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L’ipocrisia del Vaticano in Iran si sta manifestando in tutta la sua vile percezione di una realtà a loro sconveniente

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Il Vaticano sfida la “guerra della scelta” di Washington: conflitto di interessi o resa dei conti morale?

Di fronte alla realtà genocida di Washington, le parole di Papa Leone XIV rappresentano una presa di posizione in difesa degli oppressi o sono semplicemente un rimprovero alla follia che minaccia l’attuale ordine mondiale?

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Donald Trump è un essere spregevole, ma è solo una conseguenza. È l’interpretazione sconcertante di ciò che gli Stati Uniti sono sempre stati. Ogni politica che persegue era già presente nel manuale imperiale: le invasioni, le sanzioni che uccidono centinaia di migliaia di bambini, i veti che proteggono il genocidio, i colpi di Stato contro presidenti eletti e gli omicidi nel bel mezzo dei negoziati.

Quindi, quando il Vaticano si oppone alla guerra di Trump contro l’Iran, viene da chiedersi: si oppone all’uomo o all’impero che lo ha generato? E tale opposizione implica il riconoscimento del diritto fondamentale dei popoli all’autodifesa con ogni mezzo possibile, pur nel rispetto della dignità umana?

Perché lo stesso Vaticano che oggi definisce «ingiusta» la guerra di Trump si era rifiutato di riconoscere il diritto dell’Iraq di opporre resistenza allo stesso impero quando questo aveva il volto di George W. Bush.

La questione fondamentale è se la posizione del Vaticano sia un atto di ribellione in nome della giustizia o, purtroppo, l’ennesima manovra di politica estera.

Prima di analizzare la posizione del Vaticano sull’Iran, è necessario definire il quadro etico su cui la Chiesa fonda la propria posizione, sostenendo che la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran sia «ingiusta».

La teoria classica della guerra giusta (jus ad bellum) prevede tradizionalmente sei condizioni affinché una guerra sia moralmente legittima:

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2309) precisa inoltre che «l’uso delle armi non deve causare mali e disordini più gravi del male da eliminare» (proporzionalità) e che «tutti gli altri mezzi per porvi fine devono essersi rivelati impraticabili o inefficaci» (ultima risorsa).

Se una guerra è ingiusta e fallisce in tali circostanze, sorge immediatamente la domanda: quale diritto ha il popolo sotto attacco di opporvi resistenza? E poiché la teoria della guerra giusta riconosce tale diritto, perché tale principio non riconosce mai la resistenza dei popoli dell’Asia occidentale?

Questa è la contraddizione che sta alla base della critica mossa dal Vaticano all’amministrazione Trump, e che preoccupa profondamente i cristiani che comprendono come la resistenza sia stata l’unica forza, dopo Dio Onnipotente, a frapporsi tra loro e la pulizia etnica.

Questo articolo non intende discutere la legittimità della guerra degli Stati Uniti poiché, sotto ogni punto di vista, si tratta di una guerra di aggressione con chiari obiettivi geostrategici. Lo scopo è piuttosto quello di chiedersi, con sincerità: qual è la vera posizione del Vaticano, soprattutto dopo aver apertamente delegittimato la guerra di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iran, rispetto al diritto del popolo di resistere fino alla liberazione?

Mettiamo la proposta nella giusta prospettiva, tenendo presente che Papa Leone XIV ha affermato: «Il cuore di Dio è lacerato dalle guerre, dalla violenza, dall’ingiustizia e dalle menzogne. Ma il cuore del Padre nostro non è con i malvagi, gli arroganti o i superbi». Ciò che manca ancora è identificare questi soggetti e comprenderne la realtà in senso concreto. Chi sono i malvagi, e che dire delle persone “umili”? Come sopravvivono alla violenza delle guerre ingiuste?

Papa Leone XIV non fu il primo pontefice a pronunciarsi contro la guerra. Nel 2003, Papa Giovanni Paolo II avvertì che l’invasione statunitense dell’Iraq sarebbe stata una guerra ingiusta e tentò, attraverso la diplomazia vaticana, di impedirla.

In un discorso di Capodanno rivolto ai diplomatici in Vaticano, Giovanni Paolo II ha dichiarato: «Non si può ricorrere alla guerra, nemmeno quando si tratta di garantire il bene comune, se non come ultima risorsa e nel rispetto di condizioni molto rigide».

Tuttavia, la posizione del Vaticano presentava una contraddizione. Pur opponendosi all’invasione, non riconosceva il diritto dell’Iraq a opporvi resistenza. Inoltre, nel testo ufficiale scritto dal Papa per il suo discorso sullo «stato del mondo» del gennaio 2004, pronunciato dopo l’invasione, si riconosceva che l’Iraq era stato «liberato da un regime oppressivo», ma il Papa omise quella frase quando pronunciò il discorso a voce. Ci si potrebbe chiedere se ciò fosse stato fatto per evitare di dare l’impressione di avallare l’esito della guerra.

Come se il popolo iracheno non potesse decidere da solo, la scelta doveva essergli imposta con le menzogne sfacciatamente diffuse da Powell all’ONU, che parlava di “armi di distruzione di massa”. Sapendo che Washington aveva motivazioni geostrategiche, di cui parleremo più avanti, non si può negare che il Vaticano avrebbe dovuto essere a conoscenza, o almeno preoccuparsi, del fatto che le guerre degli Stati Uniti nel mondo arabo non hanno mai riguardato il popolo, ma l’imposizione di regimi fantoccio che potessero controllare e costringere.

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In seguito, quando si trattò delle operazioni di resistenza contro le truppe straniere, che a quel punto occupavano ufficialmente l’Iraq, la distinzione era chiara. Dopo che un attentato con un camion bomba aveva causato la morte di 19 soldati italiani a Nassiriya, in Iraq, nel novembre 2003, Papa Giovanni Paolo II scrisse:

Ho appreso con profondo dolore la notizia del brutale attentato avvenuto a Nassiriya, in Iraq, nel quale alcuni soldati italiani hanno perso la vita mentre adempivano con generosità alla loro missione di pace… Esprimo la mia più ferma condanna per questo ennesimo atto di violenza che, sommandosi agli altri atti barbarici verificatisi in quel paese tormentato, non favorisce in alcun modo il processo di ricostruzione e pacificazione.

Durante l’occupazione dell’Iraq da parte della NATO guidata dagli Stati Uniti, il Papa non ha fatto alcuna distinzione tra occupanti e occupati. Anzi, come riportato testualmente dalla rivista *America Magazine*: «A coloro che considerano gli attacchi iracheni contro i soldati statunitensi e alleati come una legittima resistenza a un’occupazione illegale, il Vaticano non ha offerto alcun sostegno».

Tuttavia, il Papa ha anche affermato che l’invasione non aveva reso il mondo più sicuro e che le truppe non potevano semplicemente ritirarsi, rassegnandosi allo status quo e lasciando il popolo iracheno intrappolato tra l’occupazione e il caos, come se la resistenza e l’unità nella lotta contro le forze sostenute dagli Stati Uniti fossero una «non-opzione», privando il popolo della propria autonomia e del diritto di resistere, costringendolo ad assumere un atteggiamento passivo nei confronti del proprio destino.

Un funzionario vaticano ha spiegato il ragionamento: «Se le forze armate si ritirassero dall’Iraq adesso, il Paese precipiterebbe nel caos. Il vaso si è rotto e dobbiamo cercare un modo per ripararlo».

Nel corso dell’incontro con il presidente Bush nel giugno 2004, il Papa ha affermato: «In assenza di un simile impegno, né la guerra né il terrorismo potranno mai essere sconfitti».

Questo veniva presentato come neutralità. Ma per il popolo iracheno, che aveva visto mezzo milione dei propri figli uccisi per mano degli Stati Uniti e della NATO – un fatto che l’allora ambasciatrice statunitense presso l’ONU, Madeleine Albright, aveva difeso con la famigerata frase «ne è valsa la pena» – quale scelta lasciava realmente questo quadro? La resistenza veniva condannata come terrorismo. La cooperazione con l’occupante era l’unica via offerta. E l’occupante aveva già calcolato il valore del sangue iracheno.

Già molto prima dell’invasione dell’Iraq, alcune proposte strategiche avevano delineato ambizioni di riorganizzazione regionale che non avevano nulla a che vedere con il benessere dell’Iraq. Nel 1996, un documento programmatico intitolato «A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm», redatto per il nuovo governo di Benjamin Netanyahu, sosteneva la necessità di rimuovere Saddam Hussein dall’Iraq e di indebolire la Siria nell’ambito di una strategia più ampia volta a contrastare le forze ritenute una minaccia per l’influenza israeliana e occidentale.

Richard Perle ha guidato il gruppo di studio autore del documento, di cui facevano parte anche Douglas Feith e David Wurmser. Tutti e tre hanno poi ricoperto incarichi di rilievo nell’amministrazione di George W. Bush: Perle come presidente del Consiglio per la politica di difesa, Feith come sottosegretario alla Difesa per la politica e Wurmser come consigliere per il Medio Oriente del vicepresidente Dick Cheney.

Anni dopo, il rapporto del 2009 della RAND Corporation intitolato «Which Path to Persia? Options for a New American Strategy Toward Iran» ha esaminatole opzioni per affrontare l’Iran, compresi approcci basati sulla pressione regionale (sanzioni e animosità create ad arte attraverso il ricorso a forze proxy) e sulla riorganizzazione degli Stati confinanti (colpi di Stato e destabilizzazioni).

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Nel loro insieme, questi documenti riflettevano una visione strategica dell’Iraq, della Siria e dell’Iran come elementi interconnessi di un equilibrio di potere regionale, e non come paesi con popolazioni la cui vita contava.

Detto questo, si potrebbe concludere senza esitazione che la guerra in Iraq non ha mai avuto come obiettivo la liberazione degli iracheni. Si trattava piuttosto di ottenere un vantaggio geostrategico contro i movimenti di liberazione che avevano sfidato il dominio occidentale e israeliano nella regione. Il popolo iracheno ne ha pagato il prezzo. Ma le domande che si pongono nel contesto di questo articolo sono: cosa pensava veramente il Vaticano e perché non ha detto la verità per quello che era?

In un’intervista a 60 Minutes, i cardinali statunitensi, nel spiegare la posizione pacifista del Papa, hanno ribadito la visione del Vaticano sulla Repubblica Islamica dell’Iran: «È un regime abominevole e va rovesciato».

Hanno semplicemente sostenuto che la guerra attraverso la quale ciò sta avvenendo è sbagliata. Ciò avviene in particolare dopo che la diaspora iraniana è tornata a migliaia in Iran per difendere la patria, e dopo oltre 40 giorni in cui centinaia di migliaia, se non milioni, di iraniani hanno riempito le strade, affermando la loro unità nel sostenere la Repubblica Islamica.

Inoltre, a causa del cambiamento di opinione a sostegno della Repubblica Islamica in Iran, l’ufficio del Leader Martire Ayatollah Sayyed Ali Khamenei è stato costretto a rilasciare una dichiarazione in cui si afferma quanto segue:

Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole. Con la presente informiamo il caro, onorevole, fiero e valoroso popolo iraniano di quanto segue: Gruppi di cittadini hanno contattato l’Ufficio della Guida della Rivoluzione Islamica, esprimendo profondo rammarico per aver assunto posizioni ingiuste, o forse per aver commesso offese contro l’elevato status del Grande Leader, l’Imam Martire (che la misericordia di Allah sia su di lui), sotto l’influenza dei falsi mezzi di comunicazione e delle reti di disinformazione del nemico. Essi esprimono il loro rammarico per non aver cercato il suo perdono, chiedendo chiarimenti sul loro dovere al riguardo.

Sulla base delle ripetute risposte fornite da Sua Eminenza a casi simili nel corso della sua beata vita, in cui era solito dire: «Tutto il popolo iraniano è figlio mio, e prego per loro. Ho perdonato questi miei cari e li ho assolti dai loro debiti, e continuerò a farlo per sempre».

Dal 2015 al 2025, l’Iran è stato sottoposto al regime di ispezioni più rigoroso della storia nell’ambito del Piano d’azione congiunto globale (JCPOA). Secondo un rapporto del dicembre 2015 redatto dall’allora direttore generale dell’AIEA Yukiya Amano, l’Agenzia ha pubblicato una «valutazione finale sulla risoluzione» delle questioni in sospeso relative alle possibili dimensioni militari (PMD), chiudendo il fascicolo. Per anni, l’AIEA ha verificato che l’Iran rispettasse l’accordo.

Tuttavia, tale accordo è stato infranto da un’aggressione esterna, oltre al ritiro unilaterale di Trump dal JCPOA. Il 13 giugno 2025, le forze israeliane e statunitensi hanno attaccato l’Iran. In risposta, l’Iran ha invocato il proprio diritto intrinseco all’autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. L’ambasciatore Reza Najafi ha dichiarato davanti al Consiglio dei governatori dell’AIEA: «L’attacco deliberato alle strutture nucleari iraniane costituisce una grave e sconsiderata violazione del diritto internazionale… La Repubblica Islamica dell’Iran… ribadisce che non lascerà tale aggressione senza risposta».

E più recentemente, il 28 febbraio 2026, proprio nel bel mezzo dei negoziati, gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato una guerra di aggressione contro l’Iran, assassinando il leader martire della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, provocando uno scontro regionale, soprattutto perché l’attacco rappresentava un attacco contro tutti i movimenti di liberazione della regione, che trovano nella Repubblica Islamica dell’Iran un alleato dopo che il mondo ha abbandonato i popoli della regione decenni fa. Ha segnato inoltre l’inizio di una strategia volta a tentare di sradicare, sebbene senza successo, l’eredità di questa Rivoluzione, che si è estesa ben oltre lo sciismo e l’Islam per influenzare i popoli della regione e del mondo.

Pur sottolineando il proprio sgomento per l’attacco, il Papa non ha mai espresso il proprio sostegno all’Iran in quanto nazione sovrana e governo eletto, le cui radici islamiche hanno da tempo rispettato la presenza e la fede cristiana in Iran e oltre.

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L’Iran ha dimostrato il proprio impegno a favore della convivenza religiosa in molti modi, ma uno di questi, che riveste particolare importanza oggi, oltre agli sforzi volti ad avvicinare il Seminario di Qom e il Vaticano, è forse il cordoglio espresso dai cristiani iraniani per la scomparsa dell’Ayatollah Sayyed Ali.

Ciò costituisce ancora una volta una testimonianza del comportamento di una nazione che ha scelto, più volte, la via della pace giusta, dei negoziati e dell’autodifesa piuttosto che quella dell’aggressione.

Il 13 aprile 2026, Papa Leone ha dichiarato dall’Algeria che «il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza non avrà mai l’ultima parola, nonostante le apparenze». Ha inoltre elogiato i legami tra cristiani e musulmani, affermando: «In un mondo in cui le divisioni e le guerre seminano dolore e morte, vivere in unità e pace è un segno forte».

È molto interessante notare che ciò avvenga in un momento in cui l’Islam viene demonizzato, e in particolare la Repubblica Islamica dell’Iran, la cui leadership ha ripetutamente espresso la propria visione del cristianesimo in un libro intitolato «Lady Mary e il Profeta Gesù (la pace sia su di lui) nelle parole dell’Imam Khamenei», presentato in Vaticano, nel quale l’Imam ha scritto: “Se Gesù (PBUH) fosse tra noi oggi, non avrebbe esitato nemmeno un istante a combattere i leader dell’oppressione globale”.

Ma il Vaticano ha una tradizione di pronunciare parole di saggezza senza metterle in pratica. Torniamo all’esempio di Papa Francesco e della sua visita in Iraq nel 2021. Realizzando un sogno di Giovanni Paolo II che era stato bloccato dagli Stati Uniti sotto Bill Clinton, il quale temeva che avrebbe rafforzato Saddam Hussein al punto che Baghdad fu alla fine costretta ad annullare il viaggio del Papa all’epoca, il mondo osservava per vedere se Papa Francesco, più di un decennio dopo e in seguito alla difesa dei cristiani da parte della Resistenza Islamica di fronte all’ISIS sostenuto dagli Stati Uniti, avrebbe detto la verità.

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La verità era questa: le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), il gruppo paramilitare di ampio respiro, prevalentemente sciita ma non esclusivamente, erano state proprio loro a liberare l’Iraq dall’ISIS. Erano state costituite nel 2014 in seguito a una fatwa del Grande Ayatollah Ali al-Sistani, che aveva esortato gli iracheni a prendere le armi contro il gruppo terroristico che decapitava cristiani, yazidi e musulmani senza distinzione. Hanno combattuto strada per strada a Mosul, Ramadi e Fallujah. Hanno messo in sicurezza le chiese.

Migliaia di loro hanno perso la vita. E una volta liberata Mosul, per esempio, sono stati proprio loro a ricostruire le nostre croci, a issarle sui tetti delle chiese e a far suonare di nuovo le campane. Vale la pena sottolineare che anche la brigata cristiana,  Kataib Babiliyoun, è stata definita dai think tank sostenuti dagli Stati Uniti e guidati dalla NATO come “milizia sostenuta dall’Iran”, e inventando storie come ci si poteva aspettare, dimostrando che la posizione dell’Iran non è quella di un proxy, ma di opposizione all’imperialismo statunitense.

E quando arrivò Papa Francesco, alle PMF fu affidato il compito di proteggerlo, in particolare a Mosul, dove avrebbero dovuto «garantire la sicurezza delle chiese». Si trattava degli stessi combattenti che i media occidentali spesso demonizzavano come “milizie sostenute dall’Iran”, dipingendoli come fantocci fanatici islamici privi di identità nazionale, obiettivi o autonomia, ma che stavano proteggendo l’allora successore di San Pietro, Papa Francesco.

Eppure, Papa Francesco non ha reso omaggio ai loro martiri in un modo che smentisse la retorica del nucleo imperiale, ma piuttosto in modo tale da consentire al cristiano medio nel mondo di porsi le domande giuste e andare alla ricerca delle risposte. E questo è stato documentato: «La visita del Papa in Iraq mette in luce l’incapacità delle milizie sostenute dall’Iran di presentarsi con successo come salvatori dei cristiani iracheni».

Il pontefice ha visitato la cattedrale siriaca cattolica di Nostra Signora della Liberazione a Baghdad, dove nel 2010 48 cristiani, tra cui due sacerdoti e un bambino di tre anni, sono stati uccisi da militanti legati ad Al-Qaeda, e ha ricordato quei martiri. Ha affermato: «Il ricordo dei 48, la cui causa di canonizzazione è in corso, e degli innumerevoli altri cristiani uccisi nel decennio successivo, dovrebbe ispirarci a rinnovare la nostra fiducia nel potere della croce e nel suo messaggio salvifico di perdono, riconciliazione e rinascita». Ha definito la cattedrale «consacrata dal sangue dei nostri fratelli e delle nostre sorelle» assassinati in un attacco terroristico che ha sconvolto il mondo.

Ha detto: «La fratellanza è più duratura del fratricidio, la speranza è più forte dell’odio, la pace è più forte della guerra». Ha aggiunto: «L’ostilità, l’estremismo e la violenza non nascono da un cuore religioso. Sono un tradimento della religione».

Il Papa non ha fatto alcun riferimento all’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti e al rovesciamento del governo. Non ha indicato gli Stati Uniti come artefici del caos che ne è seguito. Non ha riconosciuto che proprio le forze che lo proteggevano, le PMF, erano sorte proprio a causa del crollo dello Stato iracheno in seguito alla «guerra di distruzione» di Washington. E certamente non ha compiuto quello che sarebbe stato un atto di vera leadership morale: accusare Washington di avvalersi di proxy (ISIS, Israele, Al-Qaeda, ecc.), il che mina alla radice la pace civile e provoca lo spargimento di sangue di milioni di persone nel corso di decenni.

In risposta al silenzio del Papa, i funzionari iraniani hanno sottolineato che senza i sacrifici del generale Qassem Soleimani e di Abu Mahdi al-Muhandis, assassinati da un attacco con droni statunitensi nel 2020, la visita del Papa non sarebbe stata possibile: «La visita sicura del Papa a Baghdad non avrebbe mai avuto luogo se non fosse stato per i significativi sacrifici di Abu Mahdi Muhandis, del tenente generale Soleimani e di coloro che sono caduti martiri nella lotta contro il terrorismo e Daesh in Iraq».

Il Papa ha incontrato il Grande Ayatollah Sistani e lo ha elogiato per aver «alzato la voce in difesa dei più deboli e dei più perseguitati». Ha accettato la protezione delle PMF. Chiaramente non ha demonizzato l’Islam e ha dato prova di apertura. Ma ciò che è mancato è stata una dichiarazione di verità contro una narrativa che ha portato a milioni di martiri e alla crisi esistenziale che i cristiani arabi devono affrontare oggi. In parole più semplici, non ha detto la verità che il mondo aveva bisogno di sentire: che il vero difensore dei cristiani iracheni non sono stati gli Stati Uniti, che hanno invaso il Paese nel 2003, né la coalizione che ha bombardato dall’alto, ma i combattenti iracheni assistiti dal loro alleato Iran, che ha offerto armi e consulenza in un momento in cui l’Occidente ha abbandonato l’Iraq al suo destino, e ha versato sangue e perso vite sul campo.

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I musulmani che hanno protetto le chiese mentre Washington tutelava i propri interessi strategici. È stata un’occasione persa per rendere giustizia ai martiri. E per chi ha assistito a quei fatti, per chi sapeva chi aveva davvero salvato le chiese, è stata una delusione e, a livello geostrategico, un segnale che indicava che il Vaticano non avrebbe difeso la giustizia nel mondo arabo di fronte all’aggressione occidentale.

Non ci è stato forse insegnato a dire la verità senza timore? Perché il Vaticano ha invece scelto di credere al mito di un ordine mondiale internazionale fondato sulla giustizia, quando tutte le prove indicavano che non si trattava altro che di un mito imperiale?

Come recita Efesini 4,24-26: «Abbandonate dunque la menzogna; dite la verità gli uni agli altri, poiché siamo tutti membra dello stesso corpo».

Per il telespettatore medio di New York, Londra o Roma, il genocidio a Gaza iniziato nel 2023 potrebbe essere stato uno shock. Le immagini di bambini estratti dalle macerie, di ospedali trasformati in campi di battaglia e di intere famiglie cancellate dai registri anagrafici potrebbero aver infranto l’illusione che l’ordine internazionale del dopoguerra, con la Carta delle Nazioni Unite, le Convenzioni di Ginevra e la Dichiarazione universale dei diritti umani, avesse posto dei limiti alla crudeltà degli imperi. Quell’illusione, tuttavia, è sempre stata un privilegio della distanza.

Per il mondo colonizzato, per i congolesi che hanno assistito all’assassinio di Patrice Lumumba e alla sua successiva dissoluzione nell’acido, per i salvadoregni che hanno seppellito l’arcivescovo Oscar Romero dopo che un soldato addestrato dagli Stati Uniti aveva premuto il grilletto, e per i burkinabè che hanno visto Thomas Sankara, colui che aveva osato sfamare il proprio popolo, rovesciato e ucciso con il coinvolgimento documentato dei servizi segreti stranieri, la vera natura del sistema non è mai stata nascosta. È stata vissuta come una realtà quotidiana.

Il genocidio perpetrato dall’occupazione israeliana a Gaza, sostenuto da Washington, dai paesi della NATO e dalle monarchie del Golfo, non ha fatto altro che confermare ciò che era sempre stato sotto gli occhi di tutti. Dopo oltre due anni di smentite, nel gennaio 2026 un ufficiale militare dell’occupazione israeliana ha ammesso che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso oltre 70.000 palestinesi a Gaza dall’ottobre 2023. Il Ministero della Salute palestinese a Gaza stima che al 15 aprile 2026 i martiri fossero almeno 72.344, con altre migliaia di dispersi e presumibilmente sepolti sotto le macerie, e almeno 440 morti confermati per fame. Uno studio del Max Planck Institute ha rilevato che “al 6 ottobre 2025, il numero di morti legate al conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000”.

Eppure, gli Stati Uniti hanno posto il veto su almeno sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU volte a porre fine alla guerra, perpetuando una prassi che risale al 1970 e che li ha visti ricorrere al diritto di veto almeno 51 volte per proteggere Israele da ogni responsabilità. Quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha finalmente approvato una risoluzione di cessate il fuoco nel marzo 2024 con l’astensione degli Stati Uniti, Washington l’ha immediatamente dichiarata “non vincolante”, dicendo di fatto a Israele che poteva ignorare il Consiglio impunemente.

Si tratta delle stesse Nazioni Unite che nel 1961 non riuscirono a proteggere Lumumba, un’ONU che secondo alcuni studiosi oggi «non era del tutto esente da colpe» nel suo assassinio, e che si è dimostrata altrettanto incapace di proteggere i palestinesi.

Lo stesso schema, per cui le potenze occidentali proteggono i propri alleati dalle responsabilità, si è ripetuto, decennio dopo decennio, genocidio dopo genocidio. Al massimo, si sono sentite alcune parole di condanna nei confronti di singoli episodi o azioni, senza mai affrontare le cause o le origini del problema.

Stiamo parlando di generazioni che vivono e muoiono nelle guerre che dilaniano il mondo arabo e l’intero Sud del mondo. Si oserebbe forse definire il Vaticano un’entità con dei propri interessi? Da secoli esso investe in una particolare visione dell’ordine internazionale, in cui la Chiesa è un partner rispettato, non una voce che grida nel deserto.

È possibile che, per il Vaticano, riconoscere il diritto all’opposizione degli occupati implicherebbe schierarsi pienamente, senza esitazioni né riserve, dalla parte dei colonizzati e degli oppressi contro i colonizzatori? Ed è anche possibile che, così facendo, finirebbe per essere costretto, dalla forza di tale verità, a riconoscere che l’ONU non è un arbitro neutrale, ma uno strumento del potere occidentale — un riconoscimento che avrebbe ripercussioni sull’influenza stessa del Vaticano?

Il crollo dell’illusione di un ordine mondiale rispettoso della vita non è avvenuto sotto gli occhi del Vaticano durante il genocidio perpetrato da Israele contro la Palestina nel 2023. Tale impatto ha potuto essere percepito solo dalla gente comune in tutto il mondo.

Permettetemi di fornire una semplice spiegazione. Nel 1948, il Vaticano sapeva che le milizie sioniste avevano perpetrato un genocidio contro i palestinesi (numerosi massacri che causarono migliaia di vittime e lo sfollamento forzato di altre persone). Sebbene il Vaticano si sia rifiutato di riconoscere Israele per un certo periodo, senza però impegnarsi realmente per liberare la Palestina, ha semplicemente scelto di garantire uno status quo a Gerusalemme con il pretesto che ciò avrebbe “protetto i cristiani”, poiché difendere ciò che è giusto richiedeva una prova di fede preventiva ed era valutato in base alla setta.

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Nel 1993, sotto Giovanni Paolo II, il Vaticano aveva riconosciuto Israele. Cosa era cambiato? Era forse cambiata la realtà di una storia fatta di occupazione, sfollamenti forzati e genocidio, o era stata semplicemente normalizzata? Oppure, una volta che il mondo ha riconosciuto Israele e ha accettato le sue atrocità come una realtà di fatto, mascherandole con discorsi e diplomazia, ci si aspettava che la verità stessa cambiasse e che gli oppressi perdessero il loro diritto alla liberazione, al ritorno e alla dignità senza nemmeno iniziare a discutere le fondamenta di Israele come Stato fantoccio con ambizioni espansionistiche e obiettivi geostrategici?

Ciò lascia molte domande senza risposta di fronte a un’istituzione come il Vaticano, che ha il dovere di difendere senza timori né esitazioni i principi di verità e dignità per i cristiani e per l’umanità intera. Che cosa è successo? Qualunque sia la spiegazione, essa porta a chiedersi se l’innocenza del Vaticano permetta indirettamente che venga versato del sangue, o se abbia semplicemente scelto di non intraprendere alcuna azione concreta per fermare quel massacro con il pretesto della “pace” e della “neutralità”.

Se il Vaticano non è riuscito a rendersene conto nel 1993 e non ha voluto proclamarlo nel 2021, non può appellarsi all’ignoranza nel 2026. Le prove non sono più ambigue. Il genocidio in Palestina, trasmesso in diretta televisiva, ha spazzato via ogni finzione, e l’Islam ha dimostrato di non essere «nemico del cristianesimo».

Oggi, mentre gli Stati Uniti e Israele intensificano le minacce contro l’Iran, il tentativo del Vaticano di mantenersi al di sopra del conflitto fa eco alle posizioni del 2003. Papa Leone XIV si è pubblicamente opposto alla guerra contro l’Iran. Ha persino dichiarato ai giornalisti durante il viaggio verso l’Algeria: «Non ho alcun timore dell’amministrazione Trump … Troppe persone innocenti vengono uccise. E penso che qualcuno debba alzarsi e dire: c’è un modo migliore per farlo”.

Eppure, nonostante i chiari segnali che indicassero come il motivo per cui questo conflitto si fosse esteso a livello regionale fosse intrinsecamente legato alla natura stessa del mondo arabo e islamico. Tale natura impone che il destino della regione sia intrecciato: o raggiungiamo tutti la liberazione o cadiamo nella sottomissione. E, ormai da tempo, le risposte del Vaticano sono state incoerenti.

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Prendiamo ad esempio il Libano. Israele cerca di occupare il Libano e, nel corso della storia, ha deriso e umiliato le comunità cristiane in vari modi. Eppure, Papa Leone ha ripetutamente esortato Hezbollah a deporre le armi. Secondo l’Agenzia Nazionale di Stampa del Libano, il Papa ha affermato: «La Chiesa propone a Hezbollah di deporre le armi e di avviare un dialogo».

Hezbollah ha difeso senza esitazione i cristiani arabi in Siria e in Libano. Ha liberato suore e ha protetto chiese e persone. Di fronte a Israele, l’unica protezione è diventata la resistenza. La diplomazia mondiale non ha portato a nulla; ha solo concesso a Israele il tempo necessario per causare ulteriori spargimenti di sangue tra la nostra gente in una guerra di logoramento contro coloro che cercano la liberazione.

Come si spiega, allora, dal punto di vista morale, che la richiesta di consegnare le armi sia rivolta alla resistenza e non all’autore del genocidio? Come si spiega che la richiesta di scendere a compromessi sia rivolta a chi è stato sfollato con la forza e assediato, e non ai coloni che occupano quei territori?

E se tutto fallisse, il Vaticano invocherebbe l’aiuto di un esercito per difendere il Libano? Oppure considererebbe la resistenza moralmente «giusta»? Oppure, come è avvenuto in Iraq, il popolo verrebbe abbandonato al proprio destino, se l’Iran non fosse intervenuto per aiutarlo a combattere la guerra di liberazione?

Si potrebbe forse sostenere, con il cuore colmo di tristezza per il senso di abbandono ma anche di orgoglio per un popolo che ha stretto legami ancora più forti attraverso la tragedia, che il Vaticano abbia per decenni, se non per secoli, privato i fedeli del loro diritto di resistere all’oppressione, separando la fede e gli insegnamenti della Bibbia, le lettere degli apostoli, dalla vita quotidiana dei cristiani che avrebbero più bisogno di quel sostegno e dell’invito a organizzarsi, a unirsi nella resistenza, e difendere la propria esistenza insieme ai vicini musulmani contro un occupante.

La resistenza, Santità, se dovessi spiegarla in poche parole, consiste soprattutto nel proteggere la vita. Significa amare la sacralità della vita a tal punto da essere disposti a sacrificare se stessi e i propri cari per proteggerla: il diritto alla vita vissuta con dignità, così come Dio l’ha voluta.

Al contrario, il Vaticano ha costantemente sostenuto la delegittimazione della resistenza, fin dall’epoca delle Crociate, e ha indirettamente assecondato la narrativa che legittimava gli attacchi contro il Libano, compresa la resistenza e la comunità che la sostiene, nonostante ora affermi che il suo cuore è con i civili e sottolinei l’importanza di tenerli al riparo dal pericolo.

Per chiarire le intenzioni, nessuno sta incitando all’aggressione contro Washington o qualsiasi altro Paese. La richiesta è semplicemente quella di liberare una regione che ha assistito all’assassinio di un leader religioso da parte di Washington in pieno giorno, nel bel mezzo dei negoziati, senza che vi fosse un solo atto degno di nota di difesa o di condanna, al di là di vaghi slogan e dichiarazioni ambigue.

La richiesta è che gli Stati Uniti si ritirino dalla regione e consentano alla popolazione di gestire i propri affari senza imposizioni. Sembra una richiesta ragionevole. Questo non indurrebbe forse il Papa a riconsiderare il diritto all’autodifesa dell’Iran e a riconoscerne il diritto all’autodeterminazione?

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Immagine scattata durante una veglia tenutasi a Beirut il 28 marzo 2026 in memoria del giornalista veterano Hajj Ali Choeib e della giornalista Fatima Ftouni, caduti in un attacco mirato di Israele nel Libano meridionale.

Cristo ci ha chiamati a scegliere la giustizia sopra ogni altra cosa. Ciò significa riconoscere che il diritto di opporsi all’oppressione non è un’opinione politica, ma un imperativo morale.

È lo stesso diritto che i sacerdoti cattolici dell’America Latina hanno riconosciuto quando hanno sostenuto la teologia della liberazione in difesa dei poveri.

È lo stesso diritto che lo stesso Vaticano sostiene di rispettare, finché la resistenza non è a maggioranza musulmana e l’oppressore è l’Occidente imperialista. E il più delle volte, la giustificazione addotta è quella di definire Israele come uno «Stato ebraico».

A tal fine, devo ribadire che il mondo musulmano ha già affrontato il takfirismo, non solo denunciandolo dal punto di vista teologico, ma opponendogli una resistenza concreta, ricorrendo persino alla guerra quando necessario. Ha riconosciuto che un’ideologia che rivendica l’autorità divina per giustificare la violenza doveva essere affrontata direttamente.

Il cristianesimo si trova oggi ad affrontare una sfida simile. Non può affermare di opporsi al nazionalismo cristiano o al sionismo cristiano rifiutandosi al contempo di confrontarsi con il sionismo stesso. Il sionismo non è l’ebraismo, così come il takfirismo non è l’Islam e il sionismo cristiano non è il cristianesimo. L’ebraismo è una fede; il sionismo è un’ideologia politica che invoca la religione per giustificare il dominio. Quindi, in sostanza, si tratterebbe di un rifiuto di un progetto politico e non della fede.

Cristo ha chiamato i credenti a schierarsi dalla parte degli oppressi e a sostenersi a vicenda nella ricerca della giustizia. Rifiutarsi di dare un nome all’ideologia che alimenta l’oppressione non è dialogo. È esitazione di fronte alla verità.

Se la Chiesa non ha il coraggio di denunciare il sionismo, avrebbe almeno il coraggio di smettere di demonizzare la resistenza, l’ultima roccaforte a difesa della presenza cristiana nella terra di Cristo e dei miracoli, nel Levante?

In una casa in fiamme non esiste davvero alcuna neutralità. Ci sono solo coloro che cercano di spegnere l’incendio e coloro che se ne stanno fuori a dire che l’incendio è una tragedia senza fare nulla per fermarlo o, peggio ancora, dicendo a chi è intrappolato all’interno che deve accettare l’incendio e trovare un modo per adattarsi a questa nuova realtà, preferibilmente in silenzio, anche se ciò, senza dubbio, finirà per ucciderli.

Da secoli il Vaticano ha fatto la sua scelta e, sebbene oggi Papa Leone XIV tenga testa a Trump, ciò non basta di fronte alle sfide che il mondo deve affrontare e alla minaccia esistenziale che grava sugli arabi, e in particolare sui cristiani arabi, per mano degli imperialisti.

Quindi, la domanda non è se il Vaticano veda l’incendio, ma piuttosto se sceglierà di schierarsi con chi sta cercando di spegnerlo.

Myriam Charabaty

Fonte: substack.com/@myriamch & DeepWeb

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