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Anita Moorjani Ripresa dal Coma Afferma: Siamo noi Stessi Dio

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E’ un tema quello che riguarda la vita dopo la morte che stranamente viene sempre posto in secondo piano in ogni dibattito mediatico, e’ qualcosa che riguarda tutti, ma si tende sempre a dare un interpretazione che e’ da secoli stabilita da chi riveste il ruolo di intermediario in ambito religioso, indipendentemente dalla fede di appartenenza.

E’ il ruolo di ”appartenenza” che paradossalmente li rende spesso meno idonei a dare una qualsiasi spiegazione su questo inevitabile problema, che non potrà’ mai essere risolto attraverso l’uso della ragione.

Scindere la realtà’ da tutto ciò’ che la trascende, significa creare una barriera che toglie ogni possibile varco, alla ricerca di un significato che possa anche solo lontanamente aprire uno spiraglio di luce, che si proietti attraverso il buio assoluto che e’ la morte, cosi come si percepisce nella nostra totale ignoranza.

Ma sarà’ veramente cosi?

Sono tantissime le testimonianze che ci danno un quadro completamente diverso da come i paradigmi dettati da fedi religiose di tutto il mondo ci hanno dato a credere, la fisica poi, nell’impossibilita’ di dare una qualsiasi spiegazione si e’ bloccata, una volta che la fisica quantistica aveva di colpo messo in discussione ogni dettame teorico riferito al concetto di spazio tempo e materia.

Vittorio Marchi grande fisico Italiano, ha per anni cercato di far capire con un linguaggio comprensibile molti dei concetti che sono alla base della testimonianza di Anita Moorjani, e’ un testo che consiglio vivamente, perché cambierà’ sicuramente il vostro modo di concepire la vita e la morte con tutte le sue conflittualità’ che alla fine scoprirete non esistono.

Spero possiate apprezzare questa intervista, che sono sicuro, non si limiterà’ ad un semplice lettura, ma avrà’ un seguito, che spero incida positivamente nella vostra vita.

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Un cancro in stadio avanzato ha portato Anita Moorjani alle soglie della morte e oltre, nella sua stessa dimora, molto più in là, se vogliamo, della porta d’ingresso e del vestibolo. Anita ha descritto nel dettaglio la sua esperienza nel suo libro Morendo ho ritrovato me stessa.

Circondata dalle persone care e da una squadra di medici in attesa da un momento all’altro del suo ultimo respiro, Anita cadde in un coma profondo. Tuttavia le fu data l’opportunità di ritornare nel suo corpo devastato dal cancro, contro ogni logica possibile, e di sperimentare una incredibile guarigione con l’ausilio dell’amore incondizionato. Le è stato permesso di fare ritorno dalla casa della morte e di raccontare a tutti noi com’è la vita oltre il mondo materiale, e soprattutto come ci si sente là.
Anita afferma che siamo tutti esseri di puro amore.

Non solo siamo connessi l’un l’altro e con Dio, ma a un livello più profondo, siamo noi stessi Dio. Abbiamo permesso alle nostre paure e all’ego di spingere Dio ai margini delle nostre esistenze, e ciò si riflette nello stato di malattia che colpisce non solo il corpo ma il mondo intero. Anita ci sprona a fare tesoro della nostra magnificenza, a vivere in quanto esseri di luce e di amore, e a sfruttare le proprietà di guarigione insite in questo atteggiamento mentale.
«Nei mesi e negli anni successivi alla mia esperienza di premorte, ho avuto molte occasioni di parlarne a diversi gruppi in tutto il mondo. Quelle che seguono sono alcune delle domande e delle risposte salienti emerse nel corso di tali conversazioni».
Anita

D: Come definisci l’“amore incondizionato” che hai sperimentato nell’altra dimensione, e in che modo esso si differenzia dall’amore che viviamo nella realtà terrena?
R: L’amore nell’altra dimensione è molto diverso in quanto puro nella sua essenza. Non ha scopi né aspettative, non agisce sull’onda delle emozioni né si comporta diversamente a seconda delle azioni o dei sentimenti della persona a cui è rivolto. È amore, e basta.
D: Ritieni che prima di assumere le nostre spoglie terrene, siamo già esseri perfetti, completamente consapevoli di chi siamo in realtà? E se così fosse, in che modo la nostra perfezione viene corrosa e la nostra percezione del Sé danneggiata quando veniamo alla luce?
R: Ti dirò quello che penso, ma credo che non farà altro che suscitare nuove domande, più che dare una risposta! Ritengo che non nasciamo destinati a dimenticare chi siamo e che la vita non debba essere per forza così difficile. Siamo noi a complicare le cose con le nostre idee e credenze fuori luogo.
Le informazioni che ho ricevuto a livello interiore in quella dimensione mi sono giunte sotto forma di “segno”, ma se dovessi tradurlo in parole, ecco cosa avrei detto tra me e me in quello stato: Oh, allora la vita non è stata progettata per essere una lotta continua! Da noi ci si aspetta che ce la godiamo e che ne traiamo il massimo divertimento! Vorrei averlo capito prima! Quindi il mio corpo ha sviluppato il cancro a causa di tutti quei pensieri sciocchi che facevo, dei giudizi nei miei confronti, delle convinzioni limitanti, che hanno innescato un grande fermento dentro di me. Se solo avessi saputo che siamo destinati a venire al mondo per stare bene con noi stessi e con la vita, semplicemente per esprimerci e godercela!
Ora, questa parte è un po’ difficile da spiegare, ma voglio provarci. Mi chiedevo cose di questo tipo: È solo perché non mi sono resa conto della mia perfezione che mi è capitata una cosa così grande (questo cancro terminale)?


Allo stesso tempo, ricevevo questa risposta: Oh, capisco: non è successo a me, perché in verità io non sono mai una vittima. Il cancro non è altro che la manifestazione del mio potere e della mia energia inespressi! Essi si sono rivoltati internamente contro il mio corpo, invece che all’esterno.
Sapevo che non era una punizione o qualcosa di simile. Era solo la mia forza vitale che si esprimeva attraverso il cancro, perché non le permettevo di farlo attraverso la potente energia di cui ero capace. Ero consapevole di poter scegliere se tornare nel mio corpo o avanzare nella morte. Il cancro non ci sarebbe più stato perché l’energia aveva smesso di esprimersi in quel modo, ma sarebbe stata presente nella manifestazione del mio Sé infinito.
Tornai alla vita con la certezza che il paradiso in realtà è un modo d’essere, non un luogo, e ho scoperto che questo stato di grazia mi ha seguito qui sulla Terra. So che può suonare strano, ma sento che anche la nostra “vera casa” altro non è che un modo d’essere e non un luogo. Proprio ora, sento di essere a casa. Non desidero trovarmi altrove. Per me non fa nessuna differenza essere qui o nell’altra dimensione. Si tratta di componenti diverse dell’esperienza del nostro Sé Superiore, espanso, infinito e perfetto. La nostra vera casa è dentro di noi e ci segue ovunque andiamo.

D: Dal momento che non ho vissuto una esperienza di premorte in prima persona, c’è un modo con cui possa costruire e mantenere fiducia nell’incredibile forza vitale di cui parli?
R: Certo! Non è necessario vivere una esperienza simile alla mia per comprendere la propria perfezione.
La mia esperienza mi ha insegnato che il modo migliore per costruire e mantenere la fiducia è sentire dentro di me la connessione con l’energia Universale. Comincio dall’amare me stessa e dal fidarmi di me. Quanto più sono in grado di farlo, tanto più mi sento al centro del disegno cosmico. Quanto più ci sentiamo connessi, tanto più siamo in grado di toccare gli altri, permettendo loro di provare le stesse cose.
D: Ritieni che la tua fede nella Fonte sia stata un fattore determinante nella tua guarigione?
R: Durante la mia esperienza, sono diventata io stessa la Fonte, e c’è stata totale chiarezza. Non c’era nessun’altra fonte all’esterno della mia consapevolezza espansa. È stato come abbracciare la totalità. Come ho detto prima, per guarire non ho dovuto credere in niente, perché in quello stato c’è una chiarezza totale, ed è come se tutto diventasse noto. La fede apre alla “conoscenza”. In quella circostanza mi è sembrato di diventare ogni cosa: esistevo in ogni cosa e tutto esisteva dentro di me. Ero diventata eterna e infinita.


Mi sono risvegliata in questa chiarezza e ho capito. Avevo la certezza che se avessi scelto di ritornare, il mio corpo sarebbe guarito. Per la natura della mia esperienza, ora sento che essenzialmente siamo un Tutt’Uno. Proveniamo dall’Unità e ci separiamo per poi ritornare al Tutto. Penso che la mia esperienza di premorte mi abbia permesso di dare una fuggevole occhiata a quella Unità. Potrei definirla Dio, Fonte, Brahman o Tutto Ciò Che È, ma credo che persone diverse abbiano idee diverse sul loro significato. Non percepisco il Divino come una entità separata né da me né dagli altri. Per me, è più uno stato che un essere a sé stante. Esso trascende la dualità cosicché vi sono permanentemente congiunta a livello interiore e siamo indivisibili. La mia forma fisica non è che una sfaccettatura di questo Tutto.
D: Hai sentito un senso di liberazione dopo la tua esperienza di premorte? Come lo descriveresti?
R: Mi sento tuttora liberata. È come se la mia esperienza di premorte non solo mi abbia liberato da ideologie, credenze e concezioni radicate del passato, ma anche dal bisogno di cercarne di nuove.
Ho l’impressione che ci aggrappiamo a queste dottrine perché ci rassicurano nei momenti di incertezza. Tuttavia, siamo inclini a diventarne dipendenti e finiamo poi con l’avere bisogno che siano vere per poter assaporare il piacere della certezza. Ritengo che quanto più le nostre convinzioni sulla natura limitata della realtà sono radicate, tanto più riflettiamo nel mondo ciò che esse sostengono.
La mia esperienza mi ha permesso di assaporare cosa si prova a essere affrancati dal bisogno di certezze sia fisiche sia psicologiche. In altre parole, per me è stato possibile sentire la perfezione anche in mezzo all’ambiguità. Mantenere quel livello di affrancamento mentale rappresenta per me la vera libertà.
D: Pensi che avresti scelto ugualmente di tornare a questa vita se avessi saputo che saresti stata ancora malata?

R: Per via dello stato di chiarezza in cui mi trovavo, ho il sospetto che sarei tornata consapevole del perché di quella spinta a tornare e a esprimermi attraverso un corpo malato. Probabilmente, quella consapevolezza avrebbe eliminato o almeno ridotto la mia sofferenza interiore, se non la malattia fisica. Ci sarebbe stato uno scopo nel vivere in un corpo malato. Ritengo che tutti abbiano una missione, a prescindere dalle condizioni fisiche.
D: Se siamo noi a creare la nostra realtà, pensi che le persone verranno punite per quello che fanno attraverso il karma?
R: Come ho detto prima, non c’è punizione nello stato di premorte. Considero il karma più come un’idea di equilibrio che di causa ed effetto. Per esempio, non userei mai la frase karma cattivo, perché non credo che esistano cose simili. Ritengo che tutti gli aspetti della vita siano necessari per creare il Tutto.
Non credo più nemmeno che viviamo in un tempo sequenziale e lineare, che serve da cornice all’idea del karma che hanno molte persone. Anch’io sono stata cresciuta con questa convinzione.
Ma nello stato di premorte ho capito che ogni istante della nostra esistenza, passato, presente, futuro, noto, ignoto e inconoscibile, esiste simultaneamente, come se si trovasse all’esterno di quello che noi conosciamo come tempo. Mi sono resa conto di essere già quello che cercavo di ottenere, e sono convinta che ciò valga per tutti. Tutte le cose che percepiamo come positive, negative, buone o cattive sono semplicemente parte del Tutto perfetto ed equilibrato.


D: Cosa pensi dell’essere utili e dell’aiutare gli altri?
R: Quando il desiderio di servire ed essere utili nasce dal centro del nostro essere, si tratta della forma più elevata di amore per sé. Sappiamo che è così quando proviamo gioia nel farlo. Sembra persino una cosa leggera e divertente! Ciò eleva sia noi sia chi riceve il nostro aiuto e contribuisce ad alzare il livello di autostima del ricevente.
Ma se agiamo per obbligo o per senso del dovere, la cosa diventa seria e pesante e può prosciugare la nostra energia. Ciò non ci fa alcun bene, e non è bello nemmeno per il destinatario, soprattutto se percepisce che lo stiamo facendo per dovere. In questo caso il ricevente può sentirsi misero e indegno.
Inoltre, quando una cosa parte dal centro del nostro essere, non è più un’azione: diventa una manifestazione della nostra essenza. Non dobbiamo pensarci o lavorarci su. Questa è la differenza tra essere d’aiuto e dare aiuto.
Non c’è separazione tra il sé e l’universo. Ciò che faccio per il Tutto lo faccio anche per il sé e viceversa, ed è davvero uno stato gioioso e divertente in cui trovarsi!
D: Se mi guardo attorno, vedo tanto rancore, rabbia e totale ostilità da parte di tutti coloro che insistono nel sostenere che la loro realtà (o il modo di vederla) sia la sola e unica possibile. Eppure la tua esperienza di premorte e quella di molti altri indicano che ciò che consideriamo realtà è, né più né meno, una specie di sogno. Quindi, essenzialmente, la gente litiga per stabilire quale sia l’illusione più valida. Puoi darmi una spiegazione?
R: Posso solo riferire la mia esperienza. Per me, quando ho sentito che “morivo” è stato come svegliarsi da un sogno. Non ho avuto la sensazione di andare da qualche parte, ma di svegliarmi e di avere una percezione onnisensoriale, ovvero una visione a trecentosessanta gradi e una totale sinestesia, o percezione simultanea dei sensi. Potevo vedere, udire, sentire e sapere tutto quello che mi riguardava! Vivevo simultaneamente nel passato, nel presente e nel futuro. Sapevo anche ciò che stava succedendo oltre i muri e lo spazio, se riguardava me, da qui le visualizzazioni delle conversazioni dei medici, di mio fratello sull’aereo e così via.
Quello che ho vissuto è paragonabile a quello che prova un cieco che riesca a vedere per la prima volta. L’individuo non va da nessuna parte, ma la chiarezza che assume il mondo (in contrasto con ciò che egli pensava che fosse) è sorprendente! Capirebbe all’istante cosa sono i colori e le sfumature, mentre prima erano concetti incomprensibili per lui.

In questo senso, ho ricevuto l’incredibile consapevolezza dell’interconnessione di tutti gli esseri umani e di come ciò che provo influisca sull’universo, perché il Tutto è racchiuso dentro di me. Per quanto mi riguarda, se sono felice, l’universo è felice. Se mi amo, tutti gli altri mi amano e così via.
Dopo essere ritornata, anche se avevo perso alcuni dei sensi potenziati di cui avevo goduto durante l’esperienza di premorte, la comprensione, la chiarezza i sentimenti d’amore non mi avevano lasciata. I puntini sono già collegati tra loro e non posso più tornare a pensare come prima. Pensa se il cieco di prima perdesse nuovamente la vista: ogni volta che va nel mondo, sa qual è il suo vero aspetto, anche se non può vederlo. È così che mi sento ora.
Per quanto riguarda la possibilità che questo piano non sia reale, ritengo che ciascuno di noi crei la propria realtà in base a come pensiamo che sia il mondo. In quello stato di risveglio, mi sono accorta che questa esistenza tridimensionale è solo il culmine dei miei pensieri. Quando sono andata nell’altra dimensione, mi sono risvegliata in un luogo molto più reale di questo… un po’ come ci sentiamo quando ci svegliamo da un sogno nella nostra realtà quotidiana!


D: Cosa pensi della religione? Ho fatto caso che raramente, o quasi mai, ne fai menzione quando parli della tua esperienza.
R: La morte trascende la religione, che è stata creata da noi esseri umani per aiutarci a vivere o a capire il trapasso. Ma una volta conosciuta l’altra dimensione, cercare di farla stare dentro a una religione, qualunque essa sia, sarebbe stato come sminuirla.
Un’altra ragione è che la religione può essere causa di divisioni e questa non è mai la mia intenzione. Preferisco di gran lunga essere inclusiva. Ho sentito che siamo un Tutt’Uno, e so che una volta morti andremo tutti nello stesso luogo. A me non importa se credi in Gesù, Budda, Shiva, Allah o a nessuno di questi. Quel che conta è come ti senti con te stesso, proprio qui e ora, perché è questo che determina il modo in cui condurrai la tua vita sulla Terra. Non esiste tempo al di fuori del presente, quindi è importante che tu sia te stesso e che resti fedele ai tuoi principi. Scienziati appassionati che vivono esprimendo la loro perfezione sono apprezzabili per il genere umano quanto una stanza piena di Madri Teresa.

Anita Moorjani

Fonte: http://psychicandknowledge.blogspot.com

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