in altre parole, il complesso anziano-finanziario continuerà ad agire da tappo a una pentola a pressione che lentamente, ma inesorabilmente, si sta surriscaldando sotto la superficie delle vetrine scintillanti di Parigi e Milano.
Lazarus
Fonte: lazarusgd.substack.com & DeepWeb



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