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La SCHIZOFRENIA. Aspetti Clinici Analitici e Dimensioni Rilevanti. Estratti D’Opera di JUNG

L’ultima questione è sapere se dal fondo delle tenebre un essere può brillare. »
(Karl Jaspers)

“Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita.” (Karl Jaspers – da Genio e follia. Strindbergh, Van Gogh, Swedenborg, Hölderlin)

..Così come una perla nasce dal difetto d’una conchiglia, la schizofrenia può far nascere opere incomparabili. E come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così, di fronte alla forza vitale di un’opera, non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita..
(Jaspers 1922)

«Le cose più desiderabili sono solitamente quelle che non si possiedono. Bisogna perciò comincaire dai problem che non hanno ancora ricevuto una soluzione, o dale ipotesi speculative che sono basate su fatti dell’esperienza. Il più imperioso bisogno, in psicologia così come in psicopatologia, è, a mio parere, l’approfondimento e l’allargmanento della conoscenza delle complesse strutture psichiche che lo psicoterapeuta deve affrontare. Noi sappiamo troppo poco dei contenuti e del significato dei prodotti mentali morbosi, e anche il poco che sappiamo è messo in pericolo da pregiudizi teorici. Ciò vale in modo particolare per la psicologia della schizophrenia. La nostra conoscenza di questa malattia mentale, di tutte la più frequente, si trova ancora a uno stadio veramente insoddisfacente. Dopo il modesto tentaivo, che io feci cinquant’anni or sono in questo cmapo ancora inesplorato, non è stato compiuto nessun progresso capital. Benchè nel frattempo io stesso abbia avuto in osservazione, analizzato e trattato un gran numero di schizofrenici, non mi è stato possibile condurre degli studi sistematici, come avrei fatto volentieri. Il motivo si deve cercare nel fatto che mancava un sano fondamento scientifico per una simile impresa. Per questa occorre il “point de repère” esterno, il punto extra rem di Archimede, cioè in questo caso la possibilità di confronto con una psicologia normale corrispondente ed equivalente.
Già nell’anno 1907 ho fatto notare che il confronto con la mentalità nevrotica e la sua specifica psicologia è valido solo fino un certo punto, cioè solo finchè si può applicare il punto di vista personalistico. Nella psicologia degli schizofrenici esistono tuttavia elementi manifesti che non si possono inserire in un Sistema di riferimento puramente personalistico. Benchè la psicologia personalistica (vedi le ipotesi euristiche di Freud e Adler) porti fino a un certo punto a risultati soddisfacenti, il suo valore diviene dubbio se la si applica ai particolari prodotti mentali tipici della schizophrenia paranoid, o alla specifica dissociazione che ne sta alla base, e che a suo tempo ha autorizzato E.Bleuler a definire questa malattia col nome di “schizophrenia”. Questo concetto esprime la differenza tra la dissociazione nevrotica e quella psicotica, in quanto la prima rappresenta una dissociazione “sistematica” della personalità, mentre per la seconda si tratta d’una disgregazione “non fisiologica” e non sistematica degli elementi psichici, vale a dire delle rappresentazioni. Mentre I fenomeni nevrotici corrispondono maggiormente ai processi normali, quali si osservano soprattutto in condizioni di emozione, i sintomi della schizophrenia assomigliano piuttosto ai fenomeni che si possono osservare nel sogno o negli stati d’intossicazione. Nella misura in cui I sogni sono da considerare come fenomeni del sonno normale, la loro analogia con la disintegrazione schizofrenica rimanda a un comune denominatore, che consiste in un “abaissement du niveau mental” (Pierre Janet).

Questo abaissement, quale che ne sia la causa, inizia con un rilassamento della concentrazione o dell’attenzione. Le associazioni perdono valore e diventano superficiali. Al posti dei collegamenti significativi compaiono associazioni verbo-motorie e fonetiche (rima, allitterazione ecc.) così come perseverazioni, e prendono sempre più il sopravvento. Infine non solo il significato delle frasi, ma anche le parole possono dissolversi. Inoltre la continuità tematica viene disturbata da bizzarre e illogiche interferenze.
Questo abaissement si può osservare non solo nello stato del sogno, ma anche nella schizophrenia. Esiste tuttavia una differenza sostanziale, in quanto in quest’ultima la coscienza non è diminuita come nel sogno. Nella schizophrenia (eccettuati gli stati oniroidi e deliranti) la memoria e l’orientamento generale funzionano normalmente, anche se sono indubbiamente presenti sintomi di abaissement. Questo fatto dimostra chiaramente che I fenomeni della schizophrenia non sono determinati da una generale diminuzione dell’attenzione e della coscienza, ma dipendono da un altro fattore di disturb, che per parte sua è evidentemente collegato a certi particolari elementi psichici. In generale non si può dire in anticipo quali rappresentazioni saranno disturbate. Esiste tuttavia una certa probabilità che esse appartengano al campo emotive di un complesso riconoscibile, la cui presenza di per sè non è uno specifico segno di schizophrenia. Si tratta al contrario di un complesso identico a quelli che si possono osservare sia nei soggetti normali che nei nevrotici. Benchè un complesso emotive possa disturbare o diminuire la generale attenzione e concentrazione assorbendo la loro energia, esso tuttavia non distrugge mai I suoi stessi elementi o contenuti psichici nel modo in cui lo fa un complesso schizofrenico. Si può persino dire che gli elementi di un complesso nevrotico o normale sono non solo ben formati, ma ipertrofici grazie al loro maggiore valore energetico. Essi hanno una pronunciata tendenza ad aumentare la loro estensione mediante l’esagerazione e le aggiunte fantastiche.
Al contrario, il complesso schizofrenico è caratterizzato da una peculiare degenerazione e da una disgregazione delle sue rappresentazioni, mentre nel suo ambito generale l’attenzione è assai poco compromessa. Si direbbe che il complesso si annienti da sè stesso stravolgendo I suoi contenuti e la sua capacità di comunicazione, cioè la sua capacità di esprimersi mediante il pensiero coordinato e la parola. Esso non sembra trarre la sua energia da altri processi mentali, dato che nè l’orientamento generale nè altre funzioni vengono danneggiate. E’ al contrario piuttosto evidente che il complesso schizofrenico consuma la sua stessa energia, sottraendola ai suoi propri contenuti mediante l’abbassamento del loro “niveau mental”. Si potrebbe anche avanzare un diverso punto di vista, e dire che l’intensità emotive del complesso porta a un inatteso sprofondamento dei suoi stessi fondamenti o a un disturbo della normale sintesi delle rappresentazioni. Certo è difficile immaginarsi un processo psichico che porti a un risultato di questo genere. La psicopatologia delle nevrosi non dà alcuna indicazione in tal senso, perchè tutti I processi nevrotici si svolgono con elementi psichici del tutto ordinate. Nessuna disintegrazione delle rappresentazioni ecc. si verifica nel loro campo. Se in una nevrosi compaiono trace del genere, allora si hanno tutti I motivi di sospettare che si tratti di una schizofrenia latente…»

(C.G.Jung – Nuove considerazioni sulla Schizofrenia)

«Comunque ci si rappresenti il particolare comportamento del complesso schizofrenico, tuttavia il contrasto con quello del complesso nevrotico o normale è chiaramente evidente. In considerazione del fatto che finora non si sono potuti scoprire processi specificamente psicologici cui attribuire la responsabilità dell’effetto schizofrenico, cioè della specifica dissociazione, sono giunto alla conclusione che potrebbe esistere una causa tossica. Questa si potrebbe ricondurre a una disintegrazione organica e locale, cioè a un’alterazione fisiologica, che sarebbe scatenata dal fatto che la pressione dell’intensità emotive supera la capacità delle cellule cerebrali (i “troubles cénestésiques” descritti da Sollier circa sessant’anni fa sembrano indicare questa direzione). Esperienze compiute con mescaline e droghe affini appoggiano l’ipotesi di un’origine tossica. Riguardo alla questione delle future possibilità di sviluppo nel campo della psichiatria vorrei sottolineare che qui si apre, al lavoro dei pionieri scientifici, un campo praticamente inesplorato.
Mentre esaminare il problema d’una tossina specifica, a causa dei suoi aspetti formali, rappresenta un compito per la psichiatria clinica, esaminare quello dei contenuti della schizofrenia e del loro significato è un compito importante sia per lo psicopatologo sia per lo psicologo del futuro. Entrambi I problemi hanno, in primo luogo, un estremo interesse teorico; ma oltre a ciò la loro soluzione costituirà un indispensabile fondamento per la terapia della schizofrenia. Perchè, come sappiamo già, questa malattia ha due aspetti di grande importanza, quello biochimico e quello psicologico. E’ un fatto noto, che con mia grande soddisfazione ho potuto dimostrare io stesso cinquant’anni fa, che la malattia, anche se solo in misura limitata, si può curare con la psicoterapia. Non appena si intraprende il trattamento psicologico, inizia il problema dei contenuti psicotici e del loro significato. Sappiamo già che in molti casi abbiamo a che fare con un material psicologico paragonabile a quello delle nevrosi o dei sogni e comprensibile dal punto di vista personalistico. Ma, a differenza dei contenuti di una nevrosi, che possono venire spiegati in misura soddisfacente attraverso dati biografici, i contenuti psicotici presentano particolarità che sfuggono a una riduzione a circostanze biografiche individuali, proprio come esistono anche sogni il cui simbolismo non si può spiegare soddisfacentemente sulla base di dati personali. Con questo voglio dire che I contenuti nevrotici possono essere confrontati con I contenuti dei complessi normali, mentre I contenuti psicotici, specialmente nei casi paranoidi, presentano una stretta analogia con quel tipo di sogno che il primitive definisce appropriatamente “grande sogno”. Al contrario dei sogni abituali, un simile sogno è profondamente impressionante, numinoso, e le sue immagini si servono spesso di motivi che sono analoghi o addirittura identici a quelli dei miti. Queste strutture io le chiamo col nome di “archetipi”, perchè funzionano in modo simile ai modi di comportamento istintivi. Inoltre perlopiù si possono incontrare dapperttutto e in tutti i tempi: nel folklore delle popolazioni primitive, nei miti greci, egiziani e dell’antico Messico così come nei sogni, nelle visioni e nelle rappresentazioni deliranti degli uomini di oggi, che nulla sanno di queste tradizioni. In questi casi si cerca invano una causalità personalistica per trovare una spiegazione della loro strana forma arcaica e del loro significato. […] Considero queste strutture archetipiche come la matrice di tutte le costruzioni mitologiche. Esse non solo compaiono in condizioni fortemente emotive, ma molto spesso sembrano anche esserne la causa. Sarebbe un errore ritenerle rappresentazioni ereditarie, perchè sono solo condizioni per la formazione di rappresentazioni, come gli istinti sono I presupposti dinamici dei più diversi modi di comportamento. Anzi probabilmente gli archetipi sono l’espressione o manifestazione psichica dell’istinto.»
(C.G.Jung – Nuove considerazioni sulla Schizofrenia)

«Lo studio della schizofrenia è, a mio parere, uno dei compiti più importanti della psichiatria del futuro. Il problema ha due aspetti, uno fisiologico e uno psicologico, perchè, per quanto possiamo vedere oggi, questa malattia non permette una spiegazione a orientamento unilaterale. La sua sintomatologia rimanda da un lato a un processo distruttivo basilare, probabilmente di natura tossica, e d’altro lato – nella misura in cui un’etiologia psicogena non può essere esclusa e in cui un trattamento psicologico si rivela, in casi appropriate, efficace – rimanda a un fattore psichico della stessa importanza. Entrambe le vie di accesso aprono vaste prospettive dal punto di vista sia teorico sia terapeutico.»
(C.G.Jung – Nuove considerazioni sulla Schizofrenia, 1959)

« (Bleuler) mi propose di studiare sperimentalmente la disgregazione delle rappresentazioni nella schizofrenia. A quel tempo, con l’aiuto dell’esperimento di associazione, eravamo già penetrate tanto Avanti nella psicologia di questi malati che sapevamo dell’esistenza dei ‘complessi a tonalità affettiva’ che si manifestavano nella schizofrenia: erano essenzialmente gli stessi complessi che si possono osservare anche nelle nevrosi.»
(C.G.Jung – La Schizofrenia, 1958)

«Il numero delle psicosi latenti e potenziali è sorprendentemente grande, in confronto con quello dei casi manifesti. Io calcolo – senza però poter fornire dati statistici precisi – un rapporto di dieci a uno. Non poche delle nevrosi classiche, come l’isterismo e le nevrosi ossessive, si rivelano sotto trattamento come psicosi latenti, che talvolta possono trasformarsi in psicosi manifeste: fatto, questo, che uno psicoterapeuta dovrebbe sempre tener presente. Anche se un destino benevolo, più che il mio merito, mi ha risparmiato di vedere uno dei miei pazienti scivolare inarrestabilmente in una psicosi, mi è tuttavia capitato, in qualità di consulente, di vedere tutta una serie di simili casi, come per esempio classiche nevrosi ossessive I cui impulsi ossessivi si trasformarono gradatamente in corrispondenti allucinazioni uditive, o indubbi isterismi che si sono svelati come semplici sovrastratificazioni delle più diverse forme di schizofrenia. Esperienze queste che non sono affatto estranee allo psichiatra clinico. Ma quello che fu nuovo per me, quando feci il mio ingresso nella pratica privata, fu il numero relativamente grande di casi di schizofrenia latenti che evitano il manicomio con determinazione spesso inconscia, ma sistematica, per rivolgersi invece allo psicologo per consiglio e aiuto. Non si tratta affatto, in questi casi, sempre di soggetti a costituzione schizoide, ma di autentiche psicosi, che però non hanno ancora definitivamente minato la compensazione realizzata dalla coscienza.
Sono passati circa cinquant’anni da quando, attraverso l’esperienza pratica, mi sono convinto della curabilità e guaribilità di disturbi schizofrenici. Il paziente schizofrenico – ho trovato – in rapporto al trattamento si comporta non diversamente dal nevrotico. Egli ha gli stessi complessi, la stessa comprensione e gli stessi bisogni, ma non la stessa sicurezza delle sue basi.»
(C.G.Jung – La Schizofrenia, 1958)

«Nei pazienti schizofrenici, che sono già con successo sotto trattamento, possono verificarsi delle complicazioni emotive, che conducono a una recidiva psicotica o a una psicosi iniziale acuta, se i sintomi indicatori del pericolo, e specialmente I sogni distruttivi, non vengono riconosciuti in tempo. Il trattamento o lo stroncamento di simili complicazioni non richiede sempre interventi drastici. Si può portare la coscienza del paziente per così dire a una distanza di sicurezza dall’inconscio anche per mezzo di provvedimenti terapeutici ordinari, per esempio invitando il paziente a disegnare o a dipingere un quadro della sua situazione psichica. Con questo si rende visibile la caotica situazione complessiva, apparentemente incomprensibile e non formulabile, e la si oggettiva: in tal modo essa può venire osservata, analizzata e interpretata dalla coscienza, in un certo modo, a distanza. L’effetto di questo metodo sembra consistere nel fatto che l’impressione originariamente caotica e spaventosa viene sostituita dall’immagine, che per così dire vi si mette davanti [immaginazione attiva]. Il ‘tremendum’ viene “esorcizzato” dall’immagine, banalizzato e familiarizzato, e quando il paziente è richiamato da affetti minacciosi all’esperienza primordiale vissuta, l’immagine che ne ha create, viene a interporsi e tiene a bada il suo terrore.»
(C.G.Jung – La Schizofrenia, 1958)

«Fu il frequente ricorso a forme associative e strutture arcaiche, che osserviamo nella schizofrenia, a darmi la prima idea di un inconscio formato non solo da contenuti di coscienza originari andati perduti, ma anche da uno strato in certo modo più profondo, dello stesso carattere universale dei motivi mitici che caratterizzano la fantasia umana in generale. (Naturalmente questi arcaismi si presentano anche nelle nevrosi, e così anche negli individui normali. Ma sono più rari.) Questi motivi non sono affatto inventati, ma piuttosto trovati, come forme tipiche che compaiono spontanemante più o meno universalmente, indipendentemente dalla tradizione, in miti, fiabe, fantasie, sogni, visioni e sistemi deliranti. A uno studio più approfondito di queste forme tipiche risulta che si tratta di atteggiamenti, modi di fare, tipi di rappresentazione e impulse che devono essere considerati come il comportamento istintivo tipico dell’uomo. Il termine da me scelto per designare ciò, e cioè “archetipo”, coincide quindi con il concetto noto in biologia del “pattern of behaviou”. Qui non si tratta affatto di rappresentazioni ereditarie, ma di pulsioni e forme istintive ereditarie, come si possono osservare in tutti gli esseri viventi.»
(C.G.Jung – La Schizofrenia, 1958)

«Il comportamento brusco, rigido, stagnante e discontinuo dell’appercezione schizofrenica si differenzia dalla fluida e mobile continuità del sintomo della mescalina. Aggiunto ai disturbi del simpatico, del ricambio e della circolazione sanguigna, ciò genera un quadro generale sia psicologico sia fisiologico che ricorda sotto molti aspetti un disturb tossico, e che già cinquant’anni fa mi fece pensare a una specifica tossina del metabolismo. Mentre a quell tempo dovetti lasciare senza risposta la domanda, se l’etiologia fosse tossica primariamente o secondariamente, dopo una lunga esperienza pratica sono arrivato alla convinzione che l’origine psicogena della malattia è più probabile di quella tossica. Esistono casi numerosi di schizofrenie, leggere e transitorie ma indubbie – a prescindere completamente dalle psicosi latenti ancora più numerose – che hanno un punto di partenza puramente psicogeno, e un decorso altrettanto psicologico – se non si tiene conto di certe sfumature presumibilmente tossiche – e che possono per così dire venire restituiti ad integrum mediante un procedimento puramente psicoterapeutico. Lo stesso ho osservato anche in casi gravi.»
(C.G.Jung – La Schizofrenia, 1958)

«…per quanto possiamo vedere finora, tutta la fenomenologia della malattia è centrata sul complesso patogeno. Tentando una spiegazione è meglio partire da questo punto, e considerare l’indebolimento della personalità dell’Io come secondario e come una delle conseguenze distruttive di un complesso a tonalità affettiva, nato si in condizioni normali, ma che in seguito, con la sua intensità, ha fatto saltare l’unità della personalità.»
(C.G.Jung – La Schizofrenia, 1958)

«Un tempo tale malattia (schizofrenia) veniva designata con il nome non del tutto appropriato di “demenza precoce” datole da Kraepelin. Bleuler la chiamò più tardi “schizofrenia”. Sventura volle che questa malattia fosse scoperta dagli psichiatri, giacchè è a questo fatto che si deve la sua prognosi apparentemente infausta: “demenza precoce” è infatti sinonimo di malattia incurabile. Che sarebbe dell’isterismo se lo si giudicasse dal punto di vista della psichiatria! Lo psichiatra, come è naturale, ha modo di vedere nel suo ospedale solo i casi più disperati e, sentendosi come paralizzato per quel che riguarda la terapia, è logico che sia pessimista. I tubercolotici sarebbero in una situazione deplorevole, se si presentasse la loro malattia basandosi esclusivamente sulle osservazioni fatte in un sanatorio per incurabili! Come i soggetti affetti da isterismo cronico che s’abbrutiscono lentamente nei manicomi sono poco indicativi del vero isterismo, così la “schizofrenia” non può servir di norma per quei suoi stadi preliminari tanto frequenti nella pratica medica e che di rado hanno modo di cadere sotto lo sguardo degli psichiatri dei nosocomi. “Psicosi latente”: ecco un concetto che lo psicoterapeuta ben conosce e paventa.»
(C.G.Jung

Fonte: https://carljungitalia.wordpress.com

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